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La trattativa di “Ferragosto” per una tregua Israele-Hamas: in cosa consiste il piano di pace in tre fasi

(afp)

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Gli Stati Uniti, l'Egitto e il Qatar hanno invitato gli israeliani e Hamas a finalizzare con urgenza un accordo di cessate il fuoco in un incontro previsto il 15 agosto
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TEL AVIV – In uno dei momenti più bui dell’ultima grande crisi del Medio Oriente si è aperto, nella notte tra l’8 e 9 agosto, uno spiraglio. Mentre il mondo aspetta la rappresaglia iraniana e quella di Hezbollah contro Israele per i due omicidi clamorosi che hanno scosso la regione – l’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran e del comandante del movimento libanese Fuad Shukr a Beirut – il negoziato per Gaza fa un passo avanti.

L’incontro di Ferragosto

Gli Stati Uniti, l'Egitto e il Qatar hanno invitato Israele e Hamas a finalizzare con urgenza un accordo di cessate il fuoco in un incontro previsto per Ferragosto. "Abbiamo invitato entrambe le parti a riprendere le discussioni urgenti giovedì 15 …

TEL AVIV – In uno dei momenti più bui dell’ultima grande crisi del Medio Oriente si è aperto, nella notte tra l’8 e 9 agosto, uno spiraglio. Mentre il mondo aspetta la rappresaglia iraniana e quella di Hezbollah contro Israele per i due omicidi clamorosi che hanno scosso la regione – l’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran e del comandante del movimento libanese Fuad Shukr a Beirut – il negoziato per Gaza fa un passo avanti.

L’incontro di Ferragosto

Gli Stati Uniti, l'Egitto e il Qatar hanno invitato Israele e Hamas a finalizzare con urgenza un accordo di cessate il fuoco in un incontro previsto per Ferragosto. "Abbiamo invitato entrambe le parti a riprendere le discussioni urgenti giovedì 15 agosto a Doha o al Cairo per colmare tutte le lacune rimanenti e iniziare l'attuazione dell'accordo senza ulteriori ritardi – hanno detto i tre mediatori in una dichiarazione congiunta – Non c'è ulteriore tempo da perdere o scusa per ulteriori ritardi. È tempo di portare sollievo immediato sia alla popolazione di Gaza sia agli ostaggi e alle loro famiglie, che soffrono tutti da tempo. È tempo di rilasciare gli ostaggi, iniziare il cessate il fuoco e attuare l'accordo. Come mediatori, se necessario, siamo pronti a presentare una proposta-ponte finale che risolva il rimanente problema di attuazione in modo che soddisfi le aspettative di tutte le parti". A stretto giro è arrivata la risposta di Israele, che tramite l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha accettato di riprendere i colloqui: “Israele invierà il 15 agosto una delegazione di negoziatori nel luogo concordato per concludere i dettagli dell'attuazione di un accordo”.

Le tre fasi

La proposta dei mediatori si basa sui principi delineati dal presidente americano Joe Biden il 31 maggio e sostenuti dalla risoluzione 2735 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il documento prevedeva una prima fase che sarebbe consistita in sei settimane durante le quali ci sarebbe stato un cessate il fuoco completo, le truppe israeliane si sarebbero ritirate da tutte le aree popolate della Striscia e diversi ostaggi sarebbero stati scambiati con palestinesi imprigionati nelle carceri israeliane. In questo periodo, Israele e Hamas dovrebbero negoziare i dettagli della seconda fase, che implicherebbe "la fine definitiva delle ostilità", il rilascio del resto degli ostaggi, compresi i soldati, e il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia.

La terza e ultima fase comprenderebbe un "grande piano di ricostruzione" per l'enclave palestinese e la restituzione dei corpi degli ostaggi assassinati. La strada è ancora lunga ma in questo momento sono forti le pressioni per il raggiungimento dell’intesa. Da un lato Israele sente che un suo sì spingerebbe l’Iran a ripensare la sua rappresaglia, magari rendendola più limitata.

Dall’altro il nuovo leader politico di Hamas, Yahya Sinwar, come ha rivelato la tv Channel 12 citando fonti interne del movimento palestinese, avrebbe subito forti pressioni da parte dei suoi comandanti militari a Gaza e sarebbe dunque più aperto all’intesa, nella consapevolezza che l’eventuale rappresaglia congiunta di Teheran e Hezbollah, unita alla conseguente contro-risposta di Israele, potrebbe portare a una guerra regionale. Che nessuno vuole.

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