BEIRUT – «L’attacco migliore è quello che non fa capire dove difendersi». L’Iran sembra aver fatto propria la lezione di Sun Tzu dopo l’omicidio di Haniyeh a Teheran, ucciso sotto gli occhi di chi avrebbe dovuto garantire la sua sicurezza, i Pasdaran. E da due settimane ha ingaggiato una guerra di nervi con Israele, il suo nemico storico, alimentando le voci di un attacco imminente e fornendo pochi e contraddittori indizi su ciò che intende fare ai molti interlocutori europei che in queste ore cercano una mediazione.
Ogni giorno un politico o un militare minacciano una “dura punizione”, messaggio spesso seguito da altri più concilianti. Account indirettamente legati alla Repubblica Islamica postano foto di missili ed esplosioni, spesso sul far della sera, quando la tensione sale. Fughe di notizie, che passano sovente dalla stampa occidentale, e che servono a mantenere alta la pressione: anche l’ultima previsione, secondo cui gli iraniani avrebbero attaccato tra il 12 e il 13 ag…
BEIRUT – «L’attacco migliore è quello che non fa capire dove difendersi». L’Iran sembra aver fatto propria la lezione di Sun Tzu dopo l’omicidio di Haniyeh a Teheran, ucciso sotto gli occhi di chi avrebbe dovuto garantire la sua sicurezza, i Pasdaran. E da due settimane ha ingaggiato una guerra di nervi con Israele, il suo nemico storico, alimentando le voci di un attacco imminente e fornendo pochi e contraddittori indizi su ciò che intende fare ai molti interlocutori europei che in queste ore cercano una mediazione.
Ogni giorno un politico o un militare minacciano una “dura punizione”, messaggio spesso seguito da altri più concilianti. Account indirettamente legati alla Repubblica Islamica postano foto di missili ed esplosioni, spesso sul far della sera, quando la tensione sale. Fughe di notizie, che passano sovente dalla stampa occidentale, e che servono a mantenere alta la pressione: anche l’ultima previsione, secondo cui gli iraniani avrebbero attaccato tra il 12 e il 13 agosto, nel giorno di Tisha be Av, il lutto per la distruzione del Tempo ebraico di Gerusalemme, è stata smentita.
I Guardiani della rivoluzione intanto continuano a muovere missili e droni: il 13 agosto hanno annunciato altre esercitazioni militari nel Nord, questa volta a Gilan, sul Mar Caspio, le seconde dopo quelle che si erano già tenute tre giorni fa. Le compagnie aeree sospendono o cancellano i voli in tutta la regione, gli apparati militari sono in allerta, le popolazioni in ansia per il rischio di una guerra totale. Tutto questo ha un costo, anche economico: lunedì 12 agosto Fitch ha declassato il rating di Israele da A+ ad A per via del conflitto e il declassamento può influire sui tassi e sulla capacità di attrarre denaro da finanziatori internazionali.
In visita a una base militare nel Nord, il ministro della Difesa israeliano Gallant ha riconosciuto l’impatto della psycho-war. «Sono consapevole delle tensioni e del grande fardello che grava sui cittadini di Israele, siamo preparati a rispondere a ogni minaccia». Qualche giorno fa, era stato il capo di Hezbollah, Nasrallah, a spiegare che «l’attesa per Israele è parte della punizione».
Al Financial Times un insider della Repubblica islamica esplicita ancora il concetto, confermando che è esattamente così che la leadership iraniana vuole che vada. «Potrebbe non esserci alcun attacco, o potrebbe essercene uno stasera. Aspettare la morte è più difficile della morte stessa». E ancora: «L’Iran ha lanciato una campagna di guerra psicologica per tenere sotto controllo le capacità militari, di sicurezza e logistiche di Israele, negando ai residenti dei territori occupati (l’Iran considera occupata tutta Israele, ndr) qualsiasi senso di calma».
Un effetto che si riverbera tuttavia sull’intera regione e in particolare sul Libano, che rischia di pagare il prezzo più alto da questa crisi. In realtà, la strategia di Teheran serve anche a prendere tempo, in attesa di capire quale sia la risposta capace di garantire il miglior incasso politico, col minor rischio. «C’è senz’altro una componente di guerra psicologica - dice lo storico Arash Azizi - ma ci sono anche enormi pressioni sia interne che dall’esterno, Europa, Stati Uniti, Golfo, perché non attacchi».
L’establishment stesso è diviso. Il presidente Pezeshkian non vuole essere travolto da una guerra totale con Israele, ma ha poca influenza sulle scelte strategiche. I Guardiani della rivoluzione spingono per un’azione militare: è soprattutto la loro capacità di difesa a essere messa in discussione. La Guida Suprema, Ali Khamenei, che ha impegnato l’Iran al suo “dovere della vendetta”, ora sembra attendista. Domani dovrebbero riprendere i colloqui per la tregua a Gaza, nell’incertezza sulla volontà delle parti di arrivare a un accordo. Ma certo un attacco prima di allora brucerebbe ogni possibilità di compromesso, addossando anche all’Iran la responsabilità del fallimento. Secondo tre fonti contattate dalla Reuters, solo un’intesa per il cessate il fuoco potrebbe indurre Teheran a desistere da una rappresaglia diretta contro Israele. La Repubblica islamica si intesterebbe la fine del conflitto nella Striscia, almeno per ora, evitando così la contro-risposta di Israele che esporrebbe anche la sua tenuta a grossi rischi.
Ma resta il danno inferto alla credibilità e alla capacità di deterrenza, che l’Iran non può permettersi. Anche per questo ieri all’appello alla moderazione lanciato da Francia, Germania e Regno Unito ha risposto tenendosi le mani libere: «Manca di logica politica ed è completamente contrario ai principi e alle regole del diritto internazionale». La rappresaglia militare resta un’opzione concreta.