Ore 7.30: la strage di Hamas del 7 ottobre in diretta video
di Sharon NizzaAll’alba del 7 ottobre 2023 - ricorreva la festività ebraica di Simchat Torà - mi trovavo nel mezzo del deserto del Negev, preparandomi per una gita proprio nell’area a sud della Striscia di Gaza, al confine con l’Egitto. Alle 6:29, i cellulari erano intasati dagli alert incessanti che annunciavano l’attacco missilistico senza precedenti proveniente dalla Striscia di Gaza. “C’è la guerra, gita annullata”, ho tirato giù dal letto uno degli amici. Inizialmente, sembrava uno dei soliti “round” con Hamas, come ne sono avvenuti diversi negli ultimi vent’anni. Quindici minuti dopo, ricevo un video di terroristi armati di tutto punto, con le bandane verdi di Hamas in testa, che sparano nelle strade della cittadina di Sderot. “Non è possibile, deve essere un fake”, ci si diceva in tutte le chat.
Ho cominciato a cercare tra le fonti, nei gruppi Telegram del portavoce di Hamas Abu Obaida e altri che diffondevano immagini sempre più cruente e surreali: una ragazza disperata caricata su una moto…
All’alba del 7 ottobre 2023 - ricorreva la festività ebraica di Simchat Torà - mi trovavo nel mezzo del deserto del Negev, preparandomi per una gita proprio nell’area a sud della Striscia di Gaza, al confine con l’Egitto. Alle 6:29, i cellulari erano intasati dagli alert incessanti che annunciavano l’attacco missilistico senza precedenti proveniente dalla Striscia di Gaza. “C’è la guerra, gita annullata”, ho tirato giù dal letto uno degli amici. Inizialmente, sembrava uno dei soliti “round” con Hamas, come ne sono avvenuti diversi negli ultimi vent’anni. Quindici minuti dopo, ricevo un video di terroristi armati di tutto punto, con le bandane verdi di Hamas in testa, che sparano nelle strade della cittadina di Sderot. “Non è possibile, deve essere un fake”, ci si diceva in tutte le chat.
Ho cominciato a cercare tra le fonti, nei gruppi Telegram del portavoce di Hamas Abu Obaida e altri che diffondevano immagini sempre più cruente e surreali: una ragazza disperata caricata su una moto tende le braccia verso un ragazzo circondato da una decina di giovani che parlano in arabo e lo spingono a piedi verso quella che poi si rivelerà essere Gaza; una signora anziana su una golf cart, circondata da uomini che la dileggiano in arabo; il cadavere seminudo di una giovane ammassato, in posizione innaturale, nel bagagliaio di un van, con una folla di uomini armati che sputano e inneggiano “Allahu Akbar”; un reporter palestinese che parla dall’interno del kibbutz Nir Oz: “Ecco, qui vedete le macchine dei coloni che bruciano, Inshallah!”, racconta, con le fiamme che divampano alle sue spalle; una famiglia intera protagonista di una macabra diretta su Facebook in cui parte dei famigliari vengono uccisi live.
Solo molto più tardi sarà possibile dare dei nomi a questi volti; lì per lì, le immagini sembravano incredibili, e non arrivava nessuna conferma ufficiale delle istituzioni israeliane. Nella mia testa, le prime risposte cominciarono ad arrivare intorno alle 8:00, quando Muhammad Deif, il capo delle Brigate ‘Izz al-Din al-Qassam, annuncia che Hamas ha aperto l’offensiva “Diluvio di Al Aqsa”, chiamando “chiunque abbia una pistola, camion, auto o altre armi” a partecipare al “grande giorno del piano per porre fine all'occupazione”.
Alle 10:05, viene data la prima – e per moltissime ore l’unica – conferma ufficiale di un morto: Ofir Libestein, l’amato e visionario sindaco del Consiglio Regionale Shaar Hanegev, rimasto ucciso mentre difendeva la sua comunità al Kibbutz Kfar Aza. Conoscevo Ofir da anni. Era un pilastro del dialogo con i palestinesi, promotore di innumerevoli progetti, per lo più sottobanco per non mettere in pericolo quanti volevano avere un contatto diretto con gli israeliani e per questo erano minacciati da Hamas. L’avevo incontrato poche settimane prima e mi aveva parlato con entusiasmo dell’avanzamento del progetto - che vedeva anche il coinvolgimento di Stati firmatari degli Accordi di Abramo - per la creazione di nuovo parco industriale che avrebbe fornito occupazione a circa 100,000 palestinesi dentro la Striscia di Gaza, nell’area del valico di Erez.
Ma quella mattina, centinaia di terroristi sono sbucati da un tunnel proprio a ridosso del valico, distruggendolo e assalendo le comunità circostanti. Questo è solo uno dei punti attraverso il quale è avvenuto un attacco simultaneo orchestrato da Hamas contro oltre 60 comunità israeliane, che nel giro di poche ore lascerà 1204 vittime tra gli israeliani (quasi il 2% degli abitanti di quell’area del Paese presa sotto attacco).
Per ore siamo stati testimoni di un attacco trasmesso in diretta, in primis attraverso le immagini delle bodycam degli assalitori come atroce arma psicologica, in cui assistevamo inermi a massacri di civili scovati ancora in pigiama nelle stanze rifugio, una mattanza che non ha risparmiato nemmeno cittadini arabi israeliani musulmani – la comunità beduina del Sud d’Israele è stata pesantemente colpita e conta a oggi ancora cinque tra i 101 ostaggi tuttora a Gaza – né lavoratori tailandesi impiegati nelle comunità agricole della zona, uno dei quali quasi decapitato con una zappa, come documenta uno dei video più macabri diffusi dagli attentatori stessi.
In seguito alla prima ondata pianificata dell’assalto condotta prevalentemente dalla Nukhba, l’unità di élite di Hamas, e rispondendo alla chiamata di Deif diffusa tramite radio e tv, si sono poi riversati in Israele migliaia di civili palestinesi (secondo l’inchiesta dell’Idf, 2000 persone) – donne e bambini compresi, come documentato dai video e in seguito dalle testimonianze degli ostaggi tornati con la tregua di novembre, che hanno raccontato come, mentre venivano condotti con la forza verso Gaza, vedevano folle esultanti procedere nella direzioni opposta, ossia verso le loro case, saccheggiate e date alle fiamme.
Centinaia di persone date per disperse, sono state pronunciate morte solo dopo settimane grazie all’esame del Dna sui loro resti carbonizzati. Tra loro Vivian Silver, 74 anni, storica attivista pacifista, fondatrice del movimento “Women Wage Peace”. Ricordo la sua voce in un’intervista alla radio, verso le 8:30, sussurrava dalla stanza rifugio “ho paura”. Due ore dopo non era più raggiungibile.
Ci vorranno giorni per capire le proporzioni dell’attacco e mesi per ricostruirne la dinamica. Ma già alle 10:00 di mattina di quel 7 ottobre, mentre mi chiedevo “Perché diamine Ofir è rimasto ucciso?”, “Come è possibile che si è dovuto trovare a combattere?”, “Perché non è intervenuto l’esercito?”, ricordo perfettamente che realizzavo in quegli stessi istanti che qualcosa di enorme, senza precedenti nella storia del pluridecennale conflitto arabo-israeliano stava accadendo; che Israele stava vivendo il peggiore fallimento della sua storia, ben oltre quella che era considerata fino ad allora la grande debacle dell’attacco a sorpresa siro-egiziano della guerra del Kippur, di cui proprio il giorno prima ricorrevano i 50 anni. Nei mesi successivi ho raccolto e incrociato testimonianze dirette, riprese video, messaggi e telefonate in tempo reale dell’attacco – racchiusi nel volume “7 ottobre 2023: Il giorno più lungo” - per cercare di spiegare perché quella giornata ha costituito la linea dello spartiacque con “il mondo di ieri”, perché ha innescato un moto sismico che ha sconvolto – e continua a sconvolgere a un anno di distanza - il Medio Oriente per come lo conoscevamo fino ad allora.