Ipotesi “Ukraine bond” garantito dai profitti russi: pressing americano sul G7
di Tommaso Ciriaco (Roma) e dal nostro inviato Filippo Santelli (Stresa)Sul tavolo dei ministri delle Finanze del G7, al Grand Hotel di Stresa in riva al Lago Maggiore, c’è un bond per l’Ucraina, uno “Ukraine Bond”. Di fatto un bond di guerra, i cui proventi permetterebbero a Kiev di finanziare le sue necessità di ricostruzione e soprattutto militari. È attorno a questo strumento di ingegneria finanziaria che ruota l’ultima versione della proposta americana per utilizzare a beneficio del Paese invaso gli interessi sugli asset russi congelati, anticipando quelli che matureranno nei prossimi anni. La segretaria al Tesoro Janet Yellen l’ha portata a Stresa avendo già incassato un appoggio di massima da Canada e Regno Unito, accompagnandola con un messaggio chiaro agli alleati europei: «Dobbiamo essere più ambiziosi, non fare nulla non è un’opzione» accettabile. Ma le incognite, tecniche, legali e politiche, restano enormi. E se a metterle sul tavolo è soprattutto la Germania, sono condivise anche da Parigi e Roma, che però dovendo gestire la presidenza del G…
Sul tavolo dei ministri delle Finanze del G7, al Grand Hotel di Stresa in riva al Lago Maggiore, c’è un bond per l’Ucraina, uno “Ukraine Bond”. Di fatto un bond di guerra, i cui proventi permetterebbero a Kiev di finanziare le sue necessità di ricostruzione e soprattutto militari. È attorno a questo strumento di ingegneria finanziaria che ruota l’ultima versione della proposta americana per utilizzare a beneficio del Paese invaso gli interessi sugli asset russi congelati, anticipando quelli che matureranno nei prossimi anni. La segretaria al Tesoro Janet Yellen l’ha portata a Stresa avendo già incassato un appoggio di massima da Canada e Regno Unito, accompagnandola con un messaggio chiaro agli alleati europei: «Dobbiamo essere più ambiziosi, non fare nulla non è un’opzione» accettabile. Ma le incognite, tecniche, legali e politiche, restano enormi. E se a metterle sul tavolo è soprattutto la Germania, sono condivise anche da Parigi e Roma, che però dovendo gestire la presidenza del G7 prova a ritagliarsi un ruolo di mediatore.
Che una quadra non si possa trovare qui a Stresa, neanche quella «sul principio generale» che cerca Yellen, lo ha detto ieri il ministro delle Finanze tedesco Lindner. E così su questo punto, in realtà il più importante del summit, il comunicato finale dovrebbe restare vago. Il principio infatti può apparire lineare: emettere un bond promettendo agli investitori di ripagarlo con i futuri proventi degli asset congelati, girando immediatamente i soldi ricavati a Kiev, potenzialmente fino a 50 miliardi. Ma far combaciare tutto questo con il diritto internazionale e le incognite sull’andamento della guerra, lineare non lo è per nulla. Primo bivio: chi farebbe parte di questa operazione? L’opzione numero uno gradita agli Stati Uniti è coinvolgere i Sette grandi, magari utilizzando un veicolo finanziario creato ad hoc. L’alternativa è dare vita a una coalizione di volenterosi che tenga assieme Stati Uniti, Canada, Giappone, Regno Unito e i Paesi dell’Unione disponibili ad accettare la sfida. In ogni caso però tutto questo richiederebbe un accordo tra i 27 governi europei, visto che quasi due terzi degli oltre 300 miliardi di riserve russe bloccate si trovano in Europa. Un passo ulteriore e non piccolo rispetto all’intesa appena raggiunta a Bruxelles sull’utilizzo dei 3,5 miliardi di interessi già maturati sui fondi russi e per cui – ha insistito ieri il ministro delle Finanze italiano Giancarlo Giorgetti, dopo un incontro con Yellen – va trovata una base giuridica.
Impegnare i profitti come garanzia di un bond o di un prestito significherebbe impegnarsi a tenere congelati gli asset russi per un corrispondente numero di anni, fino a 20 nell’ipotesi di un’operazione da 50 miliardi. Il diritto internazionale prevede che le sanzioni siano, per quanto possibile, una misura temporanea, ed è il motivo per cui le Banche centrali sono preoccupate per il danno reputazionale che questo porterebbe all’euro, con il rischio di fuga di investitori e fondi sovrani. C’è poi l’eventualità, per quanto oggi appaia remota, che si arrivi a una pace tra Ucraina e Russia, e quindi allo scongelamento dei fondi. A quel punto a rimborsare la quota restante dovrebbe essere, volontariamente, la stessa Russia, come pagamento dei danni di guerra. Ma chi può scommettere su un esito del genere? E ancora: tutto il meccanismo sopravviverebbe al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca?
Legato al tema della durata dell’operazione c’è quello dell’ammontare, essendo le due quantità direttamente legate. Come detto l’ipotesi iniziale americana, 50 miliardi, vincolerebbe gli asset per una ventina di anni. Gli europei pensano a una cifra inferiore, una forbice compresa tra 20 e 50 miliardi. Ieri Yellen ha detto che i dettagli non sono definiti, lasciando intendere che dal punto di vista americano ci sono dei margini di trattativa.
Il sistema è inedito, tutto da costruire, e ogni dettaglio può far deragliare in qualsiasi momento il negoziato. È quanto fa intendere anche una fonte europea quando parla di «graduale convergenza», dove la convergenza, cioè il fatto che si tratti, e la gradualità, cioè le distanze che restano, hanno lo stesso peso. Il massimo obiettivo possibile per questo vertice di Stresa è dunque mettere sul tavolo le questioni, esplorare le ipotesi, smussare gli angoli. L’ultima decisione spetta ai leader durante il summit di giugno in Puglia. Anche lì però la partita non sarebbe chiusa, nonostante l’urgenza dell’Ucraina, che il suo ministro delle Finanze ribadirà domani qui ai colleghi del G7, e quella dell’amministrazione Biden, viste anche le imminenti elezioni. Fonti italiane ed europee spiegano infatti che lo scenario più ottimistico è siglare a Borgo Egnazia un accordo politico di massima, affidando poi agli sherpa, nei mesi successivi, la finalizzazione del meccanismo e della dimensione del debito comune.