Netanyahu in visita sul Golan nel villaggio della strage: “La risposta sarà dura”. Stranieri via dal Libano
dal nostro inviato Paolo BreraTEL AVIV — «Evitare l’escalation». C’è un solo, grande imperativo categorico nella diplomazia mondiale che sta cercando di gestire la crisi, aperta dal missile con la strage di bambini nell’Alto Golan. Perché la reazione israeliana «ci sarà e sarà dura», ha ribadito ieri il premier Benjamin Netanyahu.
Si tenta di contenerla, per evitare che l’incendio divampi scatenando reazioni a catena dall’esito imprevedibile. Intanto, però, si preparano piani di evacuazione del Libano, con navi e aerei militari da trasporto, e si diffondono appelli a lasciare Beirut prima possibile, come hanno chiesto ieri ai propri cittadini anche gli Stati Uniti. Fino a ieri lo scalo di Beirut era attivo con centinaia di voli ma le compagnie aeree, da Lufthansa ad Air France e Royal Jordanian, stanno cancellando i voli per i prossimi giorni.
Ieri Netanyahu è andato a Majdal Shams, nel villaggio druso sconvolto dalla strage. Lo hanno accolto urlandogli di tornarsene da dove viene: «Vattene, assassino». «Ti r…
TEL AVIV — «Evitare l’escalation». C’è un solo, grande imperativo categorico nella diplomazia mondiale che sta cercando di gestire la crisi, aperta dal missile con la strage di bambini nell’Alto Golan. Perché la reazione israeliana «ci sarà e sarà dura», ha ribadito ieri il premier Benjamin Netanyahu.
Si tenta di contenerla, per evitare che l’incendio divampi scatenando reazioni a catena dall’esito imprevedibile. Intanto, però, si preparano piani di evacuazione del Libano, con navi e aerei militari da trasporto, e si diffondono appelli a lasciare Beirut prima possibile, come hanno chiesto ieri ai propri cittadini anche gli Stati Uniti. Fino a ieri lo scalo di Beirut era attivo con centinaia di voli ma le compagnie aeree, da Lufthansa ad Air France e Royal Jordanian, stanno cancellando i voli per i prossimi giorni.
Ieri Netanyahu è andato a Majdal Shams, nel villaggio druso sconvolto dalla strage. Lo hanno accolto urlandogli di tornarsene da dove viene: «Vattene, assassino». «Ti ricordi del Golan solo oggi, vero?». Rientrato in anticipo dalla missione negli Stati Uniti, Bibi non aveva puntato il navigatore sul Golan: aveva convocato il consiglio di sicurezza per farsi dare subito il via libera a decidere dove, come e quando rispondere all’attacco. Le scaramucce continuate in questi due giorni, aumentate ieri con due assassinii mirati in Libano e con nuovi attacchi esplosivi di Hezbollah in territorio israeliano, non sono neppure un proemio: sono la continuazione di un conflitto che va avanti dall’indomani del 7 ottobre, quando Hezbollah iniziò a colpire Israele in solidarietà per i palestinesi attaccati nella Striscia. Il conto delle vittime, da allora, è già impressionante: più di 500 morti in Libano tra guerriglieri di Hezbollah e una novantina di civili; e quasi cinquanta morti anche in Israele, 24 dei quali civili.
Un attacco con droni oggi a Mays al Jabal e Shaqra, nel Sud del libano, ha ucciso due miliziani di Hezbollah. L’idf dice che i suoi jet da combattimento hanno colpito infrastrutture di Hezbollah utilizzate in un attacco missilistico nel Nord di Israele. È in questo registro che vanno iscritti i 20 razzi lanciati ieri da Hezbollah a Sud di Kiryat Shmona, e i droni spediti da Israele a caccia dei comandanti sciiti in Libano. Ma la vera reazione alla strage dei bimbi deve ancora arrivare, e si teme sia imminente.
«Alla comunità drusa dico di non perdere la speranza di fronte alle aggressioni dell’asse del male dell’Iran e di Hezbollah. Israele continuerà ad essere al vostro fianco», dice Netanyahu. «Hezbollah pagherà un prezzo, le nostre azioni parleranno», aggiunge il ministro della Difesa, Yoav Gallant. Ma il fatto stesso che la risposta israeliana non sia stata immediata è un segno da leggere positivamente.
Il piano d’attacco per un’incursione di terra in profondità è pronto da tempo, già firmato. Nelle scorse settimane una quota consistente delle forze dispiegate a Gaza era stata spostata verso il fronte Nord, in previsione di un’evoluzione del conflitto in quella direzione. Un ministro aveva persino provveduto a rifornire al Nord i sacchi per i cadaveri dei soldati israeliani, un capitolo inevitabile in un conflitto aperto. Molti temevano una pioggia di fuoco già domenica notte. L’attesa fa sperare in piani di attacco ben calibrati, sentito il parere dei mediatori internazionali come successe nella crisi con l’Iran dopo l’attacco all’ambasciata iraniana di Damasco del primo aprile.
Però si prepara il peggio. Un funzionario di Hezbollah ha detto che il gruppo non vuole una guerra a tutto campo con Israele, ma se scoppiasse il conflitto combatterebbe «senza limiti». I miliziani hanno iniziato ad armare e preparare «missili intelligenti a guida di precisione». Si calcola dispongano di un arsenale e di un numero di guerrieri in grado di fare danni enormi. «C’è ancora spazio per una soluzione diplomatica», dice il portavoce della sicurezza Usa, John Kirby, ribadendo che per gli Stati Uniti «le Alture del Golan sono parte di Israele», e quindi è suo diritto difenderla.
Ma il rischio è alto. Un attacco israeliano al Libano «avrà gravi conseguenze per Israele», minaccia il presidente iraniano Masoud Pezeshkian telefonando a Macron. L’appoggio al Libano dal parte della Turchia, con il presidente Erdogan che arriva perfino a ventilare l’ipotesi di invadere Israele, fa infuriare il ministro degli Esteri, Israel Katz: chiede l’espulsione di Ankara dalla Nato. La pressione diplomatica americana punta a evitare passi troppo gravi, come un attacco a Beirut.