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Iran, Khamenei resta al sicuro nel bunker. La Guida Suprema si prepara a parlare al Paese

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L’ayatollah non si fida più di nessuno, ma oggi a Teheran ricorderà Nasrallah e guiderà la preghiera: non lo faceva dal 2020
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BEIRUT – A 85 anni, Ali Khamenei non immaginava di ritrovarsi leader di guerra, comandante in capo di una Repubblica fondata sulla legge divina che ora fa i conti con le regole degli uomini, sospetti, soffiate, tradimenti, reali o presunti. La sequenza innescata dall’esplosione dei cercapersone, due settimane fa, ha squarciato il muro della segretezza tra i ranghi dell’alleato più fedele, il libanese Hezbollah, e nella stessa Teheran, che si era già scoperta vulnerabile dopo l’omicidio, a luglio, del leader politico di Haniyeh in un palazzo del governo, protetto e gestito dai Pasdaran.

Il diktat: controllare tutti

L’ordine allora si è fatto inevitabile: controllare tutti, nel corpo dei Guardiani della rivoluzione co…

BEIRUT – A 85 anni, Ali Khamenei non immaginava di ritrovarsi leader di guerra, comandante in capo di una Repubblica fondata sulla legge divina che ora fa i conti con le regole degli uomini, sospetti, soffiate, tradimenti, reali o presunti. La sequenza innescata dall’esplosione dei cercapersone, due settimane fa, ha squarciato il muro della segretezza tra i ranghi dell’alleato più fedele, il libanese Hezbollah, e nella stessa Teheran, che si era già scoperta vulnerabile dopo l’omicidio, a luglio, del leader politico di Haniyeh in un palazzo del governo, protetto e gestito dai Pasdaran.

Il diktat: controllare tutti

L’ordine allora si è fatto inevitabile: controllare tutti, nel corpo dei Guardiani della rivoluzione come negli apparati di sicurezza e nel governo, dai funzionari fino ai vertici. Si setacciano i viaggi all’estero, i conti in banca per verificare che non ci siano stati versamenti sospetti, nel mirino finiscono soprattutto le vite di chi ha parenti e famiglie fuori dall’Iran. Quadri, militanti, leader dei Pasdaran cui è stato detto di non usare più dispositivi elettronici fino a quando non saranno verificati. Una grande bonifica che ha già portato ad alcuni arresti.

“La Guida Suprema non si fida più di nessuno”, rivelano alla Reuters tre funzionari iraniani: teme infiltrazioni nell’establishment, nel luogo sicuro dove è stato portato dopo l’omicidio di Nasrallah. Khamenei aveva avvertito l’amico e alleato che gli israeliani erano sulle sue tracce, che l’avrebbero preso, esortandolo a trasferirsi in Iran dopo il sabotaggio dei pagers e dei walkie talkie. Ha tentato di metterlo in guardia una seconda volta, pochi giorni prima che gli israeliani gli riversassero addosso 80 tonnellate di bombe nella sua Dahieh, a Beirut sud. E lo aveva fatto inviando nella capitale libanese un comandante di alto rango dei Guardiani della rivoluzione, il generale di brigata Abbas Nilforoushan, finito ucciso insieme a Nasrallah.

Il ritorno della guida

Il 4 ottobre Khamenei guiderà la preghiera del venerdì a Teheran, non succedeva dal 2020, quando celebrò l’attacco contro una base americana in Iraq in risposta all’uccisione del generale Qassem Soleimani, l’architetto del sistema di deterrenza regionale dell’Iran fondato su una rete di milizie, partiti e proxies alleati che val dal Libano allo Yemen. Prima della preghiera, alle 8.30 in Italia, la Guida suprema presiederà una cerimonia commemorativa per Nasrallah con una liturgia in preparazione da giorni. Potrebbe essere il funerale di Nasrallah? Il movimento smentisce con insistenza.

L’incognita del funerale

Da giorni c’è una trattativa anche sul corpo del religioso: il partito libanese non ha avuto garanzie di sicurezza per celebrarne le esequie a Beirut, che attirerebbero migliaia di persone mentre Israele bombarda i sobborghi della capitale. Anche per trasportare la salma ovunque sia c’è bisogno dell’assenso degli israeliani, che di fatto controllano i cieli libanesi e hanno già avvertito che non “permetteranno che l’aeroporto di Beirut diventi un centro logistico per operazioni militari”. Qualche giorno fa, due aerei, uno proveniente da Teheran e l’altro dall’Iraq sono stati fatti tornare indietro dalle autorità libanesi perché era troppo rischioso. Da allora è iniziata una complessa trattativa, che oggi dovrebbe consentire al ministro degli Esteri iraniano di atterrare a Beirut mentre su milioni di vite in Medio Oriente incombe lo spettro di un conflitto diretto tra l’Iran e Israele.

Abbas Araghchi fa parte delle colombe, il gruppo di diplomatici vicini al presidente Pezeshkian che per diversi mesi ha chiesto cautela, nessuna risposta all’omicidio di Haniyeh, contando, in cambio, di poter portare a casa un cessate il fuoco e nuovi negoziati con americani ed europei sul nucleare. Quelle aperture sono state sostenute da Khamenei, che ha mediato con le ali più intransigenti del regime convinte che fosse necessaria un’azione determinata. L’offensiva israeliana, con l’uccisione di Nasrallah, la guerra in Libano, la promessa di un nuovo ordine in Medio Oriente, ha cambiato gli equilibri nell’establishment iraniano e l’Iran ha deciso di attaccare Israele. Ora attende la reazione. E Khamenei dovrà decidere: di chi fidarsi e come rispondere ai nemici, interni ed esterni.

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