PARIGI — Alle 20.01 da Piazza della Battaglia di Stalingrado parte un boato: i primi exit poll danno in testa il Nuovo Fronte Popolare, e il popolo di Jean-Luc Mélenchon esplode in una festa che andrà avanti tutta la sera, tra Inti-Illimani, Bella Ciao e hiphop arrabbiato. Il campo largo ha vinto, la sinistra ha vinto. Il popolo francese, ancora una volta, s’è unito contro l’avanzata della destra di Marine Le Pen.
«Il popolo ha scartato la soluzione peggiore: il Front National è lontano dall’avere una maggioranza assoluta», si esalta Mélenchon poco dopo quell’urlo collettivo di sollievo. Il leader della France Insoumise appare con la sua cravatta rossa e la giacca blu d’ordinanza su un piccolo palco allestito per i giornalisti, nella rotonda della grande piazza a nordest di Parigi. E tira subito le sue linee rosse.
Chiede «le dimissioni del primo ministro» Attal, pretende da Emmanuel Macron «che dia l’incarico al Nuovo fronte popolare» e avverte gli alleati: «Nessun sotterfug…
PARIGI — Alle 20.01 da Piazza della Battaglia di Stalingrado parte un boato: i primi exit poll danno in testa il Nuovo Fronte Popolare, e il popolo di Jean-Luc Mélenchon esplode in una festa che andrà avanti tutta la sera, tra Inti-Illimani, Bella Ciao e hiphop arrabbiato. Il campo largo ha vinto, la sinistra ha vinto. Il popolo francese, ancora una volta, s’è unito contro l’avanzata della destra di Marine Le Pen.
«Il popolo ha scartato la soluzione peggiore: il Front National è lontano dall’avere una maggioranza assoluta», si esalta Mélenchon poco dopo quell’urlo collettivo di sollievo. Il leader della France Insoumise appare con la sua cravatta rossa e la giacca blu d’ordinanza su un piccolo palco allestito per i giornalisti, nella rotonda della grande piazza a nordest di Parigi. E tira subito le sue linee rosse.
Chiede «le dimissioni del primo ministro» Attal, pretende da Emmanuel Macron «che dia l’incarico al Nuovo fronte popolare» e avverte gli alleati: «Nessun sotterfugio, nessun accordo» sarà accettato. «Il Nuovo Fronte Popolare è pronto a governare», aggiunge. Ma qualsiasi coalizione futura dovrà assorbire «tutto il programma»: dalla cancellazione della riforma delle pensioni all’aumento del salario minimo. Più tardi salirà anche sul palco della piazza e chiederà le dimissioni di Macron. Nel lungo termine, è a quella poltrona che aspira il leader della France Insoumise. Che conclude il suo intervento citando una canzone di Jean Ferrat, “Ma France”, che parla di un Paese «bello, ribelle, che ha un futuro chiuso nelle sue mani».
Dal campo avverso dei macronisti di Renaissance, il ministro degli Esteri uscente Stéphane Séjourne gli risponde a stretto giro che «contrariamente a ciò che alcuni avevano predetto, il blocco centrale, repubblicano, moderato, è ancora qui». Per Macron non è stata la catastrofe che tutti si attendevano: la sua coalizione, Ensemble, è addirittura seconda, dietro il Nuovo Fronte Popolare. E Séjourne ricorda che nessuno ha raggiunto la maggioranza assoluta e apre al dialogo a chiunque aspiri a raggiungere una maggioranza, escludendo però che «Jean-Luc Mélenchon e un certo numero di suoi alleati» possano governare la Francia. Nei giorni scorsi la sua compagna di partito Yael Braun-Péivet aveva già proposto «una grande coalizione che vada dai Repubblicains agli ecologisti, ai comunisti».
La scommessa dei macronisti non è lunare. Tra il primo e il secondo turno, il campo largo alla francese ha già mostrato le prime crepe. E sono faglie destinate ad allargarsi inevitabilmente nei prossimi giorni quando dal Nuovo Fronte Popolare si faranno avanti i favorevoli a una convergenza con i marconisti per una Grande coalizione. Ieri il capo di Place Publique, Raphael Glucksmann, ha avvertito che «siamo in testa, ma in un’assemblea divisa» e che «bisogna comportarsi da adulti». Bisogna «discutere, dialogare», dunque con i macronisti.
Un perno del dialogo tra la galassia di sinistra e Renaissance è la leader dei verdi Marine Tondelier, «la seconda Marine», che ieri è apparsa nella sua ormai immancabile giacca verde esibendo nuovamente una tendenza naturale al dialogo. Nel tardo pomeriggio del giorno del primo turno, secondo diversi media avavea già chiamato Emmanuel Macron per fare l’accordo sulla desistenza. E su Libération aveva spiegato, la scorsa settimana, che «dobbiamo rinnovarci». Ieri ha sottolineato che «governeremo» e che «la giustizia sociale e la giustizia ambientalista hanno vinto».
Nei giorni scorsi Olivier Faure, segretario del Ps, aveva fatto sapere che i socialisti non faranno «da stampella a una maggioranza alla deriva», ma «se il Nuovo Fronte Popolare non sarà lontano dalla maggioranza assoluta e se ci sarà una disponibilità a discutere, dovremo mostrarci all’altezza della discussione». Ieri sera, invece, ha escluso alleanze con i macronisti e ha dato manforte a Mélenchon chiedendo anzitutto che si cestini la riforma-bandiera di Macron, quella delle pensioni. Anche il leader dei comunisti Fabien Roussel ha aperto a convergenze, ma «con delle linee rosse».
Persino nella France Insoumise, finora irriducibile a qualsiasi patto con Macron, sono emersi ribelli: François Ruffin, rieletto ieri, che in passato si è autodefinito «socialdemocratico», promuove il dialogo con le forze politiche più moderate. Anche a casa Mélenchon non è esclusa una spaccatura.