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Beirut, Hezbollah tra proclami e incubi: “E se Israele arriva a colpire Nasrallah?”

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Il reportage dallo storico quartiere dei miliziani in cui ora regna la paranoia: “Alcuni di noi venduti a Israele”
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DAHIEH (BEIRUT SUD) – D’improvviso un brusio, tutti si voltano a sinistra, verso l’uomo con le mani fasciate di bianco, lo toccano, lo benedicono, lo circondano come a proteggerlo. “È di Hezbollah, uno dei tanti feriti nelle esplosioni, ma non puoi parlarci, non sono autorizzati”, ci dice Ahmad, che a Dahieh è di casa.

È il giorno dei funerali, i primi dopo la strage del venerdì nero: oltre 37 morti, 3 bambini, 7 donne, una dozzina almeno di combattenti e due alti comandanti di Hezbollah seppelliti dai missili israeliani in una palazzina civile a Dahieh, il quartiere centro operativo di Hezbollah a Beirut Sud, che adesso si scopre vulnerabile come non succedeva dal 2006, dall’ultima guerra con Israele. I giovani combattenti si mostrano ringalluzziti dagli ultimi attacchi, pronti — dicono — alla battaglia: "Israele vuole distruggerci come popolo e come Paese, piegarci, ma non ci riuscirà”, dice sicuro Hassan, 19 anni, studente di ingegneria, vestito col nero d’ordinanza mentre sco…

DAHIEH (BEIRUT SUD) – D’improvviso un brusio, tutti si voltano a sinistra, verso l’uomo con le mani fasciate di bianco, lo toccano, lo benedicono, lo circondano come a proteggerlo. “È di Hezbollah, uno dei tanti feriti nelle esplosioni, ma non puoi parlarci, non sono autorizzati”, ci dice Ahmad, che a Dahieh è di casa.

È il giorno dei funerali, i primi dopo la strage del venerdì nero: oltre 37 morti, 3 bambini, 7 donne, una dozzina almeno di combattenti e due alti comandanti di Hezbollah seppelliti dai missili israeliani in una palazzina civile a Dahieh, il quartiere centro operativo di Hezbollah a Beirut Sud, che adesso si scopre vulnerabile come non succedeva dal 2006, dall’ultima guerra con Israele. I giovani combattenti si mostrano ringalluzziti dagli ultimi attacchi, pronti — dicono — alla battaglia: "Israele vuole distruggerci come popolo e come Paese, piegarci, ma non ci riuscirà”, dice sicuro Hassan, 19 anni, studente di ingegneria, vestito col nero d’ordinanza mentre scorrono le bare.

“Ci vorrà tempo ma Hezbollah sostituirà i vecchi comandanti con una nuova generazione”, assicura Ali. È la linea indicata dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, con l’evocazione di Khomeini, il padre della rivoluzione islamica: “Ogni bandiera caduta dalle mani di un comandante capace, verrà presa e issata da un altro comandante”. Non mostrate cedimenti. «Siamo abituati alla distruzione qui, ai bombardamenti, non ci fanno paura», tuona Fatemeh, una delle anziane del movimento, seduta in chador nero accanto alle lapidi appena piantate con l’orgoglio del martirio.

Ma dietro il fervore e le risposte uguali ai giornalisti, il clima nella cittadella di Hezbollah è cambiato, più teso, guardingo. Paranoico. Le misure di sicurezza sono più stringenti rispetto anche solo a un mese fa, ed è tutto dire. Gli occhi si alzano di continuo verso il cielo, a guardare i droni che ronzano sopra le teste di Dahieh: Israele è lassù, ma dove altro?

L’operazione “telefonata mortale”, come qui chiamano la catena esplosiva dei cerca persone e dei walkie talkie che in due giorni ha fatto oltre 30 morti e migliaia di feriti, e poi la mattanza dì venerdì durante una riunione di alto livello di Hezbollah hanno scavato nelle certezze del movimento e nel senso di sicurezza della comunità che vive intorno. Le capacità operative di Hezbollah sono indebolite, la catena di comando è amputata: vacilla la sensazione di essere protetti dai combattenti della porta accanto e si moltiplicano i sospetti. Chi ha tradito? Chi ha parlato? Sono domande a cui, in pubblico, nessuno può né vuole rispondere, ma in privato volano di bocca in bocca. Ci sono state fughe di notizie?, chiediamo a un veterano del Partito di Dio, uno che ha perso tre fratelli e un nipote al fronte. Vorrebbe sfuggire a quell’interrogativo, poi dice solo: «Sure», “certo”.

Dal 30 luglio, con l’uccisione di Fuad Shukr, numero due del movimento, sembra essersi aperta una voragine nel sistema di sicurezza di Hezbollah. A Dahieh ti dicono che c’è chi si è fatto comprare da Israele, con i soldi o con le donne, ma sono voci di popolo. La paura adesso è che Israele sia intenzionato a spingersi ancora più in alto, fino all’indicibile, "fino a Nasrallah: e se davvero fosse così?”, si chiedono due analisti vicini al Movimento atterriti da una domanda che si fanno per la prima volta.

L’inquietudine va oltre il Partito di Dio. Il ministro degli Interni ad interim, Bassam Mawlawi, avverte: il Libano è stato “violato” annunciando "sforzi di intelligence e sicurezza intensificati per tracciare i movimenti dei cittadini stranieri e prevenire qualsiasi intenzione malevola di minare la stabilità interna del Paese”. Riemergono storie di presunte spie a cui pochi avevano fatto caso. “Ricordi quando hanno arrestato quel russo l’anno scorso? Bè era una spia di Israele”, ci dice Ali, che guarda a tutto con sarcasmo. “Ma è vero pure il contrario: pochi giorni fa Israele ha arrestato uno di loro perché spiava per gli iraniani”.

Dahieh non è più lo stessa Dahieh brulicante di motorini, mercati e negozi pieni, gente in strada a tutte le ore. “Prima per attraversarla tutta impiegavi mezz’ora, adesso pochi minuti: non c’è più traffico, chi poteva se n’è andato”, racconta Ahmad. Anche lui vorrebbe andare via con la sua famiglia, “appena avrò due soldi da parte”. Il timore è che non esistano più linee rosse, che Israele sia disposto a tutto finché Hezbollah non separerà il suo destino da quello di Hamas. E Nasrallah ha di fronte un difficile dilemma: se cercherà di ripristinare di nuovo l’inviolabilità di Beirut Sud, rischierà di “dare a Netanyahu quello che vuole, l’escalation”. Ma se non lo farà, dovrà accettare che Dahieh ora è parte del fronte.

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