PARIGI - “Quando il mondo pensa ai francesi le prime cose che vengono in mente sono: arrogante e ridicolo. Ecco speriamo di evitare tutto questo” spiega Patrick Boucheron, il famoso storico francese, pubblicato anche in Italia, fra gli autori dello spettacolo per l'inaugurazione dei Giochi di Parigi 2024. Tra cliché e qualche trasgressione, Boucheron spiega a Repubblica come ha partecipato alla creazione dello show che sarà visto da un miliardo di persone, il primo che si svolge fuori da uno stadio olimpico.
Cosa ci fa uno storico come lei in mezzo a quest’avventura?
«Conoscevo Thomas Jolly per i suoi spettacoli su Shakespeare. Scegliere come direttore artistico della cerimonia dei Giochi qualcuno che ha cominciato con la tragedia greca è piuttosto sorprendente. L'altra novità è che Jolly, lavorando con un altro uomo di teatro come Damien Gabriac, ha voluto avere al suo fianco autori di diversa estrazione culturale, come Fanny Herrero, sceneggiatrice delle serie Call My Agent e Un Village Français, che parla delle resistenza, e la scrittrice Leila Slimani premio Goncourt che indaga il rapporto tra lingua e sensualità. Jolly conosceva di me, tra l'altro, il volume Storia mondiale della Francia, e apprezzava il mio approccio».
Avete avuto piena libertà per immaginare lo show, o c'è stato qualche vincolo imposto da parte del Cio?
«All'inizio c'è probabilmente un ufficio comunicazione del Cio che ha dato un power point con i valori olimpici da rispettare e qualche parole chiave come “inclusività”, “sostenibilità”. Ci sono alcuni punti fissi che si ripetono ad ogni cerimonia: la fiamma, il braciere, il momento in cui si dichiarano aperti i Giochi, le colombe e la canzone Imagine di John Lennon. Rispetto a quello che abbiamo scritto ci sono stati solo piccoli interventi. A un certo punto avevamo immaginato che qualcuno arrotolasse la bandiera olimpica. Ci è stato spiegato che è vietato. Mostrare il Saint-Germain-des-Prés degli anni Cinquanta e Simone de Beauvoir con una sigaretta in bocca, anche quello impossibile: vietato promuovere il fumo».
E dal punto di vista politico: Emmanuel Macron ha riletto tutto?
«Ha seguito quello che facevamo ma personalmente non ho mai parlato con lui di questo spettacolo. E in generale non abbiamo avuto diktat politici dall'alto. Il problema non era se lo spettacolo sarebbe piaciuto a Macron. In realtà, la difficoltà era insita nell’innovazione di voler mettere parata e spettacolo insieme in un contesto urbano, sul fiume, con una quantità di vincoli come il livello e il flusso dell’acqua, la meteo, la sicurezza, i droni, il piombo sui tetti. Cose così. Per me che studio le città è stato appassionante”.
Siete riusciti ad evitare una Francia da cartolina?
«Ci sono dei cliché, ma anche qualche trasgressione. Senza esagerare neppure, non possiamo dimenticarci che è uno spettacolo del Cio e con degli sponsor. Non cerchiamo inutili provocazioni tipo esibire la nostra libertà sessuale quando passa la delegazione dello Yemen, o far sfilare un barcone di migranti. Anche se non posso entrare nei dettagli, lungo il percorso ci saranno dodici scene, ognuna con emozioni diverse come ansia o disagio. La candidatura di Parigi è nata dopo gli attentati del 2015. Era anche un modo di riparare la nostra società. E qualcosa rimane. Come anche Notre-Dame. L'ultima volta che il villaggio globale l’ha vista era in fiamme, nell'aprile di cinque anni. Non c'è niente di male a soffermarci sulle nostre vulnerabilità. Anzi io preferisco. Se mi avessero chiesto di fare uno spettacolo, alla gloria della Francia non avrei partecipato».
Vi siete ispirati ad altre cerimonie?
«Pechino è stata una dimostrazione di forza, noi volevamo qualcosa di più modesto. Anche se si tratta di uno spettacolo da 130 milioni di euro, non deve essere per forza appariscente. Abbiamo cercato innanzitutto di prendere in giro i nostri difetti. A Londra mi era piaciuta una forma di autoironia. E così ci siamo chiesti: agli occhi del mondo, cos'è un francese ? Per molti è qualcuno di ridicolo e arrogante. Ecco abbiamo cercato di non esserlo o comunque approcciare con umorismo questi difetti».
Qual è stato il suo contributo come storico?
«Non ho mai voluto fare una narrazione cronologica e comunque già la scenografia parla da sé, non c'è bisogno di aggiungere molto. A un certo punto vedrete la Bastiglia, la Conciergerie, il Louvre, Notre-Dame. Parigi è fatta di tutte le epoche e ci appoggiamo su questo per mostrare che cos'è una città-mondo. La Francia non è nelle condizioni di dare lezioni a nessuno ma allo stesso tempo può creare immagini che riconciliano e provocano un'emozione di appartenenza. Non dico orgoglio, patriottismo, identità. Uso la parola 'appartenenza'».
Lei è stato spesso criticato in passato dall'estrema destra. Si aspetta nuovi attacchi?
«Sicuramente ci sarà qualcuno che avrà da ridire su alcuni riferimenti storici o culturali. I francesi vivono una sorta di disturbo della percezione. Non si rappresentano più quello che è la Francia nel mondo, perché pensano che siamo ancora grandi. E invece non lo siamo più, ma non è per forza una cattiva notizia. Potrebbe essere meglio. Quindi speriamo di mostrare quello che la Francia può avere ancora da racconta al mondo, perché è il mondo che l'ha resa così com'è. Amo il teatro e lavoro sul potere delle immagini. Cerco in modo modesto, sincero e intimo di difendere quella che chiamo una 'storia inquieta', che espone le sue fragilità. Inquieta non perché dubita di tutto, ma perché è in movimento».
Quale messaggio spera sia ricevuto?
«Se già riusciamo a non essere ridicoli e arroganti, sarò contento. C'è un magnifico libro di Jonathan Coe, Il cuore dell'Inghilterra, che inizia con l'entusiasmo della cerimonia dei Giochi di Londra 2012, e racconta poi come sia arrivata la Brexit. Non siamo al riparo da una storia di disincanto. Nell’ultimo mese, quando c'è stata la campagna per le elezioni anticipate, ho temuto che ci saremmo trovati l'estrema destra al potere all’inaugurazione dei Giochi, diventando come Berlino 1936. Per fortuna non è stato così. Ma vorrei restare umile sull’impatto che uno spettacolo del genere può avere. In fin dei conti, spero sia un ritratto collettivo della Francia. Non di chi siamo, ma di chi vorremmo essere. Mi piacerebbe che fosse un momento di gioia e pace. E se qualcosa va storto non è grave. Un felice bordello, ecco cosa spero vedrà il mondo della Francia».