L’America “in declino…sull’orlo della III guerra mondiale atomica… preda di bande criminali di immigranti…nazione fallita come il Venezuela...” contro l’America “che deve voltare pagina…dove si deve essere vicini di casa non nemici…senza abbandonare la fede…ma senza dettare alle donne cosa fare del proprio corpo…”: la sfida sulla rete Abc tra la vicepresidente democratica Kamala Harris e l’ex presidente repubblicano Donald Trump, posta in gioco la Casa Bianca 2025, non poteva essere più netta, due leader, due politiche, due opposte visioni del mondo.
I due mondi
Trump ha citato, come amico e alleato, Viktor Orbán l’uomo forte ungherese delle leggi contro la stampa, fido partner della Russia di Putin, spolverando i toni del discorso di insediamento a Washington 2017, “carneficina Usa”, America circondata da nemici, vedi la Cina, o alleati infidi, gli europei, con una marea di emigranti clandestini organizzata in gang stile narcotraffico. Harris gli ha opposto l’idea di un paese ancora grande potenza, dove è possibile un governo “bipartisan”, evocando il senatore repubblicano John McCain e perfino l’endorsement, l’appoggio, ricevuto dall’ex vicepresidente di George W. Bush, Dick Cheney, e sua figlia, l’ex parlamentare Liz Cheney, mentre sulle immagini di chiusura ha incassato il poderoso sostegno della cantante Taylor Swift via Instagram, 283 milioni di followers.
Il dibattito
Non ci sono stati colpi da KO, battute che costeranno la presidenza o passeranno alla storia dei dibattiti tv, nati con il match Richard Nixon contro John Kennedy nel 1960. Harris è partita tesa, voce sottile, poi si è via via distesa, con il momento migliore quando ha ribadito a Trump: “Non sta affrontando il presidente Joe Biden, sta affrontando me!” dandosi la dimensione di paladina del cambiamento, contro lo status quo del passato rappresentato dai populisti di Trump e il carisma dell’ex magistrata.
Ma l’ex presidente non ha ecceduto in battute grevi, ha evitato di investire la vicepresidente con insulti diretti che avrebbero potuto alienargli le simpatie di donne, ispanici o afroamericani, limitandosi a citare il tradizionale bric a brac di Biden demente e in ritiro, Harris “marxista figlia di un marxista”, dei democratici che svendono il paese ai cinesi e all’emigrazione.
Sui temi di politica internazionale, da Gaza all’Ucraina, nessuna svolta, ma due linee diplomatiche diverse, per Trump l’intesa sommaria con Putin ai danni di Zelensky e dell’Ucraina, pena “la III Guerra Mondiale atomica di cui nessuno vi parla”, dietro lo slogan “con me alla Casa Bianca, Russia e Hamas non avrebbero colpito”, per Harris la storica dinamica atlantica, con gli europei e la Nato “l’alleanza più di successo dell’umanità”, e il ritorno a un Medio Oriente dove il diritto alla sicurezza di Israele conviva, in “due stati”, con i palestinesi.
Alla fine del dibattito, condotto molto bene dai giornalisti David Muir e Linsey Davis, capaci di fare fact checking al volo – per esempio sulla leggenda urbana cara a Trump dei migranti che si nutrono di animali domestici rubati nella case – senza cadere nei toni vacui da finta obiettività super partes, Kamala Harris ha proposto un secondo faccia a faccia, nelle settimane che separano dal voto del 5 novembre, vedremo come Trump reagirà.
Le due Americhe a confronto
Agli elettori e al mondo che aspetta il referendum fra le due Americhe, la piazza aperta di Harris contro la fortezza assediata di Trump, la notte di ieri ha dato ogni elemento possibile di chiarezza: dall’aborto, con Trump a pattinare fra il divieto assoluto caro ai cristiani fondamentalisti e la scelta degli Stati, e Harris a parlare di diritti delle donne, all’ambiente, alla criminalità, l’inflazione, la manifattura. Non saranno tuttavia le posizioni singole sullo shale gas o le turbine eoliche, gli investimenti per le riforme e le tasse, i tagli alla spesa pubblica o la riforma della sanità, neppure il tema rovente dell’inflazione a chiudere o aprire la strada di Washington, milioni di persone non sono in dubbio su una piattaforma da think tank, un libro bianco, un dossier da tecnocrati.
Gli Stati Uniti voteranno fra due classiche icone del loro passato remoto, “la Città sulla Collina” del sermone pronunciato nel 1630 dal reverendo Winthrop, esempio morale e di libertà per tutti, contro “America First”, la filosofia del sacerdote cattolico Charles Coughlin che denunciava rauco dalla radio il presidente Roosevelt come comunista, applaudito dal pioniere dell’aeronautica Lindbergh e dall’architetto Lloyd Wright. Ronald Reagan suggerì ai concittadini, nell’ultimo discorso politico, di preferire sempre le “migliori speranze” alle “peggiori paure” e la sua virtù da rabdomante di intuire la natura segreta dell’anima Usa arriva a oggi. Donald Trump schiererà a novembre milioni di compatrioti terrorizzati dal presente, Kamala Harris altrettanti che sperano ancora nel futuro. La notte di ieri ha chiarito che non ci sarà riconciliazione tra le due concezioni del paese, pessimismo antico e ottimismo fiducioso, rendendo dunque l’esito del voto ancor più radicale ed esistenziale.
@Podcast Riottoso