Tutto passa, non Netanyahu
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV – Un anno fa era difficile pensare che Benjamin Netanyahu sarebbe risorto da ceneri come quelle della casa del signor Oded Lifshitz, qui a Nir Oz. La mattina del 7 ottobre 2023, a 83 anni, questo ex giornalista – il primo ad aver raccontato a Israele il massacro di Sabra e Chatila, il primo a incontrare Yasser Arafat – è stato portato a Gaza, ferito, mentre alle sue spalle la casa dove aveva trascorso la vita bruciava: un anno dopo è ancora lì, come il suo vicino di casa Ofer Calderon, 53 anni, e altri 27 abitanti di Nir Oz. In tutto nella Striscia, a un chilometro e mezzo da qui, ci sono 101 persone rapite quel giorno: «Ma con quello che succede al Nord, nessuno si ricorda più di loro», ci dice Rita, la nuora di Lifshitz.
Si fatica a darle torto: la sera, davanti al ministero della Difesa di Tel Aviv, a urlare contro Netanyahu restano solo i loro parenti e le persone che li appoggiano. Una minoranza in Israele…
TEL AVIV – Un anno fa era difficile pensare che Benjamin Netanyahu sarebbe risorto da ceneri come quelle della casa del signor Oded Lifshitz, qui a Nir Oz. La mattina del 7 ottobre 2023, a 83 anni, questo ex giornalista – il primo ad aver raccontato a Israele il massacro di Sabra e Chatila, il primo a incontrare Yasser Arafat – è stato portato a Gaza, ferito, mentre alle sue spalle la casa dove aveva trascorso la vita bruciava: un anno dopo è ancora lì, come il suo vicino di casa Ofer Calderon, 53 anni, e altri 27 abitanti di Nir Oz. In tutto nella Striscia, a un chilometro e mezzo da qui, ci sono 101 persone rapite quel giorno: «Ma con quello che succede al Nord, nessuno si ricorda più di loro», ci dice Rita, la nuora di Lifshitz.
Si fatica a darle torto: la sera, davanti al ministero della Difesa di Tel Aviv, a urlare contro Netanyahu restano solo i loro parenti e le persone che li appoggiano. Una minoranza in Israele, oggi: «Di lui e del governo parliamo quando la guerra sarà finita», rispondono molti altri. Compresi quelli che due anni fa animavano le manifestazioni contro la riforma giudiziaria che pretendevano le dimissioni di Netanyahu. Ma da un anno, qui in Israele, il “dopo” non c’è mai. Il Paese vive un’emergenza costante, continua, diffusa: e grazie a questo il premier, da mago della politica quale è, ha riconquistato pezzo dopo pezzo l’elettorato, tornando in testa nei sondaggi. Una risalita impensabile un anno fa, iniziata ad aprile e intensificatasi durante l’estate, con picchi di ascesa in coincidenza con le eliminazioni del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran a luglio e di quello di Hezbollah Hassan Nasrallah a Beirut pochi giorni fa. Se si votasse oggi Likud otterrebbe 25 seggi contro i 21 del rivale più vicino, il Partito di unità nazionale di Benny Gantz. E nella corsa alla premiership Netanyahu avrebbe un unico rivale: quel Naftali Bennett che su molti temi è più a destra di lui.
«Gli israeliani si sono sentiti perduti durante la maggior parte dell’anno di guerra. Queste morti hanno fatto vedere la possibilità di un ritorno all’immagine che avevano in passato: furbi, sorprendenti e pronti a colpire a morte», scrive su Haaretz Dahlia Scheindlin, una delle più accreditate sondaggiste israeliane. Anche lei, come ogni commentatore, un anno fa contava i giorni che separavano il Paese dalla fine dell’era Bibi: come tutti, sbagliava.
Il perché è presto spiegato. Sfidando tutti – alleati interni e internazionali, partito, elettori – Netanyahu dopo il 7 ottobre è andato dritto, senza esitazioni. Non si è mai assunto la responsabilità della strage, come hanno fatto i vertici militari e di intelligence. Non ha mai chiesto scusa in modo chiaro. Non ha mai parlato di dimissioni. In più di una occasione è sembrato vacillare, ma non ha mai cambiato atteggiamento: così è stato a novembre, quando ha rifiutato di ascoltare Joe Biden che gli chiedeva di non entrare a Gaza senza un piano per il giorno dopo. A dicembre, quando si è rimangiato la promessa di chiudere la guerra entro l’anno, ad aprile quando ha colpito il consolato iraniano a Damasco provocando la reazione dell’Iran, a maggio quando contro l’opinione Usa ha mandato i soldati a Rafah, in estate quando ha finto di accettare il piano Biden per il cessate il fuoco salvo poi imporre nuove condizioni. A settembre quando ha fatto lo stesso con la tregua per il Libano.
Così, passo dopo passo, è riuscito a proiettare di sé l’immagine del leader pronto a tutto in nome della sicurezza. Durerà? Scheindlin non è convinta, e constata che il Paese è – da anni – spaccato in due campi più o meno equivalenti, i pro e i contro Bibi. Se questi ultimi si unissero, la possibilità di sostituire il primo ministro sarebbe reale. Inoltre, sulla testa di Netanyahu pende l’accusa di crimini di guerra della Corte penale internazionale dell’Aia: nel momento in cui venisse spiccato il mandato di cattura diventerebbe un pariah per la comunità internazionale.
Sarà, forse, un giorno. In mezzo a manovre, tattiche e calcoli in Israele è passato un anno: Netanyahu è dove nessuno pensava che sarebbe stato dodici mesi fa. Mentre Oded Lisfschitz e il movimento per la pace a cui ha dedicato la vita sono ancora dove erano: prigionieri a Gaza.