Chicago - “New Way Forward”, nuova strada in avanti, è lo slogan scelto dalla vicepresidente Kamala Harris per la campagna Casa Bianca 2024 contro il repubblicano Donald Trump e nella tarda serata di giovedì, in chiusura della Convention democratica, davvero i quattromila delegati, i militanti, i volontari, gli ospiti sognavano di aver davanti una diversa direzione per l’America.
Mentre scrivevo queste righe, un’anziana donna delle pulizie afroamericana, addetta a svuotare i cestini dei rifiuti degli stand di hot dog e burger, piangeva commossa, mormorando “Abbiamo visto la Storia”.
In tribuna c’erano storici di mestiere, accademici, sondaggisti, spin doctor, perfino la sezione “Creators for Kamala”, influencer e maghi dei social media, ma la sintesi della lavoratrice di Chicago resterà, comunque vada il voto del 5 novembre, la migliore, la Storia è passata dall’United Center, e stavolta basket e Chicago Bulls non c’entrano.
Nel 1984 i democratici candidarono, per la prima volta, una donna vicepresidente, l’italoamericana Geraldine Ferraro e furono sconfitti. Nel 2008 scelsero, spezzando un tabù plumbeo datato 1776, l’afroamericano Barack Obama e vinsero, raddoppiando nel 2012. Nel 2016 fu la volta di Hillary Clinton ad esser chiamata dal partito da portacolori, rottura del passato culminata in sconfitta. Nel 2020, con Joe Biden, tocca a Kamala Harris spezzare due barriere insieme, prima donna vicepresidente e nera.
Dietro il progresso non ci sono etica raffinata o filosofia sottile, c’è il mutamento irresistibile che la nazione vive, 70 anni fa al Sud bianchi e neri non potevano neppure usare le stesse toilette, un matrimonio misto incitava i linciaggi, oggi l’evoluzione è straordinaria, più radicata e dinamica dell’Europa continentale. La morte orribile in diretta di George Floyd, strangolato da un poliziotto, ha ricordato quanto la strada avanti, “way forward”, sia faticosa, ma i democratici non desistono.
La vigilia della Convention era stata tesa. Il passo d’addio di Biden, sconfitto dall’età e dalla energia magnetica dell’ex presidente della Camera Nancy Pelosi, di tre anni più anziana, lasciava poco tempo a Harris, e al bonario vice, Tim Walz, per definire tono, agenda, temi dei lavori, mentre i media mainstream, persuasi che il passato si ripeta meccanico, come un giocattolo a molla, spolveravano dagli archivi le memorie del caos 1968, quando Chicago e i democratici vissero scontri, arresti, cariche, processi e condanne dolorose per la coscienza nazionale.
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Adesso toccava ai cortei anti Israele e pro Palestina sulle stragi a Gaza incendiare la platea, si anticipavano picchetti, molotov, assalti alla Convention. Non è volata una mosca, come se tutti, dai fedeli del socialista Sanders, ai ragazzi che giravano in tribuna con elegante kefiah al collo, al miliardario governatore dell’Illinois JB Pritzker, destra e sinistra, ecologisti, attivisti LGBTQ, ebrei, cattolici, musulmani, agnostici, eroi di guerra e pacifisti, volessero mettere, finalmente, da parte ideologie ed interessi, pur di battere Trump il 5 novembre, tornando a litigare il giorno dopo, puntuali, sulla formazione del governo.
Trump gode ancora di una buona posizione nei sondaggi, soprattutto negli Stati chiave del paese, che gli permette di pensare alla vittoria, ma seguendo in tv le quattro giornate di Chicago ha compreso che gli tocca sconfiggere non solo Kamala Harris, ma una coalizione di etnie, identità culturali e sessuali, classi sociali, tradizioni dura da esorcizzare.
Harris ha preso la parola, in un United Center dove perfino le scale erano gremite, alle 21 e 30, per parlare di New Way Forward, nuova strada avanti, al grande paese di 330 milioni di anime, di cui 224 milioni hanno diritto di voto. Molti non la conoscono ancora, ci sono indecisi, indipendenti, astensionisti da recuperare, per questo – facendo arricciare il naso ai parrucconi di casa nostra- Harris ha presentato la sua storia, madre indiana e padre giamaicano immigrati, la sorella Maya sempre accanto, fino al palcoscenico di Chicago, l’infanzia stretta fra razzismo e pochi soldi, in un quartiere popolare, il marito avvocato Doug con i figli dal primo matrimonio, la carriera da magistrata a combattere crimini odiosi, la politica e la corsa per la Casa Bianca.
“Questa è la mia storia” ha scandito Harris, e poi, dalla guerra in Ucraina al conflitto a Gaza, dalla sfida per l’egemonia sul XXI secolo con la Cina, l’offensiva dell’Iran, la necessaria mediazione fra palestinesi e Israele ha tracciato la mappa della sua politica estera, rassicurando europei, Nato e alleati del Pacifico, che non intende cedere la mano al totalitarismo, ma battersi per i tradizionali valori di democrazia, tenendo la difesa militare in sicurezza. L’ovazione che la platea ha riservato al passaggio sulle sofferenze dei civili a Gaza e degli ostaggi in mano ad Hamas ribadendo però l’impegno assoluto alla sicurezza e alla libertà di Israele risuona importante sulle giornate a venire in Medio Oriente e indica che geopolitica ha in mente la vicepresidente. Harris ha parlato per immagini, senza scendere nel dettaglio della lotta all’inflazione, +20% dal 2021, i debiti che pesano sulle famiglie, la pressione irrefrenabile dei migranti dal Centro America, crisi sanitaria e costo dei farmaci, i problemi che, ove eletta, riempiranno giorno dopo giorno il Brief, il documento che nello Studio Ovale il presidente deve leggere all’alba. È l’elezione più importante della nostra vita e una delle più importante nella vita della nostra nazione” ha spiegato, dizione da pubblico ministero davanti alla giuria, mai rabbiosa o sarcastica, raziocinante e calorosa.
Al paese polarizzato Harris propone “lavoriamo insieme”, slogan che suona utopico, dopo l’assalto a Capitol Hill, l’attentato contro Trump in Pennsylvania e l’odio online, ieri la influencer di destra Ann Coulter ha proposto di togliere il voto ai cittadini che non hanno tutti i nonni nati in America, tagliando fuori gli emigranti e, a sua insaputa si direbbe, mettendo in forse il suffragio dello stesso Trump.
La scelta degli elettori è, adesso, chiara. Donald Trump ripropone “la carneficina americana” del discorso inaugurale del 2017 a Washington, un paese circondato dal male e dai nemici, in casa e all’estero, con lui a difendere, da demiurgo, la comunità ancestrale. Kamala Harris contrappone lo storico ottimismo dell’America “Città sulla collina” del sermone puritano del reverendo John Winthrope, letto nel 1630: che l’antico testo dei pionieri bianchi protestanti ritorni con una figlia di emigranti, nata Hindu, la dice lunga sulla Strada in Avanti che la Storia sa percorrere, come testimoniava in lacrime la signora delle pulizie qui a Chicago.