ROMA – La promozione della pace e della stabilità nelle regioni vicine ai confini dell’Ue. Per proteggere il futuro di quanti sono cittadini europei all’interno delle attuali frontiere e per stimolare le riforme democratiche ed economiche dei Paesi che intendono diventare un giorno membri dell’Ue. È questo il senso della politica di allargamento dell’Unione Europea, discussa anche al Consiglio europeo del 21 e 22 marzo.
A che cosa serve l’allargamento dell’Ue
Il dialogo tra Bruxelles e i Paesi candidati all’ingresso nell’Ue, che è già oggi un’occasione economica per cittadini e imprese europee, mira alla costruzione di uno spazio più ampio in cui vengano rispettati i valori e le norme dell’Unione e che rappresenti appunto una garanzia di pace e stabilità per il futuro del continente. Così è successo nei decenni con il passaggio dall’Europa dei sei Paesi fondatori del 1957 (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) a quella dei 27 (l’ultima ad entrare è stata la Croazia nel 2013).
La minaccia russa
Lasciare aperta la porta dell’Ue per stimolare le riforme democratiche ed economiche dei Paesi vicini: questa è la sfida di Bruxelles. Per entrare bisogna rispettare i valori e, concretamente, i cosiddetti “criteri di Copenhagen”. Il processo aveva subito un arresto nell’ultimo decennio ma ora, complice il timore di una crescita di influenza della Russia, sta ripartendo. Proprio citando l’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina, la Commissione europea ha pubblicato un rapporto in cui è scritto che l’allargamento è nell’“interesse strategico” dell’Ue, a cui i nuovi membri darebbero “maggiore peso geopolitico e maggiore influenza sulla scena globale”.
Proprio per questo la Commissione ipotizza una prima integrazione parziale, graduale, dei singoli membri, per poi farli accedere completamente in tutte le aree in un secondo momento, quando avranno rispettato i criteri di ammissione: “Sia l’Ue sia i futuri Stati membri dovranno essere pronti. E l’Ue dovrà fare delle riforme prima dell’allargamento”.
I candidati all’ingresso nell’Ue
Ma vediamo quali sono i candidati all’ingresso nell’Unione, quale è la loro situazione e poi quali sono le riforme che saranno prima necessarie per l’Ue.
Albania
L’Albania ha presentato domanda di adesione nell'aprile 2009 e ha ottenuto lo status di candidato nel giugno 2014. Nelle conclusioni più recenti, adottate nel dicembre 2023, il Consiglio europeo ha accolto con favore i progressi in materia di riforme conseguiti dall'Albania nell'ultimo anno, soprattutto per quanto riguarda lo Stato di diritto e la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, ma ha sottolineato la necessità che l'Albania intensifichi gli sforzi tesi alla cooperazione in materia di indagini. Da un punto di vista politico l’Albania sembra poter beneficiare dell’ottimo rapporto tra il premier Edi Rama e la premier italiana Giorgia Meloni, con cui ha di recente stretto un accordo sui centri di accoglienza e il rimpatrio dei migranti.
Bosnia-Erzegovina
La Bosnia-Erzegovina ha presentato richiesta il 15 febbraio 2016, ha ottenuto lo status di Paese candidato nel dicembre 2022 e pochi giorni fa, il 21 marzo 2024, il Consiglio europeo ha approvato l’avvio dei negoziati, chiarendo però che la strada non è breve e servono le riforme. Il Paese rimane diviso e instabile, con il leader della parte serba, Milorad Dodik, che non fa mistero di sognare un ritorno alla Serbia ed è alleato di Putin.
Georgia
Dopo la presentazione della domanda nel marzo del 2022 – subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina – la Georgia ha ottenuto lo status di candidato nel dicembre 2023. "Entro il 2030 la Georgia sarà pronta più di qualsiasi altro Paese candidato“, ha detto a febbraio il premier Irakli Kobakhidze.
Moldavia
La Moldavia, proprio come la Georgia, è diventata ufficialmente candidata nel dicembre 2023 dopo aver presentato domanda anch’essa nel marzo 2022. Paese geograficamente e culturalmente vicino alla Romania, è minacciato dalla Russia, che è dietro alle istanze separatiste della regione della Transnistria, indipendente de facto.
Montenegro
I negoziati di adesione del Montenegro, candidato dal lontano dicembre 2010, sono iniziati nel giugno 2012. L’obiettivo del premier Milojko Spaji? è diventare il 28esimo membro entro il 2028.
Macedonia del Nord
Anche la Macedonia del Nord è in lista d’attesa da tantissimi anni: candidato ufficialmente addirittura dal dicembre 2005. Nel giugno 2022 è stato fatto un importante passo avanti quando è caduto il veto della Bulgaria, storicamente contraria al riconoscimento di una nazione macedone.
Serbia
Il cammino della Serbia, candidata dal marzo 2012, rimane irto di ostacoli, a causa dei mancati progressi nei rapporti con il Kosovo (potenziale candidato all’allargamento) e anche dell’amicizia troppo stretta con la Russia di Putin.
Turchia
Sembra al momento definitivamente tramontato l’avvicinamento della Turchia all’Ue. Ankara ha ottenuto lo status di candidato nel dicembre 1999 ma oggi si è allo stallo: la ragione è “la continua regressione del Paese in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali”.
Ucraina
L'Ucraina ha presentato domanda di adesione nel febbraio 2022 e ha ottenuto lo status di candidato nel giugno 2022. Un anno e mezzo dopo, nel dicembre 2023, i leader dell'Ue hanno deciso di avviare i negoziati di adesione, dando un grande segnale di fiducia e incoraggiamento a un Paese in guerra che tutte le capitali, con l’eccezione di Budapest e in parte Bratislava, sostengono profondamente nella guerra di difesa contro Mosca.
Le riforme dell’Ue
Per potere gestire l’allargamento, magari a 30 o 32 Paesi, l’Ue avrà però bisogno di riforme. Da quella della politica agricola a quelle istituzionali. Anzitutto dovrà passare dal voto all’unanimità a quello a maggioranza qualificata in certe aree come la Politica estera e quella di Difesa. È una necessità che si è mostrata evidente negli ultimi tempi, quando il presidente ungherese filorusso Viktor Orbán ha ricattato gli altri 26 sulla concessione degli aiuti a Kiev. Ma servirà la maggioranza anche per Fisco, Salute o Ambiente. “Se prima le riforme erano necessarie, con l’allargamento diventano indispensabili. L’Ue deve approfondirsi mentre si allarga, dobbiamo iniziare a prepararci oggi per l’Unione di domani e usare l’allargamento come catalizzatore del progresso“, ha comunicato la Commissione europea di Ursula von der Leyen il 20 marzo.
Si andrà verso un’Europa sempre più federale? O verso un’Unione a diverse velocità e centri concentrici, con i singoli membri che decidono materia per materia in quale settore approfondire l’integrazione e in quale restare fuori? Sono le sfide future di un’Ue che non può più ritardare il suo allargamento.