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L’ultima tentazione del governo israeliano: colpire l’Iran mentre è più debole

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Nel giorno dell’invasione del Libano, Netanyahu si rivolge agli iraniani: “Il vostro Paese sarà presto libero”. E’ l’avvio di una nuova fase del conflitto regionale. Ma un’“operazione Teheran”, per lo Stato ebraico, è ad altissimo rischio
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TEL AVIV – Due giorni dopo la carneficina ai kibbutz, Benjamin Netanyahu disse che la risposta israeliana all’attacco di Hamas avrebbe “ridisegnato il Medio Oriente”. A un anno di distanza, e alla vigilia dell’invasione del Sud del Libano, quelle parole, sembrate allora lo sfogo rabbioso di un primo ministro condannato a passare alla Storia come “colui che non ha saputo prevenire il 7 Ottobre”, vengono rilette per interpretare la nuova fase bellica. E per capire se Netanyahu, dopo il Libano, spingerà i propri caccia fino a Teheran.

Il discorso all’Iran

Galvanizzato dall’uccisione del leader di Hezbollah e dal conseguente recupero del consenso interno, Netanyahu a sorpresa si è rivolto ieri alla popolazione iraniana: “Parlo a voi direttamente, senza filtri. Ogni giorno il regime spinge la nostra regione sempre di più nell’oscurità e nella guerra. Ogni giorno, le sue marionette vengono eliminate. Chiedete a Deif, chiedete a Nasrallah. Non c’è alcun luogo nel Medio Oriente che Is…

TEL AVIV – Due giorni dopo la carneficina ai kibbutz, Benjamin Netanyahu disse che la risposta israeliana all’attacco di Hamas avrebbe “ridisegnato il Medio Oriente”. A un anno di distanza, e alla vigilia dell’invasione del Sud del Libano, quelle parole, sembrate allora lo sfogo rabbioso di un primo ministro condannato a passare alla Storia come “colui che non ha saputo prevenire il 7 Ottobre”, vengono rilette per interpretare la nuova fase bellica. E per capire se Netanyahu, dopo il Libano, spingerà i propri caccia fino a Teheran.

Il discorso all’Iran

Galvanizzato dall’uccisione del leader di Hezbollah e dal conseguente recupero del consenso interno, Netanyahu a sorpresa si è rivolto ieri alla popolazione iraniana: “Parlo a voi direttamente, senza filtri. Ogni giorno il regime spinge la nostra regione sempre di più nell’oscurità e nella guerra. Ogni giorno, le sue marionette vengono eliminate. Chiedete a Deif, chiedete a Nasrallah. Non c’è alcun luogo nel Medio Oriente che Israele non possa raggiungere. Quando l’Iran sarà finalmente libero, e quel momento arriverà molto prima di quanto la gente pensi, tutto sarà diverso”.

I sei fronti aperti

Il tono è direttamente proporzionale all’euforia militare che ha preso Netanyahu. In questo momento Israele sta combattendo, via terra con le truppe e in cielo coi caccia lanciati contro le infrastrutture delle milizie sciite, contemporaneamente su sei fronti: Gaza, Libano, Yemen, Siria, Iraq e Iran. Sette, se si aggiungono i territori occupati della Cisgiordania, dove è dispiegata una parte dell’esercito a protezione degli insediamenti. Uno scenario che, per numero di avversari, ricorda la prima guerra, quella del 1948, a Stato ebraico appena nato.

Nel devastante attacco su Beirut, oltre a Nasrallah è stato ucciso il vice comandante iraniano delle operazioni in Siria e in Iraq, ieri, in un altro bombardamento nella capitale libanese, sono morti alcuni capi del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Quel conflitto regionale che gli Stati Uniti per mesi hanno cercato di scongiurare, di fatto, è già scoppiato. Le forze armate israeliane hanno in mano l’iniziativa, godono della supremazia tecnologica, l’Iron Dome protegge le città, ma la partita è rischiosa anche per Israele.

Uno contro tutti

La campagna militare di Netanyahu contro chiunque spari o lanci missili contro gli israeliani fa il salto di livello ad aprile con l’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco. A luglio un raid aereo su Beirut uccide Fuad Shukr, il comandante dell’ala militare di Hezbollah, il giorno dopo a Teheran viene eliminato Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas. Poi l’esplosione coordinata di migliaia di cercapersone, la fine di Nasrallah, i quaranta jet israeliani che si alzano in volo per distruggere il porto più importante dello Yemen controllato dagli Houti. E ieri il messaggio di Netanyahu agli iraniani.

“Non siamo però a un cambio della dottrina strategica, Israele vuole ancora evitare il conflitto diretto con la Repubblica islamica perché spera che sia la comunità internazionale a intervenire contro la minaccia degli ayatollah”, spiega l’analista militare Miri Eisin, ufficiale in pensione e ricercatrice dell’Istituto internazionale per l’Antiterrorismo. “Netanyahu, da solo, non darà l’ordine di colpire Teheran, però sta cercando di distruggere tutti i gruppi terroristici loro alleati”. L’Idf, senza l’aiuto degli americani che offrono copertura aerea, intelligence, armi e munizioni, non potrebbe sostenere una guerra su scala regionale. Nonostante le critiche di Biden per l’enorme numero di vittime civili a Gaza, il sostegno della Casa Bianca non è mai venuto meno, confermato in queste ore dalla notizia che il Pentagono ha annunciato l’invio di “poche migliaia” di soldati americani in Medio Oriente.

"New Order”

Nuovo Ordine si chiama l’operazione che ha ucciso Nasrallah: sempre di più si capisce cosa c’è dietro il nome, e quale sia la portata della sfida lanciata da Netanyahu. “Hezbollah è il principale esportatore della rivoluzione khomeinista”, ragiona Eli Karmon, ricercatore senior dell’Università Reichman di Herzliya e conoscitore del Partito di Dio. “Ha un ruolo speciale per l’Iran, smantellarlo significa porre le fondamenta per un nuovo ordine regionale. Hezbollah stava addestrando le milizie in Iraq, tra Siria e Iraq ci sono 120 mila combattenti sciiti. Ha addestrato gli Houti in Yemen. Fino all’anno scorso, la sede della tv ufficiale Houti era, non a caso, a Beirut”.

Secondo Karmon, che cita l’ex premier di destra Naftali Bennet ("va tagliata la testa al serpente”), Israele ha la capacità per abbattere il regime iraniano e persino il dovere di farlo. Tuttavia, nessuno, neanche Netanyahu, può calcolare quale saranno le conseguenze a medio termine della nuova fase. E come la Repubblica islamica regirà al crollo, pezzo dopo pezzo, del cosiddetto Asse della Resistenza anti-Israele che negli anni ha finanziato, armato, e manovrato.

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