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Il regista dissidente Rasoulof è fuggito dall’Iran: “Ho scelto l’esilio con la morte nel cuore, brutale la macchina della repressione”

(afp)

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Vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2020, era stato condannato a 8 anni e alla fustigazione secondo il suo avvocato sarebbe atteso domani a Cannes per la presentazione in anteprima del suo nuovo film: “Milioni di iraniani costretti a lasciare il Paese a causa dell’oppressione e della barbarie” della Repubblica Islamica
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Tra il silenzio e l’esilio ha scelto l’esilio Mohammad Rasoulof, genio e coscienza critica del cinema iraniano, in fuga da un Paese amatissimo ma da un sistema che definisce «brutale». Lo avevano condannato a otto anni di carcere, a una multa, alla confisca delle sue proprietà e alla fustigazione per propaganda contro lo Stato, colpevole per i suoi film non conformi ai dettami della Repubblica Islamica e per le tante volte in cui si è schierato.

Una tra le tante: nel 2022 promosse un appello in cui esortava la polizia a deporre le armi durante le manifestazioni per il crollo di un edificio che aveva ucciso almeno 29 persone nella città di Abadan, un episodio che riecheggiava in una certa misura il suo premiato A man of integrity, storia di un uomo dalla vita semplice che cerca di lottare contro le manovre disoneste di un’azienda privata che spinge gli abitanti del villaggio a vendere i loro beni.

«Sono arrivato in Europa pochi giorni fa dopo un viaggio lungo e complicato», racconta il…

Tra il silenzio e l’esilio ha scelto l’esilio Mohammad Rasoulof, genio e coscienza critica del cinema iraniano, in fuga da un Paese amatissimo ma da un sistema che definisce «brutale». Lo avevano condannato a otto anni di carcere, a una multa, alla confisca delle sue proprietà e alla fustigazione per propaganda contro lo Stato, colpevole per i suoi film non conformi ai dettami della Repubblica Islamica e per le tante volte in cui si è schierato.

Una tra le tante: nel 2022 promosse un appello in cui esortava la polizia a deporre le armi durante le manifestazioni per il crollo di un edificio che aveva ucciso almeno 29 persone nella città di Abadan, un episodio che riecheggiava in una certa misura il suo premiato A man of integrity, storia di un uomo dalla vita semplice che cerca di lottare contro le manovre disoneste di un’azienda privata che spinge gli abitanti del villaggio a vendere i loro beni.

«Sono arrivato in Europa pochi giorni fa dopo un viaggio lungo e complicato», racconta il regista che dal 2017 era rinchiuso nei confini nazionali perché gli avevano confiscato il passaporto. Quando quell’anno lo premiarono a Cannes per A man of integrity fu la figlia a ritirare il premio di Un Certain Regard. Nel 2020 era arrivato l’Orso d’oro a Berlino per Il male non esiste, una riflessione sul libero arbitrio e sul dovere di disobbedire. Anche quel riconoscimento a distanza mentre l’eco del suo cinema si faceva più profondo: «Circa un mese fa, i miei avvocati mi hanno informato che la condanna a otto anni di reclusione era stata confermata in appello e sarebbe stata eseguita con breve preavviso. Ho dovuto scegliere tra la prigione e lasciare l’Iran. Con la morte nel cuore ho scelto l’esilio».

La fuga in clandestinità organizzata con il supporto degli amici, l’approdo «in una località sicura» che non rivela, l’angoscia per chi è rimasto indietro: molti degli attori che appaiono nei suoi film, comprese alcune donne non velate, sono sottoposti a lunghi interrogatori, denuncia. «La portata e l’intensità della repressione hanno raggiunto un punto di brutalità tale che le persone si aspettano ogni giorno notizie di un altro atroce crimine del governo», scrive ricordando il rapper Toomaj Salehi, la voce delle proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, condannato a morte.

Il 24 maggio, a Cannes, è prevista la presentazione del suo nuovo lungometraggio, The seed of the sacred fig, e questa volta Rasoulof potrebbe essere presente, dice il suo avvocato Babak Paknia. Il direttore artistico del festival Thierry Frémaux non conferma ma anticipa qualcosa del film, racconto di come «la dittatura si insinua nelle famiglie». Forse anche per questo il regista ha deciso che non c’erano più margini per resistere: una volta proiettato in sala, agli otto anni si sarebbero probabilmente aggiunte nuove condanne.

A Instagram Rasoulof affida la sua prima riflessione da esule. Parla ai governanti del suo Paese. «Se l’Iran geografico soffre sotto gli stivali della vostra tirannia religiosa, l’Iran culturale è vivo nella mente di milioni di iraniani costretti ad andarsene a causa dell’oppressione e della barbarie, e nessun potere può imporre loro la vostra volontà. Da oggi sono cittadino di questo Iran culturale, una terra senza confini che milioni di iraniani hanno costruito con la Storia e una cultura antica in ogni angolo del mondo»

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