Un profilo su eBay, un conto PayPal, testimonianze dagli Usa: le prove dei “furti d’arte perfetti” che portano a un curatore del British Museum
di Enrico FranceschiniLONDRA – Il giallo delle pietre preziose e degli antichi reperti rubati al British Museum sembra avere un colpevole sempre più chiaro: si tratterebbe di Peter Higgs, uno dei curatori dell’arte antica greca e romana del venerabile museo londinese, che era stato quasi subito accusato del furto e poi licenziato, ma che nega risolutamente le accuse e finora non è stato arrestato da Scotland Yard. Adesso, tuttavia, le indagini condotte dall’Fbi negli Stati Uniti sugli oggetti trafugati e un’inchiesta della Bbc sugli sviluppi delle medesime indagini puntano il dito proprio sul curatore, rivelando che un utente identificatosi come “sultan 1966” ha venduto su eBay alcuni dei reperti rubati, che Higgs ha ammesso di avere usato il profilo “sultan 1966” sul sito di aste e vendite online e che i soldi pagati per gli oggetti rubati in questione sono arrivati su PayPal, la società americana che offre servizi di pagamento digitale e trasferimenti di denaro tramite internet, su un conto registrato al…
LONDRA – Il giallo delle pietre preziose e degli antichi reperti rubati al British Museum sembra avere un colpevole sempre più chiaro: si tratterebbe di Peter Higgs, uno dei curatori dell’arte antica greca e romana del venerabile museo londinese, che era stato quasi subito accusato del furto e poi licenziato, ma che nega risolutamente le accuse e finora non è stato arrestato da Scotland Yard. Adesso, tuttavia, le indagini condotte dall’Fbi negli Stati Uniti sugli oggetti trafugati e un’inchiesta della Bbc sugli sviluppi delle medesime indagini puntano il dito proprio sul curatore, rivelando che un utente identificatosi come “sultan 1966” ha venduto su eBay alcuni dei reperti rubati, che Higgs ha ammesso di avere usato il profilo “sultan 1966” sul sito di aste e vendite online e che i soldi pagati per gli oggetti rubati in questione sono arrivati su PayPal, la società americana che offre servizi di pagamento digitale e trasferimenti di denaro tramite internet, su un conto registrato alla email personale del professor Higgs.
“Un fatto è un fatto, due sono una coincidenza, tre una prova”, sosteneva Agatha Christie, per cui il mistero appare risolto, sia pure in assenza per ora di incriminazioni da parte della magistratura britannica. La difficoltà nell’incriminare Higgs è legata alla particolare circostanza che avrebbe fatto di lui un ladro inafferrabile: la scoperta che, nel lungo periodo di tempo trascorso a catalogare oggetti e organizzare mostre al British Museum, un gran numero dei tesori della collezione permanente del museo, forse addirittura un milione di oggetti, non figuravano in alcun catalogo. In sostanza, il British avrebbe troppi tesori e non abbastanza personale per catalogarli tutti. Così gli deve essere venuto in mente il furto perfetto: rubare qualcosa che il proprietario non sa di possedere. Per cui come può lamentarsi di essere stato derubato?
Il caso è emerso lo scorso anno, suscitando enorme imbarazzo fra i responsabili del British Museum, che con quasi 6 milioni di visitatori è stato nel 2023 l’attrazione più popolare di Londra e dell’intero Regno Unito. La direzione del museo ha promesso di cambiare i sistemi di catalogazione e di sottoporli a più severi controlli. Ma questo è l’impegno per il futuro. Dopo che il furto è venuto alla luce, il museo ha ammesso che almeno 1500 oggetti sono scomparsi dalla sua collezione: erano tutti conservati in archivio, dunque non esposti al pubblico. Di questi, 626 sono stati recuperati attraverso ricerche e indagini della polizia o di detective privati. Altri 100 oggetti sono stati individuati, ma non ancora restituiti. Fra gli oltre seicento oggetti recuperati, 268 sono stati rinvenuti con l’aiuto dell’Fbi, la polizia federale americana, che per l’occasione ha collaborato con Scotland Yard, nell’area di Washington, dove erano stati venduti a un collezionista di antichità, e in altre località degli Usa.
Tonio Birbiglia, un acquirente di New Orleans, che all’epoca lavorava per un negozio di antiquariato, ha raccontato agli agenti e poi confermato alla Bbc di avere comprato nel 2016 due gemme (un ametista che ritrae un Cupido su un delfino e un gioiello a forma di scarabeo) su eBay da “sultan 1966” rispettivamente per l’equivalente di 42 e 170 sterline, ma ha detto di non esserne più in possesso, avendole evidentemente poi rivendute per trarne un profitto. È lui ad avere effettuato i pagamenti su PayPal a favore di un conto intestato all’email del professor Peter Higgs.
Altre tre americani, compratori di materiali in seguito risultati di proprietà del British Museum, hanno testimoniato di avere avuto contatti online con un uomo che si identificava come “Paul Higgins”, un nome molto simile a Peter Higgs.
Ma l’America non è l’unico Paese in cui il curatore avrebbe venduto gli oggetti trafugati: le tracce delle sue compravendite, nell’arco di svariati anni, portano anche a Copenaghen, Parigi, Colonia e Hong Kong. Secondo il British Museum, che ha avviato una causa civile per risarcimento danni nei suoi confronti, il professor Higgs avrebbe ricavato almeno 100 mila sterline, pari a circa 115 mila euro, dai suoi furti di beni che il proprietario non sapeva di avere.