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L’amaro “day after” dell’estrema destra: Bardella punta il dito sugli “impresentabili”

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Il premier mancato: “Mi prendo una parte delle colpe”. Aliot, numero due del partito: “Certi personaggi non ci sarebbero dovuti essere”
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Parigi — Musi lunghi e capi cosparsi di cenere. È stato faticoso, il “day-after” dopo la disfatta di domenica. Il partito di Marine Le Pen è arrivato terzo contro ogni pronostico. E rimarrà ancora una volta fuori dai palazzi, lontano dal potere, grazie al patto di desistenza dell’arco costituzionale francese. I macronisti di Ensemble e il cartello del Nuovo Fronte Popolare hanno sventato il “piano Matignon”, l’arrivo al governo del Rassemblement National, rinsaldando il vecchio accordo repubblicano. E ieri all’estrema destra francese non è rimasto altro che leccarsi le ferite.

Dopo aver tuonato domenica contro l’“accordo del disonore” di macronisti e della sinistra, il capo di Rassemblement national, Jordan Bardella è stato il primo ad analizzare la sconfitta: «Mi prendo una parte di responsabilità» della “disfatta” del partito, ha dichiarato. E poi ha messo subito il dito nella piaga. Ci sarà bisogno di «rivedere le scelte» su «un certo numero di candidati», ha ruggito. Nomi che han…

Parigi — Musi lunghi e capi cosparsi di cenere. È stato faticoso, il “day-after” dopo la disfatta di domenica. Il partito di Marine Le Pen è arrivato terzo contro ogni pronostico. E rimarrà ancora una volta fuori dai palazzi, lontano dal potere, grazie al patto di desistenza dell’arco costituzionale francese. I macronisti di Ensemble e il cartello del Nuovo Fronte Popolare hanno sventato il “piano Matignon”, l’arrivo al governo del Rassemblement National, rinsaldando il vecchio accordo repubblicano. E ieri all’estrema destra francese non è rimasto altro che leccarsi le ferite.

Dopo aver tuonato domenica contro l’“accordo del disonore” di macronisti e della sinistra, il capo di Rassemblement national, Jordan Bardella è stato il primo ad analizzare la sconfitta: «Mi prendo una parte di responsabilità» della “disfatta” del partito, ha dichiarato. E poi ha messo subito il dito nella piaga. Ci sarà bisogno di «rivedere le scelte» su «un certo numero di candidati», ha ruggito. Nomi che hanno fatto il giro del mondo, nell’ultimo scampolo della brevissima campagna elettorale francese.

Come dimenticare Ludivine Daoudi, immortalata con un berretto da sottufficiale della Luftwaffe nazista. O Paule Veyre de Soras, che ha cercato di allontanare da sé ogni sospetto di razzismo ricordando il suo “dentista musulmano” e il suo “oculista ebreo”. O Laurent Gnaedig, secondo il quale il negazionismo di Jean-Marie Le Pen, il padre di Marine condannato a più riprese per il suo violento antisemitismo, «è un dettaglio». O Jonathan Rivière che ha definito i nazisti «il primo partito socialista di Adolf Hitler». O infine Daniel Grenon, che ha delirato di «nordafricani andati al potere nel 2016». E al di là delle ombre nazi, molti candidati si sono prodotti in spettacolari prove di ignoranza, come Estelle Chevallier, secondo cui viviamo ancora nella «seconda era glaciale» o il negazionista climatico René Lioret che sostiene che il vaccino anti-Covid faccia venire il cancro.

Nelle scorse settimane Mediapart e Libération ne avevano scovate decine di “pecore nere” tra i candidati di Rn. Figure che dimostrano ancora una volta, dopo decenni che prova a conquistare addirittura l’Eliseo, quanto sia impreparato il partito di Le Pen a governare una delle più importanti potenze economiche e militari del continente, e l’unica dell’Unione a possedere la bomba atomica. E a poche ore dalle elezioni, Marine Le Pen si era pure concessa a Christiane Amanpour sulla Cnn. E all’incalzante domanda sui candidati impresentabili aveva risposto, irritata, che «abbiamo dovuto trovare mille candidati in 48 ore». È chiaro che la discussione interna sulla débâcle dei candidati non potrà non danneggiare anche la padrona immarcescibile del partito.

Anche perché la pessima qualità dei candidati è stata ieri il leitmotiv della discussione post-voto di Rassemblement. Il vicepresidente del partito, Louis Aliot, ha parlato di una «grande frustrazione» per una sconfitta dovuta a «questa sorta di patto contronatura cosiddetto repubblicano», ma ha dovuto ammettere che «certi personaggi non ci sarebbero dovuto essere». Idem il portavoce del partito, Sébastien Chenu, che ha parlato di «scelta non ottimale» in certi collegi.

Bardella ha già promesso che farà pulizia degli impresentabili, Le Pen ha spiegato alla Cnn che saranno portati davanti alla commissione del partito ed eventualmente cacciati. Ma la vera nemesi, per il partito che aveva espulso l’ultradestra Afd dagli Identitari a Bruxelles per le frasi dello spitzenkandidat Krah sulle Ss, si ritrova a fare la stessa implacabile analisi delle proprie liste elettorali della leader dei tedeschi, Alice Weidel: «Dobbiamo fare una riflessione sui candidati», aveva ammesso a più riprese, dopo gli scandali che hanno travolto quelli più in vista. Altro che «destra pronta a governare». Meno male che i patti repubblicani reggono, nell’Europa carolingia. Almeno, per ora.

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