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Mohammed Deif, il camaleonte senza un occhio che pianificava gli attentati ai bus

(afp)

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Amico di Suleimani, legato all’Iran, ha ideato la strategia dei tunnel e gli attacchi del 7 ottobre
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Il terrorista che secondo il governo israeliano valeva un bombardamento massiccio a sorpresa contro una tendopoli di sfollati in una zona protetta per ragioni umanitarie – e la morte di almeno novanta palestinesi di Gaza che credevano di essere al sicuro – è un ricercato invisibile da più di trent’anni, circondato da un alone di riverenza mistica.

Mohammed Diab al Masri, nome di battaglia Mohammed Deif, dove Deif in arabo vuol dire l’ospite e si riferisce al fatto che nel suo cambiare nascondigli all’interno della Striscia di Gaza per sfuggire alla caccia degli israeliani è stato ospite di case diverse e protettori fidati. Questo prima del 7 ottobre, perché da quel giorno la sua esistenza si è trasferita sottoterra, nella rete di tunnel.

Deif è stato l’organizzatore dell’attacco del 7 ottobre contro i civili israeliani ed è stato lui a rivendicarlo per primo con un messaggio audio, nel quale annunciava anche il nome …

Il terrorista che secondo il governo israeliano valeva un bombardamento massiccio a sorpresa contro una tendopoli di sfollati in una zona protetta per ragioni umanitarie – e la morte di almeno novanta palestinesi di Gaza che credevano di essere al sicuro – è un ricercato invisibile da più di trent’anni, circondato da un alone di riverenza mistica.

Mohammed Diab al Masri, nome di battaglia Mohammed Deif, dove Deif in arabo vuol dire l’ospite e si riferisce al fatto che nel suo cambiare nascondigli all’interno della Striscia di Gaza per sfuggire alla caccia degli israeliani è stato ospite di case diverse e protettori fidati. Questo prima del 7 ottobre, perché da quel giorno la sua esistenza si è trasferita sottoterra, nella rete di tunnel.

Deif è stato l’organizzatore dell’attacco del 7 ottobre contro i civili israeliani ed è stato lui a rivendicarlo per primo con un messaggio audio, nel quale annunciava anche il nome dell’operazione: il Diluvio di al Aqsa. Sopra di lui, nella gerarchia di Hamas dentro Gaza e sulla lista dei responsabili del Diluvio compilata da Israele, c’è soltanto il capo politico Yahya Sinwar.
Come Sinwar, anche il sessantenne Deif è cresciuto nel campo profughi di Khan Younis e sono questi legami di molti decenni che fanno funzionare la leadership di Hamas, resa paranoica dal pericolo di infiltrazioni. E ieri, secondo fonti israeliane e saudite, potrebbe essere stato ucciso nella stessa area grazie alla soffiata improvvisa di un informatore (ci sono altre versioni, ma la dinamica del bombardamento israeliano, così esteso e distruttivo con otto bombe da una tonnellata, fa pensare a un’operazione frettolosa).

Membro del nucleo fondatore di Hamas fin da quando era uno studente universitario alla facoltà di Biologia, negli anni è diventato il comandante delle Brigate Ezzedin al Qassam, la forza militare più numerosa del gruppo palestinese. È stato Deif a guidare Hamas con duttilità nelle diverse fasi della lotta contro Israele, con una grande capacità di adattamento e di immaginare soluzioni e una sola costante fissa: fare male il più possibile agli israeliani. È stato lui il mandante degli attacchi suicidi negli anni Novanta dopo gli accordi di Oslo, per spazzare via ogni possibile intesa fra palestinesi e Israele, e delle stragi sui bus e nelle pizzerie della Seconda Intifada, nei primi anni Duemila, quando spediva volontari suicidi con zaini pieni di esplosivo e biglie d’acciaio a farsi saltare in aria in mezzo ai civili. È stato lui, in seguito, l’ideatore della cosiddetta strategia del sotto e sopra la superficie di Hamas: tunnel per nascondersi e anche per attaccare Israele sotto la superficie, lanci di razzi da sopra la superficie.

In tutto questo, Deif riuscì anche grazie al rapporto stretto con il generale iraniano Qassem Suleimani, capo della Forza Gerusalemme dei Guardiani della Rivoluzione e architetto della politica militare clandestina di Teheran in Medio Oriente. L’Iran finanziava e premiava gli attentati suicidi con somme di denaro che andavano alle famiglie degli attentatori, procurava armi e trattava Hamas come braccio palestinese della sua strategia delle milizie locali che di fatto oggi gli consente di operare dal Libano allo Yemen. Quando Suleimani fu ucciso a Baghdad da un drone americano, la tv libanese al Mayadeen pubblicò una lettera d’encomio che il generale iraniano aveva scritto a Deif, nella quale lo descriveva così: «Sei un martire vivente».

In effetti su Deif non ha mai smesso nemmeno per un secondo di incombere la condanna a morte decisa dall’apparato di sicurezza israeliano. I tentativi di trovarlo e ucciderlo sono stati almeno sette, per quello che si sa. Nel 2006 un bombardamento uccise sua moglie e due figli piccoli, lui perse – si dice – un occhio, una mano e una gamba.

Il fatto di essere riuscito a rimanere vivo così a lungo fa parte del suo carisma, assieme alla sua decisione di restare dentro Gaza, al contrario di altri leader di Hamas che fanno una vita molto comoda all’estero. Quando a novembre Israele liberò decine di detenuti palestinesi in cambio degli ostaggi, quelli appena scesi dai bus cantavano: «Wehna rijal Mohammed Deif», siamo li uomini di Mohammed Deif.

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