LONDRA – Un commento al volo di Joe Biden e l’autorevole opinione di un ex-premier israeliano sembrano suggerire che la reazione di Israele all’attacco lanciato nei giorni scorsi dall’Iran con quasi 200 missili balistici colpirà le installazioni petrolifere di Teheran, forse con l’aggiunta di un raid “simbolico” contro parti minori dell’apparato nucleare iraniano.
Mentre anche altre opzioni restano sul tavolo, il parere degli esperti è che Gerusalemme non sarebbe comunque in grado di distruggere da sola il programma nucleare dell’Iran: e che dunque questa possibilità, considerata dalla comunità internazionale come il maggior rischio di escalation incontrollabile in Medio Oriente, non è destinata a realizzarsi. Lo Stato ebraico ha sorpreso il mondo altre volte con le sue operazioni militari. E la Casa Bianca avverte: “Diamo consigli a Israele, non siamo però noi a indirizzarne le decisioni”. Ma mercoledì 2 ottobre , alla domanda se Washington avrebbe appoggiato un attacco israelian…
LONDRA – Un commento al volo di Joe Biden e l’autorevole opinione di un ex-premier israeliano sembrano suggerire che la reazione di Israele all’attacco lanciato nei giorni scorsi dall’Iran con quasi 200 missili balistici colpirà le installazioni petrolifere di Teheran, forse con l’aggiunta di un raid “simbolico” contro parti minori dell’apparato nucleare iraniano.
Mentre anche altre opzioni restano sul tavolo, il parere degli esperti è che Gerusalemme non sarebbe comunque in grado di distruggere da sola il programma nucleare dell’Iran: e che dunque questa possibilità, considerata dalla comunità internazionale come il maggior rischio di escalation incontrollabile in Medio Oriente, non è destinata a realizzarsi. Lo Stato ebraico ha sorpreso il mondo altre volte con le sue operazioni militari. E la Casa Bianca avverte: “Diamo consigli a Israele, non siamo però noi a indirizzarne le decisioni”. Ma mercoledì 2 ottobre , alla domanda se Washington avrebbe appoggiato un attacco israeliano alle installazioni nucleari iraniane, Biden ha dichiarato senza mezzi termini: “La risposta è no”.
Le parole di Biden
Il 3 ottobre, rispondendo a una domanda estemporanea dei giornalisti al suo seguito, il presidente statunitense ha detto, o si è lasciato scappar detto, che gli Stati Uniti “stanno discutendo” la possibilità che Israele colpisca la vasta rete dell’industria petrolifera iraniana come risposta all’attacco dell’Iran con 180 missili balistici, che non ha causato gravi danni, grazie alle difese antiaeree di Gerusalemme, oltre a quelle fornite da Usa e Regno Unito, ma ha usato armi che potevano provocare ingenti perdite, molto più del primo attacco iraniano di questo tipo in aprile. Biden ha anche reso noto che i Paesi del G7 (di cui fa parte l’Italia) hanno chiesto specificatamente a Israele di rispondere in modo da non causare una escalation militare nella regione: un monito inteso come un’allusione ai rischi di un attacco alle installazioni nucleari di Teheran.
La previsione di Barak
In un’intervista al Guardian di Londra, l’ex-premier laburista israeliano Ehud Barak, che è stato anche ministro della Difesa, capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e capo delle forze speciali, afferma che verosimilmente Israele lancerà una rappresaglia contro le installazioni petrolifere iraniane, simile a quella di qualche giorno prima contro gli stabilimenti petroliferi controllati dagli Houthi in risposta a un loro attacco. “Penso che vedremo qualcosa del genere”, ha detto Barak. “Sarà un attacco massiccio, e può darsi che ne vedremo più di uno”. Barak ha aggiunto che ci sono pressioni all’interno del governo israeliano per colpire anche o invece l’industria nucleare civile iraniana, che secondo Gerusalemme sarebbe vicina a poter realizzare (entro un anno, dicono alcune fonti) una bomba atomica: ma l’ex-premier crede che, se questo avverrà, sarà un raid limitato ad alcune installazioni nucleari minori, un gesto simbolico, una specie di avvertimento su quello che Israele potrebbe fare in seguito, se l’Iran continuerà a lanciare missili contro lo Stato ebraico. “Probabilmente ci sarà anche un tentativo di colpire certi bersagli collegati al nucleare”, dice l’ex-premier, un apparente riferimento a laboratori o installazioni di secondo piano.
Il parere degli esperti
Israele sostiene da tempo che i negoziati per limitare al settore civile lo sviluppo nucleare di Teheran non servono a niente e che soltanto un’azione militare può privare l’Iran delle armi atomiche. L’opinione dominante fra gli analisti di questioni militari, interpellati dal Financial Times, è però che un attacco israeliano del genere, senza il supporto militare dell’America, sarebbe “ad alto rischio” e nel migliore dei casi potrebbe “soltanto ritardare, non distruggere” il programma nucleare iraniano.
L’impresa sarebbe difficile per tre ragioni. La prima è la distanza: le basi nucleari iraniane sono a più di mille chilometri da Israele, che per raggiungerle con i suoi bombardieri dovrebbe volare sopra lo spazio aereo di Arabia Saudita, Giordania, Siria, Iraq e potenzialmente Turchia. La seconda ragione è il carburante: il tragitto, fra andata e ritorno, richiederebbe l’impegno di tutte le capacità israeliane di rifornimento in volo, non lasciando margini per errori o complicazioni che possono sempre accadere in missioni di questo tipo. La terza sono le difese antiaeree iraniane: le basi nucleari sono fortemente protette e per questo Israele avrebbe bisogno di scortare i suoi bombardieri con almeno 100 caccia, pari a quasi un terzo del totale delle forze aeree israeliane.
Inoltre, le più importanti basi nucleari dell’Iran sono scavate all’interno di montagne: per penetrarle servirebbero missili che Israele non ha o aerei, come il cacciabombardiere Stealth americano, di cui non dispone. In definitiva, è la conclusione di due esperti del Royal United Services Institute riportata dal quotidiano della City, la quantità di forza necessaria a danneggiare gravemente le maggiori installazioni nucleari iraniane “richiederebbe ampio sostegno americano, se non il diretto coinvolgimento degli Stati Uniti” e nemmeno quello garantirebbe la loro “totale distruzione”.