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Per la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e per la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen quella portata a casa dopo dieci anni è finalmente una “svolta storica”. Di storico nel nuovo patto asilo e immigrazione, passato a larga maggioranza il 10 aprile, c’è solo l’accettazione da parte di tutti (o quasi) che il fenomeno migratorio non può più essere considerato un affare che riguarda solo i Paesi costieri. Ma la battaglia della reale obbligatorietà del principio di solidarietà nei confronti degli Stati membri impegnati nella prima accoglienza, con la redistribuzione effettiva dei migranti è stata definitivamente persa. Nell’Europa che da una parte invoca la necessità di manodopera straniera per rispondere alle esigenze del mondo del lavoro e dall’altra mostra sempre più insofferenza nei confronti degli immigrati, gli Stati che alla fine accetteranno di aprire le porte alle persone che sbarcheranno in Italia, in Spagna, in Grecia, si conteranno sulle dita di due mani.
Il nuovo Patto asilo e immigrazione
Di fatto, con il nuovo Patto asilo e immigrazione (che non è riuscito a superare quel trattato di Dublino che da anni dimostra ormai tutta la sua inadeguatezza davanti all’esplosione dei flussi migratori), l’Europa ha deciso di blindare i suoi confini. Con una serie di norme che passeranno alla storia, queste sì, come quelle che, per la prima volta, imporranno l’identificazione completa di impronte e rilievi biometrici persino ai bimbi dai sei anni in su, aggrediranno il diritto d’asilo prevedendo procedure accelerate di frontiera per chi arriva dai cosiddetti Paesi sicuri e che rischiano dunque ora di trovarsi detenuti in centri simil modello Albania che sorgeranno alle frontiere.
Che cosa cambia per l’Italia
Un bollino, quello di Paese sicuro, lasciato alla libera valutazione di ogni Stato. E l’Italia è il primo a chiudere un occhio sul rispetto dei diritti umani visto che ritiene sicura la Tunisia dove la cronache riferiscono ogni giorno di una evidente restrizione delle libertà, e persino l’Egitto contro cui si è costituita parte civile nel processo per l’omicidio di Giulio Regeni.
Ci sono voluti dieci anni per l’approvazione del Patto e il Parlamento europeo c’è arrivato comunque dilaniato. Un sì arrivato a maggioranza con il Pd e il M5S che hanno votato contro e persino il centrodestra italiano diviso: Fratelli d’Italia e Forza Italia a favore, la Lega contro un pacchetto di misure di cui il suo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si considera uno degli artefici principali. Un voto che è riuscito anche a spaccare vecchie alleanze, a cominciare da quella tra Giorgia Meloni e il fronte di Visegrad. Il premier ungherese Viktor Orbán furioso non si rassegna: «Il Migration pact è un altro chiodo sulla bara dell’Unione Europea. L’unità è morta, i confini sicuri non esistono più. L’Ungheria non cederà mai alla frenesia migratoria di massa».
Per l’Italia cambia poco, e se possibile in peggio. L’onere dell’accoglienza e della gestione delle richieste d’asilo dei migranti resta infatti al Paese di primo approdo, che anzi vede allungarsi il tempo della sua responsabilità a venti mesi e che dovrà garantire la registrazione nel sistema Eurodac con identificazione, impronte e rilevazioni biometriche di tutte le persone che arrivano, bimbi compresi, e la sorveglianza sui cosiddetti movimenti secondari. Poche speranze di poter contare su significativi ricollocamenti altrove di chi sbarca e di un aiuto concreto sui rimpatri. Che, in teoria, dovrebbero essere facilitati dalle cosiddette procedure accelerate di frontiera, di fatto un esame sommario delle richieste di asilo di chi proviene da Paesi sicuri. Procedure finora applicate in casi molto limitati ma che il nuovo Patto intende estendere facendo saltare tutta una serie di garanzie.
La “multa” per i Paesi non solidali
L’unico provvedimento che avrebbe alleggerito il sistema di accoglienza italiano sarebbe stata la redistribuzione obbligatoria, ma su questo non è stato possibile trovare alcun accordo. Una sorta di pool di solidarietà ogni anno deciderà quali sono i Paesi sotto pressione migratoria (nel 2024 ad esempio la Spagna ha quasi il 50% di arrivi in più rispetto all’Italia) e dovrà provvedere ad una soglia minima di 30mila ricollocamenti. Chi non è disponibile ad accogliere dovrà versare 20mila euro per ogni mancato ricollocamento.
Ogni Paese che riterrà di essere in sofferenza nella gestione dei flussi potrà dichiararsi in stato di crisi migratoria e chiedere l’avvio del meccanismo di solidarietà. Il Patto non stabilisce criteri rigidi e univoci per valutare la “crisi”, verrà tenuta in conto anche la possibile strumentalizzazione da parte di Paesi terzi che dovessero utilizzare i flussi a scopo offensivo (una ipotesi questa da cui dopo tanto discutere sono stati esclusi i soccorsi delle Ong). Il Paese che si vedrà riconosciuto lo stato di crisi potrà applicare le procedure accelerate di frontiera a chi arriva da Paesi sicuri e analizzare con meno garanzie le richieste di asilo.
Non solo, per effettuare queste procedure le autorità potranno anche detenere i richiedenti asilo in attesa di screening. Procedure che, secondo il network European digital rights, porterà ad “un aumento potenziale degli abusi: i dati raccolti saranno utilizzati per controllare i movimenti e giustificare espulsioni rapide e ciò solleva preoccupazioni per l'aumento dei periodi di detenzione dei migranti e delle violenze di cui potrebbero diventare vittime”.