Meloni riceve Orbán a Roma per far slittare le nomine Ue
di Lorenzo De CiccoROMA — La cornice è quella di un vertice istituzionale. La premier del governo italiano incontra l’omologo ungherese, che dal 1° luglio si appunta i galloni di presidente di turno del Consiglio Ue. Ma a Palazzo Chigi, alle 4 di oggi pomeriggio, Giorgia Meloni e Viktor Orbán discuteranno anche, e soprattutto, da leader politici sulla corda. La presidente di FdI è costretta a giocare su due tavoli. Per evitare di finire all’angolo nella trattativa sui top jobs europei, sensazione assaporata la settimana scorsa a Bruxelles, dovrà sagomare la sua strategia in corsa. Facendosi concava e convessa. E così se da un lato i contatti informali con Ursula von der Leyen non si sono mai interrotti, anche in questi giorni tribolati, dall’altro l’abbraccio con Orbàn a favore di flash, fra gli stucchi di Chigi, servirà alla premier per fornire una narrazione: di un asse sovranista che si rinsalda, per provare a evitare che Francia e Germania, con la Polonia di Tusk, decidano da sole, tagliando fuori R…
ROMA — La cornice è quella di un vertice istituzionale. La premier del governo italiano incontra l’omologo ungherese, che dal 1° luglio si appunta i galloni di presidente di turno del Consiglio Ue. Ma a Palazzo Chigi, alle 4 di oggi pomeriggio, Giorgia Meloni e Viktor Orbán discuteranno anche, e soprattutto, da leader politici sulla corda. La presidente di FdI è costretta a giocare su due tavoli. Per evitare di finire all’angolo nella trattativa sui top jobs europei, sensazione assaporata la settimana scorsa a Bruxelles, dovrà sagomare la sua strategia in corsa. Facendosi concava e convessa. E così se da un lato i contatti informali con Ursula von der Leyen non si sono mai interrotti, anche in questi giorni tribolati, dall’altro l’abbraccio con Orbàn a favore di flash, fra gli stucchi di Chigi, servirà alla premier per fornire una narrazione: di un asse sovranista che si rinsalda, per provare a evitare che Francia e Germania, con la Polonia di Tusk, decidano da sole, tagliando fuori Roma dal cuore delle trattative (e da un ruolo di peso).
Meloni, con Orbán - che dopodomani sarà a Parigi da Macron - potrebbe far passare il messaggio che per i nuovi assetti nella Commissione Ue sia necessario aspettare le elezioni francesi, «che ci preoccupano», ha detto ieri Olaf Scholz. Dunque l’obiettivo di fondo sarebbe far saltare con un «blitz» il Consiglio europeo del 27 e 28 giugno. Ma potrebbe anche essere solo una posa, quella di Meloni: alzare la posta nei prossimi 2-3 giorni, per passare all’incasso subito. Senza aspettare la possibile vittoria di Marine Le Pen, che comunque è ancora associata, all’Eurocamera, con la Lega di Salvini. Non con i Conservatori a trazione FdI.
A proposito: a via della Scrofa c’è chi è ancora convinto che la premier oggi farà un ultimo tentativo con Orbán, invitandolo ad entrare in Ecr, chiedendo però garanzie pubbliche, scritte, sulla collocazione atlantica e la difesa di Kiev (difficili, per un leader così vicino a Mosca). Ma anche tra i Fratelli, la riuscita dell’operazione è considerata poco probabile. «Intorno al 30%». Anche perché i polacchi del Pis, iper-atlantisti, potrebbero uscire da Ecr, piuttosto che attovagliarsi con Orbán. Meloni, insomma, deve evitare che i Conservatori diventino una maionese impazzita, a 10 giorni dalla formalizzazione dei gruppi all’Europarlamento, il 4 luglio. L’azzardo di Meloni, come detto, è una puntata su due tavoli. Da un lato, lavora per passare da destra “responsabile”, se Orbán strappa e si fa un gruppo in autonomia, all’opposizione di von der Leyen. Dall’altro può sfruttare il vertice di oggi, per dare l’idea di un riavvicinamento col magiaro, a mo’ di minaccia. Certo, Italia e Ungheria da sole non hanno potere di veto al Consiglio. Ma i numeri di von der Leyen, se non va in porto l’accordo coi Verdi, sarebbero ballerini, nel pallottoliere della fiducia a Strasburgo.
Cosa vuole ottenere Meloni in questa partita? Una vicepresidenza della Commissione, con un portafoglio di peso. L’opzione A, per la premier, è il Pnrr, da affidare a Raffaele Fitto. Di questo ha discusso col vice Antonio Tajani, la sua sponda nel Ppe, nel viaggio di ritorno dalla festa del Giornale. E Manfred Weber, il presidente dei Popolari, avrebbe timidamente aperto a Ecr. Strappasse subito questa poltrona, Meloni accetterebbe di chiudere la trattativa anche giovedì (a Roma le deleghe di Fitto potrebbero finire temporaneamente a Mantovano). Se riuscisse a sventare l’isolamento in Ue, Meloni dovrebbe però trovare la formula per far digerire al suo elettorato la promessa: «Mai con la sinistra». Perché voterebbe per il bis di von der Leyen coi socialisti. Potrebbe raccontare che si tratta di un appoggio esterno, non di un patto di maggioranza, che non vuole nemmeno il Pse. Sarebbe, in ogni caso, un tradimento della linea pre-voto, su cui soffierebbe Salvini. Che oggi sarà a Roma, al varco. Per il leghista, non sono in agenda incontri con Orbàn. Ma mai dire mai.