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La Jihad del Caucaso che ora spaventa Putin distratto dall’Ucraina

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Dopo il declino dell’Isis e le sconfitte in Iraq e Siria, i miliziani locali rialzano la testa
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Dopo l’assalto alla Crocus Hall di Mosca, che uccise 145 persone, lo Stato islamico fece uscire una rivendicazione nel giro di poche ore per dissolvere lo spesso strato di teorie del complotto e di annunci di propaganda che si stava formando. Il governo russo stava tentando di dare la colpa della strage ai servizi segreti dell’Ucraina e così il gruppo estremista cominciò a diffondere in sequenza comunicati di rivendicazione sempre più precisi e ricchi di dettagli, fino a includere materiale che soltanto gli attentatori potevano avere – in particolare un video truculento che li mostrava tra le altre cose uccidere una vittima con un pugnale.

Nel caso del doppio attacco di domenica in Daghestan la rivendicazione ufficiale tarda ad arrivare, ma la scelta dei bersagli parla da sola: una sinagoga, due chiese e gli uomini dei servizi di sicurezza che per ore hanno tentato di frapporsi.
La sezione in russo di al Azaim, un canale …

Dopo l’assalto alla Crocus Hall di Mosca, che uccise 145 persone, lo Stato islamico fece uscire una rivendicazione nel giro di poche ore per dissolvere lo spesso strato di teorie del complotto e di annunci di propaganda che si stava formando. Il governo russo stava tentando di dare la colpa della strage ai servizi segreti dell’Ucraina e così il gruppo estremista cominciò a diffondere in sequenza comunicati di rivendicazione sempre più precisi e ricchi di dettagli, fino a includere materiale che soltanto gli attentatori potevano avere – in particolare un video truculento che li mostrava tra le altre cose uccidere una vittima con un pugnale.

Nel caso del doppio attacco di domenica in Daghestan la rivendicazione ufficiale tarda ad arrivare, ma la scelta dei bersagli parla da sola: una sinagoga, due chiese e gli uomini dei servizi di sicurezza che per ore hanno tentato di frapporsi.
La sezione in russo di al Azaim, un canale di propaganda dello Stato islamico che in teoria è illegale ma per ora è visibile su un paio di app di messaggistica, domenica ha subito elogiato «i nostri fratelli del Caucaso» per l’operazione e molti simpatizzanti del gruppo hanno fatto ricircolare sui loro canali un montaggio video che cuce assieme tutti gli spezzoni che si vedono in giro sui social media – girati da testimoni casuali che con l’attacco non c’entrano nulla. Non è una rivendicazione ufficiale ma quasi, e la natura stessa dell’attacco fa pensare a un’operazione a lungo progettata dallo Stato islamico: due gruppi di fuoco che attaccano in simultanea gli stessi obiettivi in due città differenti e combattono a oltranza, fino alla morte.

A questo punto, se prendiamo come ipotesi di lavoro che dietro a questo doppio attentato in Daghestan ci sia lo Stato islamico, abbiamo due possibilità davanti. Una è che l’attacco sia stato organizzato dallo Stato islamico nel Khorasan, come tutti gli altri grandi attentati all’estero che hanno fatto centinaia di vittime negli ultimi sei mesi – dall’Iran a Mosca. Di quello sappiamo ormai molto. La seconda possibilità invece è che stiamo assistendo al ritorno dello Stato islamico nel Caucaso, una divisione locale del gruppo che era entrata in sonno da sei anni.

Le repubbliche della Federazione russa nel Caucaso hanno prodotto migliaia di volontari jihadisti. Secondo le cifre riportate dal Carnegie Institute, un think tank che ha studiato il fenomeno, dieci anni fa dal Daghestan potrebbero essere partiti fino a duemila volontari per andare a combattere la guerra santa in Siria e in Iraq, quindi più dei millecinquecento partiti dalla Francia – uno Stato che è considerato a rischio di proselitismo estremista. Con la differenza che la popolazione dell’intero Daghestan è di poco superiore ai tre milioni. La divisione russofona dello Stato islamico era una delle più forti e aveva un canale di propaganda tutto suo, al Furat, che in arabo vuol dire “l’Eufrate” e pubblicava regolarmente video.

Con il declino dello Stato islamico e le sconfitte militari in Iraq e Siria, i combattenti russofoni hanno finito per essere i più esposti in mezzo a un ambiente diventato di colpo molto ostile. A differenza dei loro confratelli arabi non potevano mescolarsi alla gente comune, non potevano farsi riassorbire dalla corrente e farsi dimenticare. Alcuni sono riusciti a compiere in clandestinità il viaggio inverso, dalla Siria al Caucaso, ma la maggioranza è stata uccisa oppure è finita in prigione. Adesso però ci sono segnali di ripresa. Una settimana fa il dipartimento del Tesoro americano ha messo sulla lista delle persone sanzionate per terrorismo globale un uomo, Adam Khamirzaev, che è accusato di essere il capo dello Stato islamico in Georgia, la ex repubblica sovietica nel Caucaso. È la prima volta che si parla di un capo dell’Isis in Georgia e di un’organizzazione completa al suo servizio. Khamirzaev è accusato di essere il mandante della tentata strage in una chiesa cattolica di Istanbul il 28 gennaio (sventata soltanto perché l’arma del terrorista si è inceppata).

È possibile che questo ritorno del terrorismo sia favorito dal fatto che l’apparato di sicurezza russo è costretto a concentrarsi, come mai prima, sull’invasione in Ucraina. Mosca ha assegnato la priorità massima alla lotta contro il network di agenti ucraini che in questi anni ha colpito bersagli importanti in territorio russo – ed è persino entrato all’interno di basi militari. Decine di migliaia di uomini che sarebbero utili nell’antiterrorismo in questo momento devono fare altro. Molti sono stati uccisi o feriti sul fronte ucraino, alcuni sono stati fatti prigionieri. E mentre la Russia consuma risorse all’estero, in casa si riaccende la violenza.

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