Escalation tra Libano e Israele: raid aerei e lanci di missili fanno terra bruciata. Nuove voci sulla morte di Sinwar
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT — La sera cala su Beirut con i jet israeliani in volo sui cieli del Libano, si sente distinto il rumore da Dahieh, la periferia a Sud della capitale che è il centro nevralgico delle attività di Hezbollah. Il partito di Dio ha appena sepolto Ibrahim Aqil, capo dell’unità speciale Radwan ucciso nel raid israeliano di venerdì, che ha fatto 45 morti, quando da Israele arrivano nuove indiscrezioni su Sinwar. L’esercito sta verificando se il leader di Hamas, nascosto da un anno nei tunnel di Gaza, sia rimasto ucciso in un raid. Non ci sono informazioni chiare, l’unica certezza è che Sinwar non comunica da qualche giorno. Una settimana fa un suo messaggio di ringraziamento era stato inviato agli Houti yemeniti, poi più nulla.
«Siamo in una nuova fase della guerra, una battaglia aperta di resa dei conti», proclama il vice di Nasrallah, Naim Qassem, dopo una notte di guerra, tra sabato e domenica: oltre 290 raid di Israele su postazioni di Hezbollah nel Sud del Libano, tre morti. Al…
BEIRUT — La sera cala su Beirut con i jet israeliani in volo sui cieli del Libano, si sente distinto il rumore da Dahieh, la periferia a Sud della capitale che è il centro nevralgico delle attività di Hezbollah. Il partito di Dio ha appena sepolto Ibrahim Aqil, capo dell’unità speciale Radwan ucciso nel raid israeliano di venerdì, che ha fatto 45 morti, quando da Israele arrivano nuove indiscrezioni su Sinwar. L’esercito sta verificando se il leader di Hamas, nascosto da un anno nei tunnel di Gaza, sia rimasto ucciso in un raid. Non ci sono informazioni chiare, l’unica certezza è che Sinwar non comunica da qualche giorno. Una settimana fa un suo messaggio di ringraziamento era stato inviato agli Houti yemeniti, poi più nulla.
«Siamo in una nuova fase della guerra, una battaglia aperta di resa dei conti», proclama il vice di Nasrallah, Naim Qassem, dopo una notte di guerra, tra sabato e domenica: oltre 290 raid di Israele su postazioni di Hezbollah nel Sud del Libano, tre morti. Almeno 150 razzi e missili sparati dai libanesi sul Nord di Israele, con colpi che sono arrivati fino alla periferia Est di Haifa, verso la base militare di Ramat David ma anche sulle abitazioni civili. Centinaia di israeliani costretti a ripararsi nei bunker. È l’attacco più in profondità nel territorio israeliano dal 7 ottobre, una prima riposta alle esplosioni dei cercapersone e dei walkie talkie e ai missili piovuti su Beirut Sud, annuncia il Partito di Dio.
La tensione cresce, l’Onu parla di una regione sull’orlo di «una catastrofe imminente» e chiede di fermare le armi. Il segretario Antonio Guterres arriva a prospettare lo scenario di un Libano trasformato in una “nuova Gaza”. «Se Hezbollah non ha ricevuto il messaggio, vi prometto che lo riceverà», è la rassicurazione che Netanyahu consegna ai suoi deputati. Ma questo non significa che un’invasione del Libano sia imminente, né inevitabile.
Amos Yadlin, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana, una delle figure più rispettate dell’establishment militare di Gerusalemme, spiega che la tattica di Israele è quella del «martellamento crescente», attacchi ripetuti e a un ritmo sempre più sostenuto contro i centri di gravità di Hezbollah per costringerlo a interrompere i lanci di missili. Israele vuole che i suoi oltre 80mila sfollati del Nord possano tornare nelle loro case: «Vogliamo portare la pace in Galilea e non una terza guerra con il Libano – chiarisce Yadlin - ma dobbiamo anche essere preparati per una eventualità del genere».
Escalation per ottenere la de-escalation, dunque, così la raccontano fonti americane ad Axios. Nel mirino ci sono le postazioni militari di Hezbollah, i quadri e i comandanti. Finora più di 400 membri dell’organizzazione libanese sono stati assassinati, tutti esponenti dell’ala militare, ma in Israele si levano voci che chiedono una escalation anche su questo fronte. Bisogna «colpire i membri del Consiglio dell’Ashura di Hezbollah, ovvero la leadership generale più anziana di Hezbollah che opera sotto Hassan Nasrallah», scrive il think tank Alma, vicino a una parte degli apparati di sicurezza.
Il gruppo libanese invece guarda le cose in maniera speculare e contraria: è già a lavoro per sostituire i suoi quadri, non importa quanto ci vorrà, «abbiamo il tempo dalla nostra parte», dicono. Hezbollah non ha intenzione di abbandonare il suo obiettivo strategico e di interrompere i lanci di razzi e missili «a sostegno della resistenza palestinese», impedendo così a Israele di riconquistare agibilità nei territori del Nord «fino a quando non cesserà la guerra a Gaza».
La sequenza di attacchi e contrattacchi dunque è destinata a intensificarsi, ogni giorno il conflitto si mangia un pezzo di Libano e un pezzo di Israele in più, in una spirale che può andare fuori controllo anche se nessuna delle due parti vuole una guerra a tutto campo, con invasioni di terra e missili su Beirut, Gerusalemme e Tel Aviv.
Gli europei invocano una de-escalation, ma sono appelli senza una reale efficacia perché a meno di 50 giorni dalle elezioni presidenziali americane, l’azione diplomatica è fiacca, ferma: l’incognita su chi guiderà la politica americana per i prossimi 4 anni spunta le armi al mediatore potenzialmente più forte in questo groviglio mediorientale, gli Stati Uniti.