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I repubblicani spingono per Haley vice. Ma Trump dice no: “Non sarà lei”

(reuters)
La rivale alle primarie servirebbe a bilanciare il tycoon e conquistare il voto moderato: in pressing vertici del partito e finanziatori
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NEW YORK — La candidatura a vice di Donald Trump della donna da lui definita «cervello da gallina» è nata e morta nello spazio di due ore. O forse è solo l’inizio di un tormentone elettorale. Il sito Axios aveva annunciato in mattinata lo scoop: Nikki Haley, 52 anni, moderata repubblicana, ex ambasciatrice Usa all’Onu ed ex candidata alla primarie, «è stata presa in considerazione per fare la vicepresidente di Trump». Due ore dopo, il tycoon ha smentito tutto con due righe beffarde pubblicate sul suo social, Truth: «Nikki Haley non è considerata per il posto di vice presidente, ma le auguro ogni bene». Firmato «DJT», cioè Donald J Trump, a indicare che l’aveva scritto di suo pugno.

(reuters)

Ma il nome dell’ex ambasciatrice sembra destinato a incombere sulla campagna elettorale: i vertici del partito la vogliono, i ricchi donatori di Haley, che la incontreranno domani a un evento di ringraziamento per …

NEW YORK — La candidatura a vice di Donald Trump della donna da lui definita «cervello da gallina» è nata e morta nello spazio di due ore. O forse è solo l’inizio di un tormentone elettorale. Il sito Axios aveva annunciato in mattinata lo scoop: Nikki Haley, 52 anni, moderata repubblicana, ex ambasciatrice Usa all’Onu ed ex candidata alla primarie, «è stata presa in considerazione per fare la vicepresidente di Trump». Due ore dopo, il tycoon ha smentito tutto con due righe beffarde pubblicate sul suo social, Truth: «Nikki Haley non è considerata per il posto di vice presidente, ma le auguro ogni bene». Firmato «DJT», cioè Donald J Trump, a indicare che l’aveva scritto di suo pugno.

(reuters)

Ma il nome dell’ex ambasciatrice sembra destinato a incombere sulla campagna elettorale: i vertici del partito la vogliono, i ricchi donatori di Haley, che la incontreranno domani a un evento di ringraziamento per il loro sostegno alle primarie, anche. La corrente trumpiana no. I big repubblicani vedono in Nikki l’“equilibratrice” del tycoon. I suoi avversari la considerano una «camicia di forza». Il nome, temuto anche dai democratici, era rimasto sottotraccia per settimane. Considerata la fonte – Axios è solitamente ben informato – non sembra una mossa casuale. Secondo alcuni rumors, potrebbe essere stato qualcuno all’interno dello staff dell’ex presidente a fare uscire il nome, o per bruciarlo o per mandare un messaggio al capo.


La candidatura dell’ex ambasciatrice viene vista come l’ultima carta per conquistare quel venti per cento di elettori repubblicani decisi a non votare il tycoon, ma anche per tamponare l’emorragia di consensi registrata negli ultimi sondaggi e ridare fiato alla raccolta di donazioni. Axios ha parlato di due persone a conoscenza delle dinamiche di Trump. La scelta, ha aggiunto, «se l’ex presidente si convincesse», lo potrebbe aiutare a vincere le elezioni, evitare di finire in carcere e raccogliere decine di milioni di dollari per pagare le sue spese legali. E di soldi ne ha bisogno: da Chicago arriva la notizia che avrebbe usato dubbie manovre contabili per richiedere agevolazioni su una delle sue proprietà e potrebbe dover pagare al fisco americano 100 milioni di dollari.

Trump ha bruciato subito la suspense alla sua maniera. Molti all’interno del Partito repubblicano sono convinti che Haley e Trump avrebbero entrambi da guadagnarci. L’ex sfidante, che non accetterebbe mai un ruolo minore della vicepresidenza, tornerebbe in corsa. E il tycoon aggancerebbe i moderati del partito. Lei finora non gli ha dato l’appoggio ufficiale ma sa anche se che se non lo farà, e Trump dovesse perdere a novembre, difficilmente il partito sosterrà una sua candidatura futura.

I due restano una coppia improbabile: lui è istinto, lei è calcolo. Hanno posizioni opposte sulla previdenza sociale e l’assistenza medica. Haley ha sostenuto gli aiuti all’Ucraina e detto sì all’ingresso di Kiev nella Nato. Trump è contrario. L’idea di mettere il tycoon «sotto tutela», se questa dovesse essere la molla che ha spinto a far uscire il nome, appare illusoria. The Donald non ascolta nessuno. Basta vedere cosa sta succedendo al processo a New York in cui è imputato: nonostante l’ordine del giudice a non attaccare la corte, e i consigli dei legali a seguire una linea di basso profilo, Trump ha attaccato il giudice Juan Merchan e il procuratore distrettuale Alvin Bragg, accusandoli di essere manovrati dal filantropo ebreo George Soros. Haley dovrebbe fare da calmante? Dopo aver sospeso la campagna alle primarie, l’ex ambasciatrice aveva sfidato Trump a fare proposte. Disse che toccava a lui «guadagnarsi» i suoi voti. In questi mesi il tycoon non lo ha fatto. Ieri, con quel post, ha ribadito il concetto.

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