“Non vado via. Non posso. Non lo farei mai. Se fossi lontana da Beirut soffrirei ancora di più. Resto, e aspetto: come ho sempre fatto. Durante la Guerra civile, durante la guerra del 2006, oggi. Sarà quel che sarà”. Alawyiah Sobh, 69 anni, scrittrice, è una cantrice dell’umanità: dell’amore, della libertà, dei diritti, dell’identità. Idee che in questa città unica al mondo, magnetica, maledetta, amata e odiata nella stessa maniera, coincidono con la resilienza, la volontà di vivere a ogni costo. Solo così si può resistere in un luogo che si era appena riaffacciato al mondo dopo 15 anni di guerra civile quando, nel 2006, il conflitto con Israele lo riportò indietro di decenni.
E aveva tentato di fare lo stesso nel 2019, prima che le richieste della società civile venissero affondate dalla peggiore crisi economica della Storia recente e dall’esplosione - esattamente quattro anni fa - al porto di Beirut: 235 morti, 300 mila feriti, nessun colpevole. Dal porto, dalla manifestazione …
“Non vado via. Non posso. Non lo farei mai. Se fossi lontana da Beirut soffrirei ancora di più. Resto, e aspetto: come ho sempre fatto. Durante la Guerra civile, durante la guerra del 2006, oggi. Sarà quel che sarà”. Alawyiah Sobh, 69 anni, scrittrice, è una cantrice dell’umanità: dell’amore, della libertà, dei diritti, dell’identità. Idee che in questa città unica al mondo, magnetica, maledetta, amata e odiata nella stessa maniera, coincidono con la resilienza, la volontà di vivere a ogni costo. Solo così si può resistere in un luogo che si era appena riaffacciato al mondo dopo 15 anni di guerra civile quando, nel 2006, il conflitto con Israele lo riportò indietro di decenni.
E aveva tentato di fare lo stesso nel 2019, prima che le richieste della società civile venissero affondate dalla peggiore crisi economica della Storia recente e dall’esplosione - esattamente quattro anni fa - al porto di Beirut: 235 morti, 300 mila feriti, nessun colpevole. Dal porto, dalla manifestazione delle famiglie delle vittime per chiedere giustizia, torna l’autrice di “Il suo nome è passione” quando risponde al telefono dalla sua casa di Hamra, nella parte occidentale della città.
Migliaia di persone in piazza mentre i Paesi di mezzo mondo chiedono di lasciare il Libano: che senso ha?
Ha il senso di dire basta. Alla violenza, alla morte, alla distruzione. Non sappiamo cosa succederà, ma sappiamo di chi è la colpa di ciò che succederà: della stesse persone che sono responsabili per ciò che è accaduto al porto quattro anni fa. La mafia che ci governa, i corrotti che sono al governo, i partiti religiosi che pretendono di controllare la vita della gente. Noi libanesi siamo stanchi, siamo stremati: essere in piazza serve a chiedere un Paese diverso.
Lei, la gente che era in piazza con lei: non andrete via. Nonostante le minacce che pesano sulla vostra testa: perché?
Io perché non posso lasciare Beirut. Non lo farei mai: non posso stare lontano da qui. Tanti la pensano come me. Ma anche perché non sono in grado di farlo: con quali soldi? Tutti i miei risparmi sono stati inghiottiti dalle banche e dallo Stato che ha sequestrato i conti correnti: non ho più i soldi per comprarmi il pane, si figuri se li ho per vivere all’estero. Lo stesso vale per tanta della gente che era con me.
Portiamo indietro le lancette; due anni fa, le elezioni, un Parlamento con volti nuovi, la speranza del cambiamento. Cosa è successo? Da allora non c’è ancora un nuovo governo...
Abbiamo sperato che le cose potessero cambiare ma i soliti mafiosi sono stati più forti e hanno vinto. Non siamo riusciti ad alzare la voce. Capisco che da fuori possa sembrare impossibile, ma vede, qui la gente è impegnata in una lotta per la sopravvivenza e a un certo punto non riesce più a lottare contro centri di potere forti, organizzati, che arrivano ovunque: in Parlamento, nel potere giudiziario, in qualunque angolo della società. E allora smetti, vivi come se fossi sotto anestesia e pensi solo a sopravvivere.
Quando dice “i soliti mafiosi” intende Hezbollah?
Intendo tutti i partiti religiosi. A qualunque religione facciano riferimento, l’estremismo ci porta in un abisso. Dovremmo essere governati da gente normale, ma non è così, non ci siamo mai riusciti. Con la mia età posso ricordare il Libano di prima della guerra civile: era bellissimo, un posto unico. Musulmani e cristiani vivevano insieme. Ancora mi chiedo come siamo arrivati qui.
Ha usato la parola “sopravvivere”: come si sopravvive quando da un momento all’altro, in una città che non è tanto diversa dalle altre che si affacciano sul Mediterraneo, può scoppiare la guerra?
Cosa dobbiamo fare? Non siamo stati noi a chiedere questa guerra: a volerla sono solo gli estremisti religiosi, di un colore o dell’altro. Noi, le persone normali, siamo qui e aspettiamo. Vittime innocenti di una regione in mano agli estremisti, che non hanno nessun senso di umanità: la religione domina questa regione, il lato più estremo della religione. E io, come la gente che era con me oggi, detesto chi usa la religione per fare politica sulla nostra pelle: musulmani, cristiani, di qualunque altra fede. Tutti.