Khamenei in pubblico con il fucile in pugno. “Attaccheremo ancora la Palestina occupata”
dai nostri inviati Gabriella Colarusso (Beirut) e Fabio Tonacci (Tel Aviv)Un discorso breve, da belligerante, armato. «Il 7 ottobre è stato un atto legittimo, così come legittima è la nostra risposta contro Israele», ha esordito la Guida Suprema della Repubblica islamica dell’Iran durante la preghiera del venerdì nella grande moschea di Teheran, dove si teneva la commemorazione per la morte di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Accanto all’ayatollah Ali Khamenei c’era un fucile, come vuole la tradizione sciita secondo cui un sermone senza impugnare un’arma non è efficace. In questo momento, però, dopo i 181 missili balistici lanciati sulle città di Israele e l’attesa dell’annunciata rappresaglia, la tradizione si carica di simbolismo e dei più neri presagi.
«Se necessario attaccheremo ancora la Palestina occupata», promette la Guida Suprema, mentre il governo dello Stato ebraico sta studiando quando e come colpire l’Iran, cercando un punto di compromesso col presidente Biden che ieri ha invitato Israele a «valutare obiettivi alternativi ai pozzi p…
Un discorso breve, da belligerante, armato. «Il 7 ottobre è stato un atto legittimo, così come legittima è la nostra risposta contro Israele», ha esordito la Guida Suprema della Repubblica islamica dell’Iran durante la preghiera del venerdì nella grande moschea di Teheran, dove si teneva la commemorazione per la morte di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Accanto all’ayatollah Ali Khamenei c’era un fucile, come vuole la tradizione sciita secondo cui un sermone senza impugnare un’arma non è efficace. In questo momento, però, dopo i 181 missili balistici lanciati sulle città di Israele e l’attesa dell’annunciata rappresaglia, la tradizione si carica di simbolismo e dei più neri presagi.
«Se necessario attaccheremo ancora la Palestina occupata», promette la Guida Suprema, mentre il governo dello Stato ebraico sta studiando quando e come colpire l’Iran, cercando un punto di compromesso col presidente Biden che ieri ha invitato Israele a «valutare obiettivi alternativi ai pozzi petroliferi» e ha aggiunto: «Si evitino le vittime civili».
Nel giorno della commemorazione di Nasrallah («Era un fratello, il mio orgoglio, il volto amato dell’Islam»), Khamenei si è rivolto ai libanesi invitandoli a «non disperare», perché «il regime sionista non sarà mai vittorioso su Hamas ed Hezbollah». Ha poi lanciato un appello ai Paesi arabi, compresi quelli di fede sunnita: «Il nemico dell’Iran è il nemico della Palestina, del Libano, dell’Iraq, dell’Egitto, della Siria e dello Yemen».
Ad ascoltarlo tra i funzionari del regime c’era Abdullah Safieddine, capo dell’ufficio di Hezbollah e fratello di Hashem Safieddine, il possibile successore di Nasrallah. Di cui, però, da ventiquattr’ore non si ha più traccia. Secondo i media israeliani è rimasto ucciso anche lui, come il capo delle comunicazioni del Partito di Dio Muhammad Rashid Sakafi, nel massiccio raid dell’aviazione israeliana di giovedì notte, avvenuto ancora una volta nel quartiere sciita di Dahieh, a Beirut. Sul bunker di al-Marija, ritenuto essere la sede dell’intelligence di Hezbollah e al cui interno secondo i giornali locali era in corso la riunione per nominare Hashem Safieddine, i jet israeliani hanno scaricato 73 tonnellate di bombe. Per eliminare Nasrallah ne avevano usate 80.
Nel vuoto di potere al vertice di Hezbollah si inserisce la visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che è arrivato ieri a Beirut e ha incontrato il premier pro-tempore Mikati e lo speaker del Parlamento, l’influente Nabih Berri. Entrambi sono impegnati da giorni in un giro di contatti serrati con le cancellerie occidentali per lavorare a un cessate il fuoco e una road map che porti fuori dalla guerra. Né Berri né Miqati hanno rilasciato dichiarazioni dopo i bilaterali con il capo della diplomazia di Teheran.
Ha parlato invece Araghchi, ponendo le condizioni di Teheran: sosteniamo il cessate il fuoco in Libano solo se include un cessate il fuoco anche a Gaza. «Con il dolore, le uccisioni, la distruzione e l’espansione dell’occupazione, è necessario che lo Stato libanese prenda l’iniziativa per un approccio distinto che separi i fronti», scrive Mohanad Hage Ali, analista del Carnegie. “C’è un interesse iraniano oggi nell’espandere la portata dell’occupazione (israeliana, ndr) poiché riporta il Libano al punto di partenza e annulla la risoluzione 1701 come quadro accettabile per una soluzione del conflitto, e in questo converge con la macchina di uccisioni e distruzione israeliana».