Israele non si ferma, sul Libano l’incubo di una nuova Gaza. Tra fronte e diplomazia, tutto quello che c’è da sapere
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT – Il Libano ha imboccato una strada pericolosamente simile a quella della guerra a Gaza. Gli israeliani non retrocedono dalla linea dell’ “escalation per ottenere una de-escalation” mentre Hezbollah continua a legare il suo destino a quello di Hamas, in una spirale che può portare rapidamente a una guerra totale. Le ultime 48 ore sono state segnate da nuove ondate di raid israeliani nel Sud del Libano ma non solo. L’aviazione israeliana ha colpito aree finora rimaste estranee al conflitto, come la zona del Chouf, a Sud di Beirut, roccaforte drusa, e il distretto di Kisrawan, a nord della capitale, area cristiano-maronita. Estendendo le operazioni militari, Israele fa leva sulle divisioni etniche e settarie mai sopite in Libano per alimentare la rabbia contro Hezbollah anche all’interno della sua stessa comunità. Vengono colpite postazioni militari e abitazioni civili, e ci sono già oltre 90mila sfollati dal Sud e dall’Est, il più grande esodo di massa della storia recente del P…
BEIRUT – Il Libano ha imboccato una strada pericolosamente simile a quella della guerra a Gaza. Gli israeliani non retrocedono dalla linea dell’ “escalation per ottenere una de-escalation” mentre Hezbollah continua a legare il suo destino a quello di Hamas, in una spirale che può portare rapidamente a una guerra totale. Le ultime 48 ore sono state segnate da nuove ondate di raid israeliani nel Sud del Libano ma non solo. L’aviazione israeliana ha colpito aree finora rimaste estranee al conflitto, come la zona del Chouf, a Sud di Beirut, roccaforte drusa, e il distretto di Kisrawan, a nord della capitale, area cristiano-maronita. Estendendo le operazioni militari, Israele fa leva sulle divisioni etniche e settarie mai sopite in Libano per alimentare la rabbia contro Hezbollah anche all’interno della sua stessa comunità. Vengono colpite postazioni militari e abitazioni civili, e ci sono già oltre 90mila sfollati dal Sud e dall’Est, il più grande esodo di massa della storia recente del Paese. La conta dei morti dall'8 ottobre è già arrivata a 1.540 almeno (erano stati 1.191 nella guerra del 2006), circa la metà ci sono stati negli ultimi 10 giorni di strike israeliani. Hezbollah ha comunicato pubblicamente la perdita di 500 suoi membri, tra operativi e comandati, il che suggerisce che una buona parte delle vittime finora sono civili.
La strategia di Nasrallah
Mutilato nella catena di comando – ieri è stato eliminato ieri anche il responsabile della divisione droni – e indebolito nelle capacità logistiche, il partito di Dio continua a lanciare razzi sul Nord di Israele, verso Haifa ma anche più a Sud, su Tel Aviv, usando armi sempre più sofisticate (i Fadi3, i balistici) e ampliando il raggio di azione con l'obiettivo di impedire agli israeliani di rientrare nelle loro case. Per ottenere questa vittoria tattica, Hezbollah non ha bisogno di saturare l’Iron dome con migliaia di missili, è sufficiente rendere inabitabile la Galilea con un lancio costante di razzi, ieri ne ha sparati 150. Gli emissari di Nasrallah ripetono che non ci sarà una tregua fino a quando non cesserà anche la guerra a Gaza. Nella sua storia, il partito-movimento paramilitare non ha “mai trattato sotto il fuoco”, la formula ribadita anche in queste ore.
Il fattore Golan
Gli israeliani intanto ammassano brigate lungo il confine Nord e preparano una invasione di terra, di cui però è difficile immaginare i contorni: la guerra del 2006 fu un piccolo Vientam sia per Israele che per il gruppo libanese, e oggi Hezbollah è un movimento molto meglio armato e organizzato, con una estesa rete di tunnel e – si stima – tra gli 80mila e i 100mila combattenti e un arsenale di almeno 150mila missili e razzi. Per Israele potrebbe essere molto difficile liberare con la forza un’area cuscinetto di 8-10 km piena di trappole.Fonti diplomatiche europee spiegano che lo schieramento di nuove brigate a Nord serve agli israeliani anche per monitorare i movimenti sul Golan, una fascia di territorio molto critica, da cui Israele teme che ci possano essere infiltrazioni: in Siria Hezbollah ha centinaia di combattenti.
Il ruolo del libanese Berri nelle trattative
Parallelamente all’escalation sul terreno si muove la diplomazia, un intenso lavorio per evitare quello che il presidente Usa Joe Biden ha definito “il rischio di una guerra globale”. Washington ha anche una preoccupazione specifica sul Libano, un Paese in bancarotta dove ci sono oltre 2 milioni di profughi siriani. Una fonte diplomatica occidentale spiega da New York che gli americani vogliono evitare la decomposizione politica del Libano, l’esplosione definitiva del sistema confessionale settario che l’ha tenuto in piedi finora, con enormi problemi, ma la cui dissoluzione aprirebbe scenari difficile da prevedere. A trattare con gli americani e i francesi per conto di Hezbollah è Nabih Berri, il capo di Amal, l’alleato di Nasrallah in Parlamento. Berri è un dinosauro della politica libanese, molto influente. L’idea concordata con Washington era una tregua di 3/4 settimane, con lo stop a tutte le operazioni militari, compresi i sorvoli israeliani sul Libano, per consentire all’inviato Usa Hamos Hochstein di costruire un accordo più strutturato per l’implementazione della 1701, la risoluzione Onu che affidava all’esercito libanese il controllo della sicurezza del confine, con gli Hezbollah respinti a nord del fiume Litani, mai pienamente rispettata, con violazioni da entrambe le parti.
La proposta franco-americana
La proposta finale è stata elaborata da americani e francesi – è Macron che sta trattando direttamente con i libanesi – e prevede uno stop di 21 giorni alle ostilità. L’hanno firmata i Paesi europei e diversi Stati arabi, ma è stata bocciata dagli israeliani proprio alla vigilia del discorso di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite previsto per oggi, nonostante gli americani si fossero detti fiduciosi. La stessa dinamica che per mesi ha affossato i colloqui di Gaza, le aspettative americane puntalmente frustrate dall’alleato, convinto che solo la pressione militare potrà portare il “nemico” alla resa. Il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben ha già minacciato di ritirare il suo sostegno al governo in caso di accordo con hezbollah, un tragico remake di quanto accaduto con le trattative su Gaza. La nostra politica è che "continueremo a colpire Hezbollah con tutta la forza finché non riporteremo i residenti del nord nelle loro case", ha dichiarato Netanyahu appena messo piede fuori dall’aereo che l’ha portato a New York.
Il ruolo dell’Iran
Anche Hezbollah oppone resistenza all’idea di una tregua, non vuole fare concessioni che diano una ulteriore immagine di debolezza dopo i colpi subiti, tuttavia secondo fonti libanesi i margini per far si che accetti un cessate il fuoco ci sono. Le prossime ore saranno importanti per capitre il destino di questo conflitto, e molto dipenderà anche dalla posizione dei due principali alleati di Hezbollah e di Israele, l’Iran e gli Stati Uniti. Diversi leader europei hanno chiesto all’Iran a fare pressioni su Nasrallah per arrivare a un accordo, ma Teheran ha i suoi interessi in questa partita, e a New York ha messo sul tavolo la richiesta di nuovi negoziati sul nucleare per la rimozione delle sanzioni. Gli Stati Uniti, il mediatore potenzialmente più forte, sono afoni. Biden à un’ “anatra zoppa” e l’incognita sui chi guiderà la Casa Bianca nei prossimi 4 anni pesa come un macigno sul futuro del Medio Oriente.