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Giovani, benestanti e figli di politici: ecco i terroristi dei raid in Daghestan

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Nessuno rivendica e l’inchiesta parte dai cinque attentatori uccisi dopo l’attacco
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Della storica sinagoga Kele-Numaz di Derbent, la città più antica di Russia, sono rimaste soltanto le nude pareti di calcestruzzo e le putrelle annerite, poi solo cenere. Nella vicina Chiesa dell’Intercessione della Beata Vergine Maria c’è ancora una macchia di sangue sul parquet là dove è stato sgozzato l’arciprete ortodosso 66enne, padre Nikolaj Kotelnikov, che prestava servizio da oltre 40 anni. E a Makachkala proiettili hanno forato le mura della Cattedrale dell’Assunzione e una Molotov ha annerito le pareti del tempio ebraico. All’indomani del duplice attentato che ha provocato 20 morti, di cui 15 poliziotti, e almeno 46 feriti nella domenica della Santa Trinità, la Pentecoste ortodossa, il Daghestan si sveglia nel lutto. L’operazione «antiterrorismo» si è conclusa e cinque attentatori sono stati «liquidati», assicura il Comitato antiterrorismo russo. «La loro identità è stata accertata». È da qui che, in assenza di una rivendicazione, partono le indagini.

Gli attentatori e le…

Della storica sinagoga Kele-Numaz di Derbent, la città più antica di Russia, sono rimaste soltanto le nude pareti di calcestruzzo e le putrelle annerite, poi solo cenere. Nella vicina Chiesa dell’Intercessione della Beata Vergine Maria c’è ancora una macchia di sangue sul parquet là dove è stato sgozzato l’arciprete ortodosso 66enne, padre Nikolaj Kotelnikov, che prestava servizio da oltre 40 anni. E a Makachkala proiettili hanno forato le mura della Cattedrale dell’Assunzione e una Molotov ha annerito le pareti del tempio ebraico. All’indomani del duplice attentato che ha provocato 20 morti, di cui 15 poliziotti, e almeno 46 feriti nella domenica della Santa Trinità, la Pentecoste ortodossa, il Daghestan si sveglia nel lutto. L’operazione «antiterrorismo» si è conclusa e cinque attentatori sono stati «liquidati», assicura il Comitato antiterrorismo russo. «La loro identità è stata accertata». È da qui che, in assenza di una rivendicazione, partono le indagini.

Gli attentatori e le loro famiglie

Le autorità hanno fermato e interrogato Magomed Omarov, capo del distretto Sergokalinskij, nonché funzionario del partito Russia Unita. Un attentatore era suo figlio, il 31enne Osman, e un secondo suo nipote, Abdusamad Amadziev, 32 anni. Omarov si è difeso: ha ammesso di sapere che il figlio Osman fosse wahhabita, ma ha detto di averlo allontanato dalla famiglia. Non è bastato. Il partito lo ha espulso e il governatore del Daghestan Sergej Melikov lo ha destituito da capo distrettuale. Il terzo attentatore, invece, era un noto combattente di arti marziali locali, Gadzhimurad Kagirov, 28 anni. Il quarto, il 36enne Ali Zakarigaev, lavorava presso la compagnia del gas locale ed era un funzionario del partito Russia Giusta. Non è chiaro se il quinto attentatore fosse Adil Omarov, altro figlio di Magomed, o il 42enne Dalgat Daudov. Stando al governatore Melikov, gli attentatori sarebbero stati sei e non cinque. Quel che è certo è che, come ha notato Melikov, «gli autori non erano poveri che hanno persino accettato di farsi saltare in aria per motivi di denaro, ma piuttosto ricchi». È il segno che il jihadismo locale si è oramai infiltrato nello spazio pubblico e non irretisce più soltanto i giovani degli strati più poveri della popolazione.

Repubblica multietnica

Incastonata tra le acque del Mar Caspio e i monti del Caucaso, la Repubblica del Daghestan è la più multietnica e musulmana della Federazione russa: conta oltre 30 etnie, 13 lingue locali e circa il 95% della popolazione musulmano. Ma è anche la più povera con un tasso di disoccupazione ufficiale del 12,8% ed è tra le tre peggiori regioni per istruzione scolastica. Questo contesto e le due guerre separatiste nella vicina Cecenia hanno radicalizzato molti musulmani, in particolare d’ispirazione salafita, corrente ultraconservatrice dell’Islam. Alla minaccia le autorità rispondono con rastrellamenti indiscriminati, operazioni anti-terrorismo che impongono il coprifuoco per settimane a interi villaggi e schedature del Dna degli ultraconservatori. Ogni arresto di un vero o presunto jihadista è una voce che aumenta sussidi e promozioni per le forze di polizia, ma non fa che alienare la popolazione e alimentare il jihadismo in un circolo vizioso di violenze. In più, le autorità musulmane ufficiali, sotto la pressione dello Stato, parlano con estrema cautela, pena l’espulsione o il carcere con accuse inverosimili, e così facendo perdono influenza tra i giovani.

Esempio di convivenza

Il capoluogo Makachkala e la città costiera Derbent, teatro degli attacchi, sono due esempi di convivenza multietnica e multireligiosa con una comunità ebraica che qui risale al V secolo. Non a caso padre Nikolaj, ucciso a Derbent, era raffigurato in città insieme a un imam e a un rabbino in una statua chiamata “Confraternita delle religioni”. Chiunque ci fosse dietro al duplice attentato, colpendo chiese ortodosse e sinagoghe voleva colpire questo modello di pacifica convivenza. Melikov ha provato ad alludere a un legame con l’Ucraina: «La guerra sta arrivando anche nelle nostre case. L’abbiamo sentita, ma oggi la affrontiamo». Ma l’unico legame con il conflitto in Ucraina, semmai, è che le autorità russe sono così impegnate a stanare “sabotatori”, “terroristi” e “traditori” al soldo di Kiev dall’aver sottovalutato la minaccia islamista, come dimostra la strage di 145 civili compiuta dall’Isis il 22 marzo alla Crocus City Hall di Mosca. Ma, a dimostrazione del fatto che i sentimenti estremisti sono ancora forti, lo scorso ottobre, una folla inferocita prese di mira un volo in arrivo da Israele all’aeroporto di Makhachkala e altri diedero alle fiamme un centro ebraico a Nalchik. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov però sostiene: «La società si è consolidata e tali manifestazioni terroristiche non sono sostenute». E per la tv di Stato quel che è accaduto merita soltanto due minuti nel tg serale evitando accuratamente di menzionare la parola “attacco terroristico”.

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