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Colonne di carri armati, cannoni e check point: sul fronte Nord di Israele l’invasione è a un passo

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Lungo la strada che unisce i villaggi ormai semideserti della Galilea, colonne di mezzi militari attendono l’ordine di varcare il confine per stanare Hezbollah
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Confine israelo-libanese — Il futuro prossimo della frontiera nord incombe già sulla statale 89. Una macchia ocra appare tra gli olivi e i mirti cresciuti selvatici lungo la strada, il riflesso delle blindature colpisce l’iride, l’ombra dei cannoni è proiettata a terra dalla luce di mezzogiorno. Il pianoro semi-nascosto non ha più alcuna forma di vegetazione, ben arato com’è dai cingolati israeliani che lo hanno eletto a base logistica. I mezzi della 98 esima divisione che devono invadere il Libano sono qui da almeno una settimana, attendono sotto il sole l’ordine che, per ora, non è stato dato.

Si contano una decina di carri armati, cinque blindati per il trasporto truppe, altrettanti obici di media gittata, una decina di camion: gli intrusi nel paesaggio bucolico dell’Alta Galilea, diventata, dall’8 ottobre, bersaglio di 9.500 razzi lanciati da Hezbollah.

Si approfitta dell’assenza momentanea del piantone all’imbocco di una rampa sterrata per deviare dalla statale deserta e sce…

Confine israelo-libanese — Il futuro prossimo della frontiera nord incombe già sulla statale 89. Una macchia ocra appare tra gli olivi e i mirti cresciuti selvatici lungo la strada, il riflesso delle blindature colpisce l’iride, l’ombra dei cannoni è proiettata a terra dalla luce di mezzogiorno. Il pianoro semi-nascosto non ha più alcuna forma di vegetazione, ben arato com’è dai cingolati israeliani che lo hanno eletto a base logistica. I mezzi della 98 esima divisione che devono invadere il Libano sono qui da almeno una settimana, attendono sotto il sole l’ordine che, per ora, non è stato dato.

Si contano una decina di carri armati, cinque blindati per il trasporto truppe, altrettanti obici di media gittata, una decina di camion: gli intrusi nel paesaggio bucolico dell’Alta Galilea, diventata, dall’8 ottobre, bersaglio di 9.500 razzi lanciati da Hezbollah.

Si approfitta dell’assenza momentanea del piantone all’imbocco di una rampa sterrata per deviare dalla statale deserta e scendere ai blindati. Su un palo sventolano due bandiere, quella nazionale e quella verde-nera dei corpi corazzati, i Kheyl HaShiryon. Un mese fa qui non c’era niente, giusto qualche fuoristrada militare, la grande macchina bellica non si era ancora mossa.

Siamo a quattro chilometri dal confine Nord, nel tratto che collega Jish a Hurfesh, due nomi che finiscono sempre sulla cronaca quotidiana o perché colpiti dai razzi o perché vi rimbomba la sirena di allarme, mentre in cielo compaiono gli arabeschi di fumo lasciati dall’Iron Dome. Si ode costantemente il rumore dei caccia che sorvolano lungo e oltre la frontiera, potendo sfruttare la totale assenza di contraerea libanese.

«Chi siete?», fa il comandante dell’unità, alzandosi dalla sedia di plastica posta sotto una tenda verde. Ha sulla trentina, lo sguardo è protetto da occhiali neri, il fucile d’assalto penzola a tracolla. Un camion sta depositando lentamente un altro Merkava, i tank dell’esercito israeliano. Il giovane capo è stato ben istruito a schivare le domande. Da quanto siete qui? «Non sono autorizzato a dirlo». Che ordini avete avuto dal Comando centrale? «Non sono autorizzato a dirlo». Può confermare che le prime azioni degli incursori sono già cominciate? «Non sono autorizzato a dirlo». Le due brigate di riservisti annunciate dall’Idf sono arrivate? Solita risposta.

Una notizia diffusa all’alba dall’emittente americana Abc ha messo tutti in agitazione. «L’Idf potrebbe aver già iniziato o sta per iniziare piccole operazioni oltre il confine con il Libano per eliminare le vicine posizioni di Hezbollah». Non c’è la conferma ufficiale dello Stato maggiore, ma non è detto che la storia sia completamente infondata. Intanto perché la prospettiva più realistica è questa: non è l’occupazione su vasta scala ma azioni mirate di terra lungo gli 80 chilometri di frontiera per smantellare, sopra, le postazioni delle milizie sciite e, sotto, i tunnel scavati nella pietra.

La strategia a cui pensa il governo israeliano, sostenuto da una parte dell’opposizione, è sfruttare il disorientamento di Hezbollah privato di leader e della catena di comando per riproporre un’operazione lampo come quella del 1978, denominata “Litani”, quando gli incursori in pochi giorni toccarono le sponde del fiume, a seguito dell’uccisione di 35 passeggeri israeliani su un bus catturato vicino a Tel Aviv da un gruppo terroristico palestinese. Netanyahu, però, non ha ancora dato l’ordine.

La statale 89 prosegue in direzione di Safed, poi al bivio di Elifelet diventa la statale 90 e sale su lungo il dito di territorio proteso fino a Metulla, la punta più a nord dello Stato ebraico. Ora si incontrano sempre più camion che trasportano i larghi Merkava, agli incroci hanno messo su i check-point, le macchie ocra si fanno più ampie e affollate. Oltre il guardrail, poco prima di Metulla, se ne contano più di cento, di carri armati: allineati in fila indiana, parcheggiati, pronti. Le stesse identiche scene che si vedono nel deserto fuori dalla Striscia di Gaza, dove l’Idf ha creato basi logistiche per corazzati e obici. Non un buon segnale per chi spera di evitare l’attacco via terra con un accordo diplomatico.

Che sono pochi, in realtà. Con l’uccisione di Nasrallah, Netanyahu ha riguadagnato consenso in Israele e i 60 mila sfollati dell’Alta Galilea vogliono tornare a casa. Dunque, gli chiedono con forza di «finire il lavoro». Intendendo, per lavoro, la liquidazione totale di Hezbollah, costi quel che costi.

Tra Jish e Hurfesh c’è una deviazione che porta a Sasa, il kibbutz “degli italiani” perché tra i 400 abitanti che vivono secondo le regole del collettivismo socialista c’è una piccola comunità di connazionali. Angelica, Cesaretto, Luciano, Luca. Sono rimasti qui, tra i quaranta che non hanno voluto evacuare sul lago di Tiberiade. La notte dormono nel mamad, la stanza blindata, nelle case meno esposte alle colline libanesi, mentre la kitat konenut, la squadra civile armata, fa la ronda. Una scheggia di un razzo, forse un anticarro che è tra i più pericolosi perché non intercettabile dall’Iron Dome, si è conficcata sul tetto di un’automobile. Altri detriti hanno danneggiato la finestra della sala dove si riunisce il kibbutz. «Netanyahu deve finire il lavoro», dicono anche a Sasa.

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