BETLEMME – La prima cosa che colpisce, quando si arriva alla fattoria della famiglia Nassar, è una pietra. «Ci rifiutiamo di essere nemici», c’è scritto sopra in inglese. In una terra dove la contrapposizione è a ogni angolo e il vicino spesso è identificato con il nemico, questa dichiarazione di intenti è merce rara. Daoud Nassar, che ci accoglie con la sorella Amal, parla dal cuore della Cisgiordania: la collina dove ci ospita è a meno di 10 chilometri da Betlemme e 17 da Wadi Rahal, il villaggio dove lunedì notte un palestinese è stato ucciso e tre feriti da parte di una squadra di sicurezza che pattugliava l’insediamento di Efrat.
Secondo le prime indagini, scrivono i media israeliani, la squadra era fuori dal perimetro che le era stato assegnato. Un episodio che arriva dopo quello di una decina di giorni fa a Jit, sul lato opposto della Cisgiordania. Due indicatori di una tendenza, quella dell’aumento della violenza degli estremisti ebrei contro i palestinesi, che è cresciut…
BETLEMME – La prima cosa che colpisce, quando si arriva alla fattoria della famiglia Nassar, è una pietra. «Ci rifiutiamo di essere nemici», c’è scritto sopra in inglese. In una terra dove la contrapposizione è a ogni angolo e il vicino spesso è identificato con il nemico, questa dichiarazione di intenti è merce rara. Daoud Nassar, che ci accoglie con la sorella Amal, parla dal cuore della Cisgiordania: la collina dove ci ospita è a meno di 10 chilometri da Betlemme e 17 da Wadi Rahal, il villaggio dove lunedì notte un palestinese è stato ucciso e tre feriti da parte di una squadra di sicurezza che pattugliava l’insediamento di Efrat.
Secondo le prime indagini, scrivono i media israeliani, la squadra era fuori dal perimetro che le era stato assegnato. Un episodio che arriva dopo quello di una decina di giorni fa a Jit, sul lato opposto della Cisgiordania. Due indicatori di una tendenza, quella dell’aumento della violenza degli estremisti ebrei contro i palestinesi, che è cresciuta dal 7 ottobre e che la comunità internazionale ha più volte condannato: domani alla riunione dei ministri degli Esteri, il rappresentante per gli Affari esteri della Ue, Josep Borrell, si prepara a chiedere sanzioni contro Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i due rappresentanti dell’estrema destra nel governo Netanyahu.
Il burocratese di Bruxelles e gli abiti eleganti dei ministri, dalla collina dei Nassar sono lontanissimi: eppure è sul sostegno della comunità internazionale che questa famiglia conta per salvare la sua terra. Tent of Nations è un esperimento unico in Cisgiordania: qui i bambini vengono a fare campi estivi. Si disegna, si scrive, si gioca sempre all’insegna dello stesso credo: due popoli, una terra in cui vivere accanto. E poi ci sono l’agricoltura biologica, l’energia solare, la cappella aperta a tutti i cristiani. «Rifiutiamo di essere nemici. Ma anche di essere vittime — prosegue Daoud –: questi terreni sono nostri da generazioni e possiamo provarlo, siamo gli unici nell’area ad avere tutti i documenti. Vogliamo che la proprietà venga registrata anche dallo Stato di Israele, in modo che nessuno possa togliercela».
La battaglia legale dei Nassar va avanti da 33 anni, sostenuta anche dalle donazioni delle chiese di tutto il mondo: un mese fa, l’arcivescovo di Canterbury ha invitato a pregare per loro. L’11 settembre è prevista l’udienza definitiva in un tribunale israeliano. Se la proprietà sarà riconosciuta, sarà una svolta non solo per questa famiglia: il principio che — nonostante si trovi in area C e quindi nel 60% della Cisgiordania che secondo gli Accordi di Oslo è amministrata da Israele — la terra dei palestinesi è riconosciuta e tutelata. Come prevedono gli accordi internazionali.Sbaglierebbe chi pensasse che si tratta solo di carte da bollo: nel 1993, quando Rabin e Arafat si strinsero la mano sotto gli occhi del mondo, qui intorno c’era solo un insediamento israeliano.
Ora sono quattro e il più vicino, Nevi Daniel, negli ultimi mesi è avanzato a colpi di prefabbricati e roulotte verso il filo spinato che delimita il terreno dei Nassar. «Quando ci vedono arrivano a minacciarci — dice Amal Nassar riferendosi agli abitanti dell’insediamento — quest’anno non abbiamo potuto raccogliere le olive perché l’esercito ha detto che era un rischio per la sicurezza. In estate non abbiamo fatto i campi con i bambini perché era pericoloso. Ad aprile ci hanno lanciato le pietre: avevano anche pistole e ci hanno minacciato. Noi crediamo che la violenza porti solo ad altra violenza. Ma fino a quando possiamo andare avanti così?».