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I dem conquistano il country: la musica del popolo di Trump adesso suona per Harris

Mickey Guyton sul palco di Chicago (reuters)

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La colonna sonora della campagna Usa. Alla Convention di Chicago stravolta la playlist dei fan: l’obiettivo è allargare la platea dei sostenitori: non più solo dance, rap e un po’ di rock
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NEW YORK — In casa dem, la musica è cambiata. E non è un riferimento al mutato clima elettorale. La Convention Democratica appena conclusasi a Chicago ha stravolto la playlist dei suoi sostenitori, mirando ad ampliare la base anche attraverso le scelte musicali. Non più solo dance, soul, rhythm and blues, rap e un po’ di rock (in versione Springsteen): i dem si aprono al country. Non a caso la kermesse è stata aperta lunedì da Mickey Guyton, col patriottico All American, concluso dall’inclusivo verso Ain’t we all American? (Non siamo tutti americani?). Artista nera, è fra i musicisti impegnati a riappropriarsi di un genere considerato bianco ma le cui radici sono solidamente black, operazione che ha avuto il suo apice ad aprile con l’album Cowboy Carter di Beyoncé.

Sullo stesso palco si è esibito anche Jason Isbell, intonando Something More Than Free con inconfondibile accento di quell’Alabama considerato razzista e repubblicana. Vero bravo ragazzo bianco con la chitarra, Isbel…

NEW YORK — In casa dem, la musica è cambiata. E non è un riferimento al mutato clima elettorale. La Convention Democratica appena conclusasi a Chicago ha stravolto la playlist dei suoi sostenitori, mirando ad ampliare la base anche attraverso le scelte musicali. Non più solo dance, soul, rhythm and blues, rap e un po’ di rock (in versione Springsteen): i dem si aprono al country. Non a caso la kermesse è stata aperta lunedì da Mickey Guyton, col patriottico All American, concluso dall’inclusivo verso Ain’t we all American? (Non siamo tutti americani?). Artista nera, è fra i musicisti impegnati a riappropriarsi di un genere considerato bianco ma le cui radici sono solidamente black, operazione che ha avuto il suo apice ad aprile con l’album Cowboy Carter di Beyoncé.

Sullo stesso palco si è esibito anche Jason Isbell, intonando Something More Than Free con inconfondibile accento di quell’Alabama considerato razzista e repubblicana. Vero bravo ragazzo bianco con la chitarra, Isbell è arrivato sfoggiando un cappellino da baseball in tessuto mimetico con la scritta “Harris-Walz”, un riferimento all’altra star del country Jason Aldean, apparso alla Convention Repubblicana al fianco di Trump, autore di un celebre brano country intitolato proprio Camouflage Hat, cappellino mimetico.

Nella rivendicazione di simboli Made in Usa, i dem si sono ripresi anche quel capello così legato all’identità rurale, monopolizzato da Trump che ci ha piazzato sopra la scritta “Make America Great Again”. La campagna di Harris lo ha riprodotto in tessuto militare e con i nomi dei candidati ricamati a colori. Diventato subito simbolo dell’orgoglio dem, è andato esaurito in poche ore.

L’ultima sera, è toccato a The Chicks cantare a cappella un inno nazionale da brivido, mandando in delirio lo stadio. La storica band tutta al femminile del Texas, vere signore del country, è diventata celebre per brani dai messaggi forti e perfino femministi come Goodbye Earl, storia di due amiche che uccidono il marito violento di una di loro. Fin quando nel 2003 si dissero contro la guerra in Iraq di George W. Bush durante un concerto a Londra e contro di loro si scatenò una campagna denigratoria: bollate come «non patriottiche», bandite dalle radio, i loro album bruciati, minacciate al punto da finire sotto scorta.

La loro presenza è stata dunque una rivendicazione di valori e anche un modo di mettere in musica le dure parole del repubblicano Adam Kinzinger che le aveva precedute sul palco, fra i pochi a votare a favore dell’impeachment di Trump dopo i fatti del 6 gennaio: «Svelo un segreto ai miei amici repubblicani: i democratici sono patrioti quanto noi. Amano il Paese e sono ansiosi di difendere i valori americani in patria e all’estero proprio come noi conservatori».

Non sono solo canzonette però. La presenza di artisti country alla convention — star di una musica che racconta d’alcol e disoccupazione, divorzi e povertà — parlava proprio al popolo trumpiano. L’elettorato bianco di periferia che si sente lasciato indietro, convinto che accordi commerciali e diritti alle minoranze abbiano sgretolato il suo mondo. Lo stesso che, con un clamoroso malinteso, ora usa nei suoi meme pro-Trump proprio Not Ready to Make Nice, il brano scritto delle Chicks all’epoca del boicottaggio contro il fanatismo dell’“alt right”, l’estrema destra Usa.

Il cambio è importante. Nel 2016, la campagna di Hillary Clinton portò alla Convention grossi nomi pop: Demi Lovato, Lenny Kravitz, Lady Gaga. Ma snobbò il country e le altre passioni dei “red neck”, i colli rossi, come qui chiamano in gergo i lavoratori di campagna, disprezzandone i riferimenti culturali conservatori. Hillary perse e Trump entrò alla Casa Bianca. Certo Clinton fece una serie di errori strategici e la playlist non fu certo il principale di questi. Ma di sicuro anche per quella esperienza la musica è cambiata: «Elettori con valori democratici esistono anche negli Stati repubblicani. Ma per portarli alle urne e farli votare per te, devi parlare, e sì, anche cantare, nella loro lingua», dice a Repubblica Dana Gorzelany-Mostak, musicologa del Georgia College che alle colonne sonore delle campagne elettorali ha dedicato un libro, “Tracks on the Trail: Popular Music, Race, and the US Presidency”.

«La musica ha un ruolo chiave nelle campagne elettorali americane fin dal 1840. Fu il presidente Harrison a comprendere che le canzoni parlavano agli elettori. Ai suoi comizi faceva distribuire opuscoli per cantarne le lodi su basi melodiche popolari. Nel 2008 Obama scelse personalmente brani che riflettevano la sua personalità. Harris fa lo stesso: sceglie brani che riflettono i suoi valori senza dimenticare di ammiccare ai gusti dei giovani». Loda Freedom di Beyoncé come inno della campagna: «Ha un tono austero ma è un’ottima scelta. Fa riferimento a un famosissimo spiritual, Wade in the Water — dove l’acqua è la via di fuga degli schiavi — vera radice culturale di molta musica americana composta dopo. Pur identificabile con l’esperienza afroamericana, ha un’universalità capace di raggiungere tutti. Beyoncé poi, è da anni un’attivista che usa la sua musica per far passare messaggi femministi e legati ai diritti civili. Scegliere un suo brano è già di per sé una dichiarazione politica».

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