A questo punto c’è da capire dove sono intervenuti i sabotatori israeliani nella filiera che porta un cercapersone da una fabbrica fino alla tasca dei pantaloni di un miliziano di Hezbollah. Dove lo hanno trasformato da semplice aggeggio di comunicazione, pure un po’ obsoleto, in una trappola esplosiva personale capace di spazzare via le sicurezze degli uomini del gruppo armato più potente del Libano – e anche dei miliziani loro alleati in Siria e in Iraq.
Le fasi vulnerabili a questo intervento clandestino sono molte. La prima è la fabbrica per l’appunto. La seconda è il trasporto, per aria o per mare – in quest’ultimo caso bisogna mettere in conto molti giorni, anche settimane, di navigazione. La terza è la sosta in deposito dove i cercapersone sono stati tenuti prima dell’acquisto da parte di Hezbollah e poi c’è la quarta, il deposito dove sono stati trasferiti dopo l’acquisto quando ormai erano nelle mani Hezbollah e stavano per essere distribuiti.
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A questo punto c’è da capire dove sono intervenuti i sabotatori israeliani nella filiera che porta un cercapersone da una fabbrica fino alla tasca dei pantaloni di un miliziano di Hezbollah. Dove lo hanno trasformato da semplice aggeggio di comunicazione, pure un po’ obsoleto, in una trappola esplosiva personale capace di spazzare via le sicurezze degli uomini del gruppo armato più potente del Libano – e anche dei miliziani loro alleati in Siria e in Iraq.
Le fasi vulnerabili a questo intervento clandestino sono molte. La prima è la fabbrica per l’appunto. La seconda è il trasporto, per aria o per mare – in quest’ultimo caso bisogna mettere in conto molti giorni, anche settimane, di navigazione. La terza è la sosta in deposito dove i cercapersone sono stati tenuti prima dell’acquisto da parte di Hezbollah e poi c’è la quarta, il deposito dove sono stati trasferiti dopo l’acquisto quando ormai erano nelle mani Hezbollah e stavano per essere distribuiti.
C’è una soluzione in questa storia di sabotaggio che potrebbe spiccare sulle altre, verrebbe da dire “elegante” se non si trattasse di un’operazione di uccisione e ferimento su scala di massa in un contesto tragico come è il Medio Oriente, e riguarda le batterie. Se i sabotatori israeliani avessero costruito delle batterie speciali, in tutto e per tutto simili a quelle originali, ma diverse perché contenevano una microcarica di pochi grammi di esplosivo di qualità militare, un ricevitore e un detonatore, allora in quel caso l’operazione sarebbe stata più veloce ed efficiente.
Soprattutto se si trattava di lavorare su una partita di cinquemila cercapersone, come dice una fonte di sicurezza libanese ad al Jazeera. Cambiare tantissime batterie è molto più veloce che manipolare una montagna di congegni elettronici ed esiste un reparto dell’intelligence militare israeliana, l’unità 81, che si occupa in modo specifico di progettare soluzioni tecnologiche per le operazioni di spionaggio e militari. Forse è questa manovra, piazzare batterie manomesse, la spiegazione per quello che è successo al secondo giorno di attacchi: è saltato in aria un po’ di tutto, elettrodomestici, citofoni, pannelli solari e walkie- talkie.
La manomissione delle batterie sarebbe stata anche più difficile da scoprire, sono così dense che i raggi x non le penetrano – del resto è per questo motivo che ci fanno togliere i laptop dai bagagli quando andiamo in aeroporto, perché le batterie sono una macchia scura che copre le altre cose. Non sappiamo ancora come hanno fatto i sabotatori perché ancora la filiera non è stata ricostruita. I pager sono prodotti da un’azienda taiwanese, la Gold Apollo, che tre anni fa ha concesso la licenza di produzione a un’azienda ungherese, la Bac Consulting Kft, che però non si occupa fisicamente della produzione – come ha escluso anche il governo ungherese – ma soltanto della vendita e di fatto è una palazzina di due piani deserta nel centro di Budapest. La Bac si occupa anche di mettere in contatto clienti e fornitori all’ingrosso e forse lo ha fatto pure in questo caso. Secondo fonti israeliane, il modello di cercapersone AR-294 venduto a Hezbollah passa per alcuni fornitori autorizzati e tra loro c’è anche un sito specializzato che ha distributori nella Striscia di Gaza, in Giordania e in Libano. Non conosciamo ancora le quattro fasi, ma ci stiamo avvicinando.
Quando i cercapersone arrivano ai miliziani libanesi è come se ciascuno di loro avesse in tasca una piccola radio personale e un codice numerico, conosciuto in teoria soltanto da Hezbollah. E quando il centralino di Hezbollah manda un messaggio alla sua lista di contatti tutti lo ricevono entro cinque secondi, con una copertura migliore rispetto ai telefoni. Martedì però succede che qualcuno che non è il centralino di Hezbollah manda un messaggio con una doppia funzione: fa squillare il cercapersone e dopo un intervallo di pochi secondi fa detonare la microcarica. Chi estrae il cercapersone dalla tasca e legge il messaggio viene ferito alle mani e in faccia. Chi non lo fa viene ferito anche peggio.
Il sito d’informazione al Monitor ha una spiegazione sul perché gli israeliani avrebbero deciso di far esplodere adesso i cercapersone: dentro Hezbollah qualcuno sospettava che fossero stati manomessi e a quel punto hanno dato il via all’operazione, per non sprecare tutta la preparazione fatta. I servizi di Israele, sostiene al Monitor, avrebbero ucciso un primo agente di Hezbollah che aveva scoperto il piano perché l’idea di fondo era usare le microcariche esplosive all’inizio di una possibile guerra. Ma quando un altro agente libanese ha fatto la stessa scoperta hanno deciso di procedere lo stesso.