Mark Rutte, cade l'ultimo veto: sì della Romania. Chi è il falco olandese dell’austerity nuovo leader della Nato
di Daniele Castellani PerelliMark Rutte no, non è un idealista. “Nel settembre del 2017 – ci racconta Simon Otjes, politologo dell’Università di Leiden – parlando alla conferenza HJ Schoo disse: ‘Le persone con una visione? Dovrebbero andare dall’oculista’. Direi che possiamo considerarlo il suo motto”. Ma chi è davvero questo leader olandese che tra pochi giorni diventerà ufficialmente segretario generale della Nato al posto di Jens Stoltenberg, dopo che oggi è arrivato l’ultimo via libera del presidente romeno Klaus Iohannis? Un cinico pronto a tutto, come sembrerebbe dimostrare l’accordo raggiunto martedì con il premier ungherese filorusso Viktor Orbán, a cui in cambio del sostegno alla nomina ha assicurato un opt-out grazie al quale Budapest non dovrà fornire personale e fondi alla Nato in caso di impegno diretto in Ucraina? Oppure un abile politico che ha assicurato la stabilità dell’Olanda nei suoi 13 anni consecutivi da premier, dal 2010 al luglio scorso, e che a un vertice Nato del 2018 seppe placare pers…
Mark Rutte no, non è un idealista. “Nel settembre del 2017 – ci racconta Simon Otjes, politologo dell’Università di Leiden – parlando alla conferenza HJ Schoo disse: ‘Le persone con una visione? Dovrebbero andare dall’oculista’. Direi che possiamo considerarlo il suo motto”. Ma chi è davvero questo leader olandese che tra pochi giorni diventerà ufficialmente segretario generale della Nato al posto di Jens Stoltenberg, dopo che oggi è arrivato l’ultimo via libera del presidente romeno Klaus Iohannis? Un cinico pronto a tutto, come sembrerebbe dimostrare l’accordo raggiunto martedì con il premier ungherese filorusso Viktor Orbán, a cui in cambio del sostegno alla nomina ha assicurato un opt-out grazie al quale Budapest non dovrà fornire personale e fondi alla Nato in caso di impegno diretto in Ucraina? Oppure un abile politico che ha assicurato la stabilità dell’Olanda nei suoi 13 anni consecutivi da premier, dal 2010 al luglio scorso, e che a un vertice Nato del 2018 seppe placare persino le ire di Donald Trump (con cui forse tornerà a trattare)?
Chi è Mark Rutte
Nato a L’Aia 57 anni fa, Mark Rutte è figlio di un commerciante che lavorò nelle Indie orientali olandesi e di una segretaria. Pianista mancato, si è laureato in storia a Leiden ed è stato a capo dei giovani liberali del Partito popolare per la libertà e la democrazia (Vvd). Mentre iniziava una breve carriera come manager delle risorse umane in Unilever e Calvé ha cominciato a scalare il suo partito, che ha guidato poi dal 2006 al 2023, diventando il primo ministro che ha governato più a lungo nel suo Paese e che fino all’anno scorso era in Europa, proprio dopo Orbán, da più tempo al potere.
Alto 1,94 metri, protestante, celibe, sei fratelli di cui uno morto per Aids, Rutte è noto per la sua vita modesta: vive nella stessa casa dell’Aia che comprò con degli amici da ragazzo, si muove in bicicletta (o al limite con una vecchia Saab), e anche da premier ha continuato a insegnare studi sociali in un liceo una volta a settimana e a portare regolarmente al ristorante indonesiano l’anziana madre (sorella della prima moglie del marito, il padre di Rutte, che nella colonia asiatica fu internato in un campo giapponese).
Nella politica nazionale ha saputo destreggiarsi tra coalizioni deboli – quasi sempre governi di minoranza – e alcuni scandali da cui è uscito indenne, guadagnandosi il soprannome di “Teflon Mark”.
Nello scenario internazionale si è distinto invece per essere un liberal-conservatore di tipo anglosassone e un fautore dell’austerity, il “Mr. No” leader dei Paesi frugali che non facevano sconti all’Italia e alla Grecia (ma dopo aver promesso “mai più un centesimo ad Atene” ne approvò il salvataggio e venne chiamato “Pinocchio” dal sovranista Geert Wilders); e infine poi per il sostegno deciso all’Ucraina (è stato tra i primi leader a promettere F-16 a Kiev) e per una linea sempre più dura sull’immigrazione (andò con Meloni e von der Leyen a Tunisi per il discusso patto con Kais Saied).
Se un tempo aveva avuto buoni rapporti con Putin, l’abbattimento da parte dei filorussi ucraini dell’aereo MH17, su cui viaggiavano quasi 200 olandesi, cambiò tutto: per giorni tempestò Putin di telefonate perché recuperasse i cadaveri e l’unica volta che pianse da premier, disse, fu quando seppe che quei corpi stavano tornando in patria. E se tornasse Trump? Rutte non solo lo calmò a un vertice Nato, ma alla Casa Bianca tanta era la familiarità che osò interromperlo davanti ai giornalisti mentre ipotizzava il fallimento del negoziato sugli accordi commerciali tra Usa e Ue.
Un abile negoziatore
Il nuovo segretario della Nato è sulla cresta dell’onda da decenni, eppure per gli olandesi è ancora “l’enigma Rutte”. Così si chiama l’ultima biografia pubblicata nel Paese e scritta da Wilma Borgman, giornalista di Nos: “Lo osservo da ormai venti anni, l’ho intervistato un numero incalcolabile di volte, ho parlato con lui e di lui all’infinito, eppure temo di non poter dire di conoscerlo – ci dice Borgman – Sembra sempre allegro, ottimista e spontaneo ma dopo tutti questi anni so che con lui molto poco è spontaneo. Prepara tutto, ha una memoria di ferro e un talento infallibile nel capire di cosa ha bisogno la persona con cui sta negoziando”. Un aneddoto è rivelatorio: “Lodewijk Asscher, vicepremier nel suo secondo gabinetto, ci ha raccontato che durante una trattativa Rutte scoprì che il suo interlocutore era del Feyenoord e così disse: ‘So che ne sei tifoso, vogliamo chiamare il nostro patto ‘patto Feyenoord’? Dettaglio non trascurabile: Rutte tifa Ajax”. Ancora una volta: è cinismo o abilità? “Trovare un accordo e rimanere al potere per lui conta più del contenuto dell’accordo. Rutte non ha idee forti. Maxime Verhagen, suo vicepremier nel suo primo gabinetto, dice che nei patti di coalizione l’unica cosa che il premier riteneva veramente importante era il limite di velocità a 130 chilometri orari in autostrada”.
L’accordo con Orbán
Due sono le mosse recenti che più gli vengono rimproverate. Una è appunto il modo molto adulatorio con cui ha ottenuto il sì del riluttante Orbán alla sua nomina alla Nato. Gli ha scritto una lettera in cui ha in qualche modo chiesto scusa per dei commenti fatti nel 2021 contro le politiche anti-Lgbtq del sovranista: “O rispetta le regole o se ne va dall’Ue. Dobbiamo metterlo in ginocchio”, disse. Invece alla fine in ginocchio ci si messo lui e ha assicurato a Orbán che come capo dell’Alleanza lavorerà “per mantenere l’unità e trattare tutti gli alleati con lo stesso livello di comprensione e rispetto”.
“È molto bravo a scusarsi – ci spiega Petra De Koning, giornalista di Nrc e autrice di una biografia uscita nel 2020 – Così come è bravo a studiare gli altri e capire cosa sia importante per loro: vogliono i complimenti? Vogliono essere abbracciati? Vogliono che lui si mostri umile, come fece con Erdogan a Istanbul (sempre per avere l’ok alla sua nomina alla Nato, ndr)? Non ha un grande ego, anche se a volte, dietro le quinte, ha esplosioni di rabbia. Da premier è stato estremamente flessibile. Ha lavorato con la sinistra e la destra pur di rimanere al potere. Non è l’ideologia a muoverlo. Il suo liberalismo è, in sostanza: lasciate la gente vivere la propria vita come vuole, purché si rispetti la legge. Infatti è inusuale il conflitto che ha avuto proprio con Orbán sui diritti Lgbtq. Ma va ricordato che sull’opt-out all’Ungheria lo stesso attuale segretario generale Stoltenberg aveva garantito a Budapest che potevano astenersi da ulteriori aiuti a Kiev”.
I rapporti con Wilders
Tutte le persone da noi sentite sono unanimi però nel non dare a Rutte responsabilità nell’altro patto di potere che lo ha in qualche modo toccato in questi mesi: l’alleanza tra il suo partito Vvd e il Pvv, l’estrema destra di Geert Wilders, che ha permesso a quest’ultima di andare per la prima volta al potere. Rutte non era già più leader del partito, ma ne è ancora figura carismatica, senza dimenticare che è tuttora premier ad interim. “L’intesa con Wilders è responsabilità della sua erede Dilan Yesilgöz. È vero che Rutte non ha fatto commenti, ma durante la sua lunga leadership ha bloccato ogni collaborazione con il Pvv – dice Petra De Koning – Imparò la lezione dopo che il suo primo governo venne fatto cadere da Wilders dopo due anni di appoggio esterno”.
Machiavellico o no, non è questo il punto, secondo il politologo Simon Otjes: “È anzitutto un ottimista, un pragmatico che cerca sempre con energia una soluzione. In quanto negoziatore eccellente, forse sarebbe stato ancora più adatto alla presidenza del Consiglio europeo, altra carica a cui era candidato. In Olanda c’è chi lo ricorderà in negativo per i tagli al welfare, alcuni scandali e un rapporto opaco con la verità, ma c’è anche chi già adesso rimpiange la sua abilità negoziale. La nuova coalizione è destinata al fallimento, forse anche perché in Olanda non c’è più in giro un Mark Rutte”.