Blair, maestro di leadership, l’intervista: “Oggi il Regno Unito non voterebbe di nuovo per la Brexit”
di Enrico FranceschiniLONDRA – Un suggerimento ai leader politici su come affrontare le critiche spesso velenose che ricevono sui social media? “Non leggerle”, afferma senza mezzi termini uno che se ne intende, sia di leadership che di critiche: Tony Blair, primo ministro britannico dal 1997 al 2007, l’unico laburista della storia a essere stato eletto tre volte consecutive a Downing Street. Ignorare le cattiverie dei social è uno dei consigli che Blair dispensa ai politici odierni in una lunga intervista all’Observer di Londra in occasione dell’uscita di un suo nuovo libro: Leadership, l’arte di governare, primo volume pubblicato dalla Silvio Berlusconi Editore, la nuova casa editrice fondata da Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e della Mondadori, figlia primogenita del due volte premier italiano (in Inghilterra lo pubblica Hutchinson Heinemann).
Non badare ai social
A proposito dei social, Blair riconosce che un leader deve sapere cosa pensano di lui gli elettori, anche quando si tratta di pensi…
LONDRA – Un suggerimento ai leader politici su come affrontare le critiche spesso velenose che ricevono sui social media? “Non leggerle”, afferma senza mezzi termini uno che se ne intende, sia di leadership che di critiche: Tony Blair, primo ministro britannico dal 1997 al 2007, l’unico laburista della storia a essere stato eletto tre volte consecutive a Downing Street. Ignorare le cattiverie dei social è uno dei consigli che Blair dispensa ai politici odierni in una lunga intervista all’Observer di Londra in occasione dell’uscita di un suo nuovo libro: Leadership, l’arte di governare, primo volume pubblicato dalla Silvio Berlusconi Editore, la nuova casa editrice fondata da Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e della Mondadori, figlia primogenita del due volte premier italiano (in Inghilterra lo pubblica Hutchinson Heinemann).
Non badare ai social
A proposito dei social, Blair riconosce che un leader deve sapere cosa pensano di lui gli elettori, anche quando si tratta di pensieri spiacevoli: “Naturalmente bisogna ascoltare le critiche ragionevoli”, afferma nell’intervista all’edizione domenicale del Guardian. “Ma se non stai attento, le critiche possono farti psicologicamente deragliare e un leader non può permetterselo. Deve capire che le critiche fanno parte del mestiere”.
Non rinviare
Altro consiglio sull’arte di governare: è importante non rinviare le decisioni difficili: “Con il senno di poi, avrei introdotto le mie riforme prima di quanto ho fatto e a un ritmo più rapido”, osserva, riferendosi a iniziative come la devolution alle regioni, la fine dei seggi ereditari alla camera dei Lord, il bando alla caccia alla volpe. E poi c’è il consiglio o, meglio, l’avvertimento forse più cruciale: la chiave per decidere se un leader ha successo o fallisce è se realizza le aspirazioni degli elettori. “La sfida per la democrazia è mantenere le promesse. La ragione dell’ascesa del populismo è che la gente non crede che i politici tradizionali riescano a migliorare la qualità della propria vita”.
Tirare dritto
Un ulteriore consiglio è cercare il dinamismo necessario a innovare anche e soprattutto all’esterno della pubblica amministrazione: Blair mette in guardia l’attuale premier laburista Keir Starmer, per esempio, dall’avere grandi aspettative sulla riforma della burocrazia statale. L’ex-premier elogia piuttosto il caso di Singapore, che a un certo punto ha immesso “1600 ingegneri nel motore del governo per sospingere la modernizzazione tecnologica”. Ma ha parole di stima per l’odierno leader del Labour: avere riportato la sinistra al governo, dopo la serie di sconfitte alle urne subite da Gordon Brown, Ed Miliband e Jeremy Corbyn, “è stato un enorme risultato”. All’inizio della gestione di Starmer, Blair aveva espresso qualche dubbio sulle sue capacità, ma si è ricreduto e ora lo loda senza mezzi termini: “Davanti ai disordini razziali di questa estate, ha reagito benissimo, usando dure misure e chiudendo il problema in fretta”.
L’importante, ecco la sua lezione finale ai leader di oggi, è sapere cosa si vuole, andare dritti verso l’obiettivo e non esitare a esercitare la propria leadership, a fare sentire chi comanda, chi dirige l’orchestra, insomma. In proposito, Blair ricorda un monito che ricevette a sua volta, da un politico più anziano ed esperto, Shimon Peres, che fu ministro, primo ministro e presidente di Israele: “Come leader vuoi finire nei libri di storia o nel libro dei visitatori?” gli disse Peres. E lui ora conclude: “Un leader deve guidare il governo e il Paese con sicurezza, ci saranno momenti difficili ma se non accetti la sfida finirai nel libro dei visitatori”. Ovvero, al potere ci resterai poco.
Sulla propria leadership
Blair invece ci è rimasto dieci anni, e ci sarebbe rimasto probabilmente più a lungo, vincendo le elezioni per la quarta volta, se non fosse stato per le polemiche sulla sua decisione di entrare in guerra in Iraq al fianco dell’America, oltre che per la guerra intestina che gli fece Brown, il suo ministro delle Finanze, per rimpiazzarlo, come alla fine riuscì a fare. “Dico la verità”, confessa l’ex-premier all’Observer, “se avessi potuto, sarei rimasto ancora a Downing street. Ma era diventato impossibile. C’è chi riduce il mio decennio soltanto all’Iraq, ma nel 2007, quando me ne sono andato, avevamo un’economia forte, servizi pubblici migliori, la pace in Irlanda del Nord, la sterlina valeva 2 dollari e avevamo ottenuto l’organizzazione delle Olimpiadi del 2012”.
A 71 anni, tuttavia, Blair non ha ambizioni di tornare in gioco: si sente realizzato a presiedere il Tony Blair Institute for Change, il suo think tank, cresciuta al punto di avere uno staff di 1000 persone e contratti di consulenza con 50 nazioni. Qualcuno a Londra la considera il pensatoio del governo Starmer, ma lui minimizza: “Certo che parlo con Keir, ma non gli offro consigli, parliamo di grandi questioni”. Aggiunge di non avere scritto il libro sulla leadership “per Starmer, non sapevo che il Labour avrebbe vinto le elezioni”: anche se molti pensano che qualche consiglio potrebbe darlo al successore, criticato per mancanza di carisma e della capacità di descrivere con ottimismo il futuro. “Un leader politico”, riassume Blair, “comincia quando è al massimo della popolarità e al minimo dell’esperienza, finisce quando è al minimo della popolarità e al massimo dell’esperienza: una cosa bizzarra, che non succede nelle altre professioni”.
Sulla Brexit
Nell’intervista parla a lungo del populismo, notando che “dà voce alla rabbia ma non produce risposte per risolverla: purtroppo gli elettori devono provare sulla propria pelle le soluzioni fallimentari dei populisti per capire che non funzionano, come si è visto con la Brexit: dubito che oggi il Regno Unito voterebbe di nuovo per uscire dall’Unione Europea”. Sulle presidenziali americane, loda il modo in cui Kamala Harris ha gestito la Convention democratica di Chicago, ma non fa previsioni né esprime preferenze: “Quando sei o sei stato premier britannico, non ti impicci di politica americana, lavori con chiunque vince”. Sulla Russia, dice che il corso intrapreso da Putin non ha migliorato la vita dei russi. Sulla Cina, nonostante le tensioni, dubita che Pechino “abbia interesse a un conflitto” con l’Occidente. Sull’intelligenza artificiale, scommette che cambierà il mondo “tanto quanto o più di quanto lo ha cambiato la rivoluzione industriale”.
Su Berlusconi
E su Berlusconi, con cui collaborò (posando in una famosa foto in Sardegna in cui Silvio aveva una bandana in testa) e che ora dà nome alla casa editrice del suo libro sulla leadership, cosa dice? Nulla, nell’intervista al giornale domenicale inglese. Ma intervistato da Repubblica, nel 2023, alla scomparsa dell’ex-premier italiano, dichiarò: “Silvio Berlusconi è stato un personaggio incredibile, con cui ho lavorato strettamente per alcuni anni quando eravamo entrambi primi ministri. So che per molti era una figura controversa, ma per me è stato un leader che ho trovato capace, abile e, la cosa più importante, di parola. Fu un alleato in molte occasioni al Consiglio d’Europa, dove proteggeva fieramente gli interessi dell’Italia ma cercava sempre soluzioni pratiche a problemi complessi. E non dimenticherò mai il suo sostegno alla nostra candidatura a ospitare i Giochi Olimpici”.