Un tuffo nel passato. Scene che ricordano le poteste oceaniche del 2017 e ancora del 2019. Solo che questa volta ad agire non sono i soliti ragazzotti spinti dalla destra venezuelana animata da spirito di vendetta e rivalsa. È una folla unita e compatta, guidata dalla base chavista stufa di Nicolás Maduro che in 12 anni non si è dimostrato all’altezza del suo mentore.
Tra lunedì 30 luglio e mercoledì 1 agosto scorsi cinque statue di Hugo Chávez sono state abbattute dal loro piedistallo, travolte a terra e prese a martellate, a volte inchiodate. Una è stata decapitata, il corpo attaccato a una catena e trascinato da un pickup per le vie della città. Sembrava di rivivere la truce sfilata di Achille che fa scempio del cadavere di Ettore appeso dietro la sua biga sotto le mura imponenti di …
Un tuffo nel passato. Scene che ricordano le poteste oceaniche del 2017 e ancora del 2019. Solo che questa volta ad agire non sono i soliti ragazzotti spinti dalla destra venezuelana animata da spirito di vendetta e rivalsa. È una folla unita e compatta, guidata dalla base chavista stufa di Nicolás Maduro che in 12 anni non si è dimostrato all’altezza del suo mentore.
Tra lunedì 30 luglio e mercoledì 1 agosto scorsi cinque statue di Hugo Chávez sono state abbattute dal loro piedistallo, travolte a terra e prese a martellate, a volte inchiodate. Una è stata decapitata, il corpo attaccato a una catena e trascinato da un pickup per le vie della città. Sembrava di rivivere la truce sfilata di Achille che fa scempio del cadavere di Ettore appeso dietro la sua biga sotto le mura imponenti di Troia.
La sommossa di questi giorni per un voto contestato e considerato una frode ha visto anche questo. Non ci sono stati solo cortei spontanei, il chiasso assordante dei mestoli battuti sulle pentole, gli assalti alle sedi dei partiti di governo, dei palazzi del potere, i saccheggi dei negozi e dei supermercati. Ma anche violenti scontri con la polizia e la Guardia Repubblicana che hanno reagito con durezza, sparando veri proiettili, facendo almeno una ventina di vittime e una cinquantina di feriti. La cosa che ha fatto impressione e mandato su tutte le furie il vertice del regime è stata la demolizione di quelle statue che avevano un valore quasi mistico. Tenevano in vita il mito di un leader politico amato dalla maggioranza dei venezuelani che lo ha sempre confermato alla guida del paese per 14 anni: dal 1999 al 2013. Un simbolo, appunto, immortale.
Le statue, alte una decina di metri, pesanti, realizzate in bronzo, sono state abbattute nel giro di poche ore in cinque località diverse. A Coro, nello stato di Falcón, nord del paese, lungo l’avenida Shema Saher; a plaza Urdaneta, nello stato di Guárico; a plaza Bolívar, nello stato portuale di La Guaira; a Las Tejerías, nello stato di Aragua, regione centrosettentrionale del Venezuela; e infine a Mariara, stato centrale di Carabobo dove l’opera è stata decapitata e trascinata per le strade come il peggiore dei nemici.
Al governo di Maduro non è sfuggito il dettaglio che si tratta di zone dove il chavismo è sempre stato dominante. Erano dei feudi del Comandante e dei suoi seguaci che comunque, al di là dei dati elettorali contestati, rappresentano ancora il 30 per cento della popolazione. Uno su tre si è dimostrato fedele agli ideali e ai valori del padre della rivoluzione bolivariana. Abbattere le statue che lo immortalano è stato più di un affronto. Una sfida.
Ne resta ancora una intatta. Il governo la difende come fosse un forziere. Da giorni è circondata da centinaia di soldati in assetto di guerra. Sulla rete girano dei video nei quali si vedono file di militari che fanno quadrato attorno alla statua davanti al grande viale che la ospita completamente deserto. Nessuno osa avvicinarsi. L’ordine è sparare a vista. Tra i soldati confabulano anche altri militari, con mimetiche diverse e lo stemma del Gruppo Wagner cucito sulla spalletta. Un breve video ripreso con un telefonino mette a fuoco il dettaglio senza commenti. È stato ripreso e postato sui canali social da La Derecha Diario. Si tratta dei noti miliziani usati dal Cremlino in diversi scenari di guerra e di crisi. Non sarebbe una novità, piuttosto una conferma.
“Sono andati ad attaccare il comandante Chávez, il presidente comandante, il miglior presidente che il Venezuela abbia avuto negli ultimi 150 anni”, ha tuonato in tv Nicolás Maduro. Il leader chavista ha negato qualsiasi valore simbolico ai gesti. Ha accusato l’opposizione e i “suoi inviati”. La cosa sembra piuttosto un’azione spontanea. Accade spesso che la rabbia delle sommosse si accanisca su ciò che si ritiene la causa di tutti i mali. E le statue, testimonianze di un culto della personalità non sempre raccolta da chi le succede, sono le prime a cadere. Così è avvenuto con Lenin e Stalin ai tempi della caduta del Muro, così con Saddam Hussein dopo la presa di Bagdad.
Si è acceso subito un dibattito attorno al senso di un’azione che aveva impegnato storici e perfino antropologi quando un anno fa la gente iniziò ad abbattere le statue dei conquistadores in occasione del bicentenario dell’indipendenza dalla Corona spagnola. “Ogni culto crea a sua volta un contro-culto”, osserva Carlos Malamud, decano dei ricercatori del reale Istituto Elcano per l’America Latina. “Il fatto di eliminare questi altari simboleggia il tentativo di rottura con quel passato, poiché è stato lo stesso Chávez a designare Maduro come suo successore poco prima della sua morte”.
Un concetto ribadito anche dagli abitanti dei luoghi dove sorgevano le opere. “Con la sua condotta e il suo comportamento antipopolare, Maduro è riuscito ad alienarsi anche le persone che amavano così tanto Chávez”, dicono chiedendo l’anonimato per timore di ritorsioni. "Oggi sono quelle che si accaniscono su questi simboli per protestare contro la sua presunta elezione. Lo hanno fatto con il voto e ora lo ribadiscono distruggendo ciò che ogni giorno gli ricorda quel glorioso passato”.
Chissà come reagirebbe il Comandante se fosse ancora vivo. Era stato proprio lui a opporsi davanti alle continue proposte di punteggiare il Venezuela con statue che lo ritraevano, intitolando a su nome strade, scuole, ospedali, piazzando targhe commemorative o opere artistiche. “Per carità”, diceva, “niente statue, vie e piazze. Lasciate perdere, portano male. Sarò ricordato per quello che ho fatto, non per quello che rappresento”. Non lo hanno ascoltato. Ci hanno pensato i suoi veri seguaci.