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La Newsletter. Le sfide dei partiti italiani nel grande gioco delle elezioni europee

Meloni vs Schlein. Salvini vs Tajani. Renzi vs Calenda. Più la partita di Conte. Chi vincerà potrà poi dire la sua a Bruxelles
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Come fosse un gioco delle coppie, proviamo ad acciuffare il senso delle elezioni europee usando lo specchio, quello che restituisce per ogni leader l’immagine del suo avversario: Giorgia Meloni ed Elly Schlein, Matteo Salvini e Antonio Tajani, Matteo Renzi e Carlo Calenda. A parte lasciamo invece Giuseppe Conte, che in effetti gioca in autonomia una partita spregiudicata e improbabile: sorpassare il Pd, sognando ancora la guida della coalizione e addirittura un ritorno a Palazzo Chigi.

Meloni vs Schlein

Meloni e Schlein hanno in comune un destino: non sono state viste arrivare. Ora che stanno lì, però, devono dimostrare di nuovo tutto: possono fallire o trionfare, ma tutto…

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Come fosse un gioco delle coppie, proviamo ad acciuffare il senso delle elezioni europee usando lo specchio, quello che restituisce per ogni leader l’immagine del suo avversario: Giorgia Meloni ed Elly Schlein, Matteo Salvini e Antonio Tajani, Matteo Renzi e Carlo Calenda. A parte lasciamo invece Giuseppe Conte, che in effetti gioca in autonomia una partita spregiudicata e improbabile: sorpassare il Pd, sognando ancora la guida della coalizione e addirittura un ritorno a Palazzo Chigi.

Meloni vs Schlein

Meloni e Schlein hanno in comune un destino: non sono state viste arrivare. Ora che stanno lì, però, devono dimostrare di nuovo tutto: possono fallire o trionfare, ma tutto ciò che sta in mezzo è difficile sopravvivenza. La presidente del Consiglio immaginava il 9 giugno come festa della consacrazione. L’obiettivo prima dichiarato e poi dimenticato aveva davanti il numero tre: 30%, come prima di lei Berlusconi, Renzi, Salvini. Adesso ci spera, ma ha iniziato a temere. Le hanno spiegato che dipende dall’affluenza, che il boom è ancora possibile, dipende dalla polarizzazione della campagna. Nel dubbio, ha messo mano all’asticella: giù, sempre più giù, fino a tornare all’autunno del 2022. Vittoria, per lei, è un voto in più delle Politiche, dove ottenne il 26%.


Un voto in meno, però, sarebbe un vero disastro: già governa con le casse vuote, di provvedimenti che lasciano un segno non c’è traccia da mesi, cosa ne sarebbe di Palazzo Chigi senza l’investitura elettorale che tutto condona (quello politico, non dei tramezzi e delle finestre fuori posto appena varato come spot elettorale)? E poi, riuscire in patria non garantirà comunque successo e centralità in Europa: l’armonia con Marine Le Pen, una che in passato non ha temuto di difendere anche la Francia di Vichy, non le gioverà.

L’Europa che non c’è

Gioca al pompiere anche Elly Schlein, segretaria aliena calata su un partito in piena crisi di mezza età. Per lei sono le prime vere elezioni da leader, dopo il successo inimmaginabile dei gazebo. Come per Meloni, vale il meccanismo dell’asticella spinta verso il basso. Il successo, è opinione diffusa in tutto il Partito democratico, passa anche in questo caso da un numero: 20. Restando sotto, non avrà sfondato e la sua segreteria finirà nel buco nero delle correnti cannibali. Sopra, potrà difendersi. E immaginare di poter governare il centrosinistra alternativo a Meloni. Ovvio poi che per Giorgia ed Elly vale anche un altro criterio: la forbice. Maggiore è la distanza, più facile sarà per la premier consolidarsi. Minore il divario, più semplice per la leader del Pd sostenere di aver indebolito la destra al governo.

Salvini vs Tajani

Poi ci sono le coppie che scoppiano. Alleati loro malgrado, Matteo Salvini e Antonio Tajani, avversari per la sopravvivenza, sono entrambi vittime della costante ricerca di spazio vitale di Fratelli d’Italia. Fosse per Meloni, dubbi non ve ne sarebbero: l’azzurro al giusto posto, tranquillo e collaborativo, in piedi ma senza esagerare, il leghista piegato e irrilevante ad espiare anni di dispetti inseguendo la destra più dura. Anche per loro due, comunque, il destino sarà deciso dai numeri. Intanto, vince chi supera l’altro. Soprattutto se lo scatto finale dovesse premiare Tajani, che sei mesi fa ragionava di come chiudere senza troppe lacrime un partito orfano di Silvio.

(ansa)

Per salvarsi, Salvini ha invece deciso di concedere l’anima al generalissimo Vannacci, per un pugno di voti. E certo, potrebbe anche finire male per entrambi: percentuali bassine e lotta tra poveri. Ma è più probabile che uno dei due schiacci l’altro, smuovendo pericolosamente gli equilibri del governo. Quanto al loro ruolo a Bruxelles, è tutto abbastanza semplice: Tajani, che guida la succursale italiana del Ppe, sosterrà la nuova commissione (e chissà, se i popolari dovessero perdersi alla ricerca di un nome per i vertici istituzionali del continente, il ministro degli Esteri potrebbe anche entrare clamorosamente nella rosa). Quanto a Salvini, farà probabilmente quello che ha fatto anche nei cinque anni precedenti: fuori dalla maggioranza all’Europarlamento, senza contare e senza incidere.

Renzi vs Calenda

Poi ci sono Matteo Renzi e Carlo Calenda. Di coppia non si può neanche parlare, al massimo di ex. Si sono fatti la guerra prima e dopo le politiche, tranne brevissima tregua per portare il terzo polo in Parlamento. Da mesi si randellano, ignorando le regole della competizione: per entrare all’Europarlamento serve il 4%. Qui la sfida è insomma meno filosofica delle altre: superare il quorum è un trionfo e garantisce la sopravvivenza, sotto quella soglia c’è solo l’oblio. Macron, nel cui gruppo liberale dovrebbero entrare renziani e azionisti, li aveva pregati di fare la pace, anche per finta, creando assieme ad Emma Bonino una lista unica. Calenda si è negato, ne ha fatto battaglia di coerenza dopo le liti del passato, adesso chissà come finirà.

(leoni)

Conte

Infine, Giuseppe Conte. Cinque anni fa, fece leva sul sostegno a Ursula von der Leyen per cappottare il governo: in realtà, fu soprattutto Salvini a combinare un Papeete e far nascere la maggioranza giallorossa con i democratici. Penalizzato dalla polarizzazione delle due leader, ha provato di recente a interpretare la logica proporzionale seguendo la regola aurea che recita: il nemico è chi siede al mio fianco. Dunque, ha bombardato il Pd, partendo dal caso di Bari. Non ha sfondato e ha ripiegato, tornando a colpire la destra di Meloni.

(fotogramma)

Voleva anche superare Schlein e prendere lo scettro della coalizione, ma i sondaggi non sembrano dargli corda. Adesso l’obiettivo minimo è contenere il divario e, possibilmente, indebolire il governo: solo se si avvicina la necessità di un’alternativa i cinquestelle rientreranno in gioco. Ammesso che il campo largo sia ancora tra gli obiettivi di Conte. Ha costruito un governo politico con Salvini, poi col centrosinstra, infine ha fatto nascere e affossato Draghi: le geometrie fluide sono il suo forte.

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