In Algeria a casa di Imane Khelif, la pugile accusata di essere un maschio: “Qui ora è diventata un’eroina delle donne”
di Leonardo MartinelliLa pugile algerina Imane Khelif, medaglia d'Oro alle Olimpiadi di Parigi
“Dio l’ha creata donna ed è rimasta una donna”. Omar Khelif, con tanta pazienza, lo ribadisce per l’ennesima volta: Imane, la sua primogenita, pugile che a 25 anni ha conquistato a Parigi l’oro olimpico nella categoria 66 kg, «non è una trans e non è mai stata un uomo. L’islam, la nostra religione, non ammette tutto questo: qui manco se ne parla dei trans». Intanto, offre un caffè dolcissimo con i biscotti all’interlocutore straniero, sbucato all’improvviso nel suo garage-officina di saldatore e ferrovecchio. Il senso dell’ospitalità, prima di tutto. Parla dell’orgoglio per Imane e tra le sue dita scivolano via foto ingiallite, che rimandano l’immagine di una bambina mingherlina: tiene stretta la mano del padre. Dietro, un’abitazione modesta, non misera, ma molto modesta. Omar sorride sempre, non polemizza, ma ci tiene a dire che «Giorgia Meloni non avrebbe dovuto abbassarsi a dire quelle cose».
Dopo l’abbandono della p…
“Dio l’ha creata donna ed è rimasta una donna”. Omar Khelif, con tanta pazienza, lo ribadisce per l’ennesima volta: Imane, la sua primogenita, pugile che a 25 anni ha conquistato a Parigi l’oro olimpico nella categoria 66 kg, «non è una trans e non è mai stata un uomo. L’islam, la nostra religione, non ammette tutto questo: qui manco se ne parla dei trans». Intanto, offre un caffè dolcissimo con i biscotti all’interlocutore straniero, sbucato all’improvviso nel suo garage-officina di saldatore e ferrovecchio. Il senso dell’ospitalità, prima di tutto. Parla dell’orgoglio per Imane e tra le sue dita scivolano via foto ingiallite, che rimandano l’immagine di una bambina mingherlina: tiene stretta la mano del padre. Dietro, un’abitazione modesta, non misera, ma molto modesta. Omar sorride sempre, non polemizza, ma ci tiene a dire che «Giorgia Meloni non avrebbe dovuto abbassarsi a dire quelle cose».
Dopo l’abbandono della pugile Angela Carini, nel primo incontro ai Giochi contro Khelif, la premier si era espressa così: «Penso che atleti che hanno caratteristiche genetiche maschili non debbano essere ammesse alle gare femminili». Alla soglia del garage di Omar, la sua vecchia Lada scassata, e poi il dedalo di strade sterrate di Biban Mesbah, borgo agricolo, a più di quattro ore di auto al Sud-Ovest di Algeri, sugli altopiani coltivati a grano. Le case sono di un giallo scuro, come le terre fertili subito fuori, ma la siccità incombe, manca l’acqua. Il monte Nador, all’orizzonte, è arido e roccioso. Per strada non si vedono donne, se non qualcuna velatissima, avvolta in abiti neri.
La nazionale 23 corre accanto al villaggio verso Tiaret, la città dove Imane, fino a pochi anni fa, andava ad allenarsi tutti i giorni. Prima di nove figli, raccoglieva bottiglie di plastica e pezzi di ferro da rivendere per tirare su i soldi per il biglietto del pullman. In un video dell’Unicef, per il quale è ambasciatrice, a chi le chiede di cosa sia più orgogliosa, risponde: «Essere stata capace di aver superato così tanti ostacoli nella mia vita».
Questa regione fu una delle ultime roccaforti dell’emiro Abdelkader, che nell’Ottocento cercò invano di resistere ai francesi. E durante la “guerra di liberazione” (1954-62) tanti furono gli attentati contro i colonizzatori e gli eccidi gratuiti dei francesi tra la popolazione locale. Biban Misbah venne edificata negli anni Settanta, uno dei “villaggi socialisti” voluti da Houari Boumédiène, allora presidente, in tutto il Paese. Era l’Algeria del collettivismo, piena di speranze, che riceveva intellettuali di sinistra da tutto il mondo, perfino femminista: una delle svariate occasioni mancate.
Negli anni Novanta, arriva il “decennio nero”, quello della guerra civile alimentata dagli islamisti, una tragedia oggi rimossa solo all’apparenza dalla memoria collettiva, ma che ha fatto più di 200mila morti. E ha lasciato strascichi: un’islamizzazione della società, che si approfondisce sempre più. Durante il decennio nero, bastava che una ragazza non si mettesse il velo, per finire uccisa per strada. O che un ragazzo indossasse una catenina d’oro (un vezzo giudicato peccato) per ritrovarsi una pallottola in testa. A Tiaret e dintorni fu terribile.
La mattina del 24 dicembre 1997, nel villaggio di Sidi Lantri, un’ottantina di corpi vennero trovati sgozzati e fatti a pezzi con le asce. Qualche anno più tardi, quando la guerra civile era finita, ma la pressione sociale e la paura restavano intatti (come oggi), una ragazzina si mise a fare avanti e indietro da Biban Misbah a Tiaret. «Incredibile il coraggio che ha avuto Imane – osserva il sociologo Nacer Djabi – per praticare la boxe, uno sport da uomini, senza velo sulla testa e in quella regione».
Iniziò a 15 anni. «Prima aveva cominciato a giocare a calcio per strada con i ragazzi – ricorda il padre – Era brava e loro si sentivano minacciati. Si battevano con lei. Lì ha imparato a schivare i pugni dei compagni». Abdelkader Ben Aissa, giovane pugile del villaggio, la notò e parlò di lei a Mohamed Chaoua, il suo allenatore, al club della Protezione civile, a Tiaret. Era la fine del 2015 e, «per la prima volta, decisi di creare un gruppo di ragazze pugili, appena cinque», racconta oggi nella palestra Chaoua, che è ancora uno dei coach di Imane. Le pugili si allenavano con i maschi.
Tra di loro, Mustapha Bensaou, 27 anni, oggi coach, amico di Imane: «Era difficile per le ragazze – dice – soprattutto per lei, che veniva da un paesino, dove la maggior parte della gente era contraria alla sua scelta». Imane è passata qui a salutarlo pochi giorni fa: «È una persona gentile, semplice. Mai eccessiva, educata». Anche Omar, il padre, riconosce di aver «disapprovato agli inizi la volontà di fare la boxe, ma poi l’ho accettata». Come Nasria, la madre di Imane, da cui l’uomo è separato. Ma entrambi sono oggi i suoi più grandi sostegni, la figlia lo ripete sempre.
«Certe volte voleva abbandonare, ma io non l’ho mai mollata – confida Chaoua – Aveva raggiunto un tale livello che ormai si allenava solo con i ragazzi. È diventata più muscolosa, ha cambiato morfologia». «Non ha mai saltato una sessione. Se io ne annullavo una, mi perseguitava per farla comunque. Durante il Covid andava con i colleghi maschi nei boschi ad allenarsi». Determinata, ma non indistruttibile: «Durante le Olimpiadi l’ho vista piangere a più riprese, a causa delle polemiche. Ha pensato addirittura di lasciare. Ma alla fine gli attacchi subiti sui social hanno alimentato la sua rabbia, che l’ha fatta vincere».
Oggi, pure a Biban Misbah sono tutti dalla sua parte. «Si è difesa, ma mai cadendo nella volgarità degli altri, di chi l’aggrediva – sottolinea Ben Issa, un vicino di casa – Ha fatto onore all’Algeria anche per quello». È diventata, volente o nolente, un simbolo per il nazionalismo del Paese e per quel regime che lo domina. Il presidente Abdelmadjid Tebboune, appena rieletto (ma il tasso di partecipazione dichiarato del 48%, già basso, non sembra veritiero, segno di un grosso disagio), cavalca la “Khelifmania”. Lei approva, perché è sinceramente riconoscente o forse perché non ha scelta. Intanto, con Imane il suo Paese diventa (paradossalmente) un simbolo progressista di femminismo e tolleranza.
Il giorno dopo, ritorno ad Algeri. Anzi, ad Ain Taya, sobborgo sul mare, a 25 km dalla capitale: un po’ quartiere dormitorio, un po’ stazione balneare del ceto medio durante l’estate. In centro, in una chiesa sconsacrata, dall’allure modernista, lasciata dai francesi, si pratica la boxe. Per tutti, maschi e femmine, l’allenatrice è Malika Abassi, 42 anni, occhi chiari e un sorriso dolce. «Un anno fa le ragazze erano una quindicina – racconta – Ora siamo a più di quaranta. E l’effetto Imane Khelif si fa sentire ancora. Ci chiamano le famiglie per iscrivere le figlie. Non so se riusciremo a soddisfare tutte le domande. La sala è piccola e ci sono solo io a insegnare».
Nesrine, 16 anni, una delle sue allieve, dice che «in tanti ci guardano male, perché siamo femmine, ma i miei genitori sono dalla mia parte». A dirigere questa palestra pubblica è Kamel (detto Roberto, come lo chiamavano in Spagna, dove è emigrato da giovane, o anche “il padrino”). Il pomeriggio, dopo gli allenamenti, lui e Malika se ne stanno coi ragazzi, maschi e femmine, sui divani a parlare e a rifare il mondo. Lei è stata una campionessa di viet boxing. Roberto dice che «sorrideva anche quando incassava dei colpi. È la forza tranquilla». Lei ricorda «le minacce degli islamisti durante il decennio nero e anche dopo. Ho avuto paura». Ora, però, largo alla speranza. Imane è la loro speranza.