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Che cosa resta di Hamas: con cunicoli e agguati, così a Gaza sfugge alla caccia israeliana

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I timori del Pentagono: ucciso solo un terzo dei miliziani, non è possibile eliminarli tutti. “Si rischia un altro Iraq”. E il 65 per cento dei tunnel è rimasto intatto
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Mercoledì a Beit Hanoun tre soldati sono stati uccisi e due gravemente feriti. La cittadina nel nord della Striscia è stata tra le prime a venire attaccata dall’esercito israeliano, con un’operazione condotta alla fine dello scorso ottobre; poi ad aprile c’è stato un secondo assalto e adesso la caccia ad Hamas casa per casa è ricominciata. Combattenti jihadisti continuano a sbucare dal nulla e non si tratta di reclute dell’ultima ora, ma di cecchini e guastatori esperti. Segno che sono rimasti per mesi in attesa del momento di colpire.

La stessa cosa avviene pure a Jabalya, a Khan Younis, a Zeitoun e in altri sobborghi di Gaza City, tutti già rastrellati da tempo e sottoposti a raid ininterrotti dal cielo. Soltanto martedì sono stati bombardati 130 obiettivi, indicati nel comunicato dell’aviazione come “cellule e rifugi di terroristi, punti d’osservazione e altre infrastrutture”. Una pessima premessa per la battaglia di Rafah, scatenata nell’area più densamente popolata con un’int…

Mercoledì a Beit Hanoun tre soldati sono stati uccisi e due gravemente feriti. La cittadina nel nord della Striscia è stata tra le prime a venire attaccata dall’esercito israeliano, con un’operazione condotta alla fine dello scorso ottobre; poi ad aprile c’è stato un secondo assalto e adesso la caccia ad Hamas casa per casa è ricominciata. Combattenti jihadisti continuano a sbucare dal nulla e non si tratta di reclute dell’ultima ora, ma di cecchini e guastatori esperti. Segno che sono rimasti per mesi in attesa del momento di colpire.

La stessa cosa avviene pure a Jabalya, a Khan Younis, a Zeitoun e in altri sobborghi di Gaza City, tutti già rastrellati da tempo e sottoposti a raid ininterrotti dal cielo. Soltanto martedì sono stati bombardati 130 obiettivi, indicati nel comunicato dell’aviazione come “cellule e rifugi di terroristi, punti d’osservazione e altre infrastrutture”. Una pessima premessa per la battaglia di Rafah, scatenata nell’area più densamente popolata con un’intensità che cresce ogni giorno.

(reuters)

Lo scenario iracheno

I bollettini infatti aumentano le perplessità di molti generali occidentali e soprattutto dei vertici del Pentagono sull’offensiva lanciata da Israele dopo i massacri del 7 ottobre per cancellare l’organizzazione di Hamas. A Washington non si comprende quale sia la strategia del governo Netanyahu per il futuro dei palestinesi mentre i risultati raggiunti finora fanno dubitare della capacità di arrivare alla distruzione completa del movimento jihadista. “Una vittoria totale è impossibile”, ha detto senza mezzi termini il sottosegretario agli Esteri Kurt Campbell. Il consigliere alla sicurezza nazionale Jake Sullivan è andato oltre e ha apertamente suggerito di stabilire “un obiettivo possibile e duraturo”. Il timore è di vedere Gaza trasformarsi in una gigantesca Falluja, la città irachena che dopo le operazioni dei marines è diventata la fucina di una generazione di guerriglieri islamici.


L’incubo dell’amministrazione Biden è che gli israeliani stiano ripetendo lo stesso errore compiuto dagli americani in Iraq, quando la lotta contro Al Qaeda portata avanti militarmente senza preoccuparsi di conquistare il consenso della popolazione ha generato un mostro ancora più feroce, l’Isis. “Lì abbiamo imparato sulla nostra pelle – ha dichiarato un anonimo ufficiale statunitense – che è inutile insistere nell’uccidere capi e fanti se poi ci sono dozzine di persone infuriate pronte a imbracciare le armi per sostituirle”. L’ex generale Joseph Votel, che ha guidato la coalizione contro il Califfato, non comprende “quali siano i piani per occuparsi di due milioni e mezzo di palestinesi e affrontare i superstiti di Hamas. Questo è parte della sfida, perché il modo in cui è stata condotta l’operazione a Gaza probabilmente ha radicalizzato molte più persone”.

Danni limitati

Ieri Politico ha pubblicato alcuni dati attribuiti all’intelligence americana: solo tra il 30 e il 35 per cento dei miliziani di Hamas sarebbe stato ucciso. Prima del 7 ottobre si riteneva ne contasse 30 mila e a fine marzo le Israeli Defence Forces sostenevano di averne ammazzati 13 mila. Da allora questo censimento delle vittime è stato interrotto, ma sommando quelle riportate nei singoli comunicati dovrebbe essere superiore a 14 mila, a cui vanno aggiunti i presunti jihadisti feriti o arrestati. Sono cifre attendibili? Non molto. La “stima dei danni” viene realizzata secondo i criteri dei conflitti tradizionali che mal si adattano a calcolare le perdite di un esercito irregolare. A essere identificati con certezza sarebbero stati soltanto i dirigenti di vario rango, poco più di mille: l’ultimo nome di peso è stato il 26 marzo quello di Marwan Issa, vicecomandante della rete militare. Tre giorni fa è toccato a Ahmed Yasser al-Qara, presentato come un membro di spicco dell’unità anti-tank.

I tunnel inviolati

Ancora più eloquente un’altra valutazione degli 007 statunitensi: il 65 per cento dei tunnel sarebbe ancora intatto. Non sorprende: la presenza degli ostaggi costituisce il grande vincolo agli attacchi contro i cunicoli, che possono essere distrutti soltanto dopo avere accertato che non custodiscano i 124 israeliani rapiti. Inoltre, nonostante l’esistenza di squadre specializzate e di robot, i blitz nelle gallerie si sono rivelate più pericolose del previsto. L’attenzione è stata concentrata sul bloccare gli ingressi, per impedire che le forze israeliane venissero aggredite alle spalle. Analizzando le dichiarazioni delle IDF, la Bbc reputa che siano stati chiusi quattrocento accessi mentre un numero indefinito è stato sigillato dal crollo degli edifici sovrastanti. Ben poca cosa rispetto alla ragnatela sotterranea che si estendeva per centinaia di chilometri su più livelli con profondità fino a cinquanta metri. Una Maginot che infatti continua a proteggere le riserve di uomini e ordigni e probabilmente ospita l’imprendibile Yahya Sinwar, sfuggito a ogni ricerca.

I tre limiti

Oltre a questo freno, l’esercito israeliano avrebbe mostrato altri tre difetti. Il primo è la stessa carenza di intelligence drammaticamente emersa il 7 ottobre: l’offensiva è partita senza conoscere una mappa aggiornata delle catacombe e degli arsenali, cercando di raccogliere le informazioni mano a mano che i reparti si inoltravano nella Striscia. L’altro è avere affidato la missione a una quantità ridotta di soldati – attualmente sono impegnate otto brigate, con circa 40 mila militari – per controllare un territorio dove vivono oltre due milioni di palestinesi. Il terzo – anch’esso sorprendente - è la scarsa preparazione dei riservisti per gli scontri urbani. Per compensare queste carenze, il territorio palestinese viene sorvegliato notte e giorno con droni e sensori gestiti dall’intelligenza artificiale: ogni bersaglio identificato viene distrutto. Il volume di fuoco è enorme: usano cannoni da 155 millimetri, mortai da 120 millimetri, carri armati, elicotteri Apache con missili e mitragliere, caccia con bombe anche da una tonnellata. In molti casi – è accaduto anche ieri – per eliminare un singolo cecchino vengono rasi al suolo due palazzi. La devastazione dei centri abitati e l’elevato numero di vittime civili palestinesi – secondo Hamas si tratta di 35.709 morti e 79.990 feriti – dipendono soprattutto da questo modo di combattere.

La battaglia di Rafah

I vertici israeliani ritengono che la catena di comando del movimento jihadista sia stata spazzata via ovunque, tranne che a Rafah. Lì si sarebbero asserragliati gli ultimi quattro battaglioni, inclusa l’unità più addestrata, con un numero di uomini compreso tra tre e cinquemila. L’impressione è che i miliziani abbiano aggiornato le tattiche osservando come si muovono gli incursori: sono segnalate azioni coordinate di cecchini e mortai, campi minati intorno ai pozzi dei cunicoli. Sia lì che in altri luoghi negli scorsi giorni ci sono stati tentativi di lanciare razzi contro Israele, ma le rampe sono state individuate e distrutte.

Anche in Israele c’è chi è scettico sull’esito della guerra. L’ex generale Yoram Hemo si è dimesso dal Consiglio della Sicurezza Nazionale. “Con questo approccio la distruzione di Hamas è molto lontana – ha scritto in un documento consegnato al gabinetto di guerra - e dubito che verrà mai completata”. Hemo era stato responsabile della pianificazione strategica: quella che è mancata nell’impostare l’offensiva. Sostiene che così non ci sarà altra scelta che mantenere l’occupazione militare di Gaza, con il rischio che alla fine i jihadisti riprendano lentamente il potere.

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