BEIRUT - La rotonda di Ghobeiri come il pretorio di Pilato, tra le macerie della guerra. Li hanno legati ai pali con le mani dietro la schiena e gli occhi bendati, un cartello appiccicato addosso: “Ladri”. Uno ha la faccia gonfia di botte, un altro rivoli di sangue sulle braccia. Dicono che stessero “svaligiando” le case degli sfollati, gli appartamenti lasciati vuoti dalle migliaia di famiglie che in queste settimane sono fuggite da Dahieh, di corsa, mentre l’esercito israeliano continua a bombardare.
"Sono stati i residenti a fermarli e a legarli, adesso li ha presi in custodia l’esercito, se ne stanno occupando loro, ci sarà un processo”, conferma a Repubblica una fonte della sicurezza interna. Ghobeiri è territorio di Hezbollah, ci avevano fatto i funerali della madre di Nasrallah, prima della guerra e lì gli israeliani hanno ucciso Ibrahim Qubaisi, il comandante della divisione missili e razzi. Tra i palazzi distrutti che ancora fumano si aggirano le vedette in motorino, sen…
BEIRUT - La rotonda di Ghobeiri come il pretorio di Pilato, tra le macerie della guerra. Li hanno legati ai pali con le mani dietro la schiena e gli occhi bendati, un cartello appiccicato addosso: “Ladri”. Uno ha la faccia gonfia di botte, un altro rivoli di sangue sulle braccia. Dicono che stessero “svaligiando” le case degli sfollati, gli appartamenti lasciati vuoti dalle migliaia di famiglie che in queste settimane sono fuggite da Dahieh, di corsa, mentre l’esercito israeliano continua a bombardare.
"Sono stati i residenti a fermarli e a legarli, adesso li ha presi in custodia l’esercito, se ne stanno occupando loro, ci sarà un processo”, conferma a Repubblica una fonte della sicurezza interna. Ghobeiri è territorio di Hezbollah, ci avevano fatto i funerali della madre di Nasrallah, prima della guerra e lì gli israeliani hanno ucciso Ibrahim Qubaisi, il comandante della divisione missili e razzi. Tra i palazzi distrutti che ancora fumano si aggirano le vedette in motorino, senza caschi: il movimento cerca di mantenere il controllo della zona. "Non ci si può avvicinare a Dahieh, l’altro giorno hanno fermato un fotografo e gli hanno preso la camera”, ci dice Ali, che un tempo era di casa da queste parti.
I presunti ladri di Ghobeiri erano un siriano e un palestinese, e vuol dire gli ultimi degli ultimi in questa catena di sofferenze che sta squarciando il Libano. Molti siriani, già sfollati dalla guerra di Assad, dormono in strada, non hanno soldi né parenti a cui chiedere rifugio. Si sono accampati sulla croniche. Rana, che fa la volontaria per i bambini senza scuola, parla di Beirut come di "una pentola a pressione. Per ora reggiamo, ma fino a quando?”.
Già prima della guerra, la povertà era dilagata in Libano: 44% della popolazione, secondo le stime della Banca mondiale. La capitale è rimasta per molti un’ancora di lavoro, ma l’offensiva israeliana ha stravolto tutto. Di circa un milione di sfollati interni, una buona parte si è riversata qui, alterando la geografia politica e mischiando a forza le comunità. Achrafieh, la roccaforte cristiana dove ci sono i musei, i locali, le gallerie d’arte, è controllata dall’esercito negli snodi principali. I militanti dei partiti cristiani sorvegliano i condomini. "Facciamo la guardia per assicurarci che non ci siano problemi, che nessuno entri negli appartamenti sfitti”, dice Nader, che di mestiere prima faceva il poliziotto.
Hamra, invece, l’antico centro cosmopolita di Beirut, si è riempita di sfollati. La scorsa settimana, l’esercito ha organizzato un trasferimento di massa verso Akkar, al Nord, ma è come svuotare il mare con le mani, con un quarto del territorio libanese sotto ordine di sfollamento dell’Idf.
Il governo prova a fare quello che può, con un parlamento chiuso, le banche collassate e senza un presidente da due anni, per evitare che la tensione salga fino a provocare scontri settari. Ha messo in piedi 937 centri di accoglienza, ma sono già pieni. Il resto prova a farlo la cooperazione internazionale. Molti sfollati ad Hamra si sono sistemati in appartamenti vuoti. Ci vivono anche in 20, spesso senza acqua ed elettricità. Bassel racconta che due sere fa "c’è stato uno scontro tra due gruppi per chi doveva vendergli l’energia elettrica dai generatori, modalità gangster di strada, credo che fossero quelli di Amal (partito sciita, ndr) contro quelli di Kawmi”, il partito dei nazionalisti siriani. In tempi di pace lui fa il bagnino, adesso dà una mano alla protezione civile.
“Trasferiremo gli sfollati da Hamra appena avremo organizzato nuovi centri di accoglienza”, spiega la fonte della sicurezza. Per adesso “la situazione è sotto controllo. Nel 2006 il conflitto durò 40 giorni e siamo riusciti a evitare il peggio”. E se fosse una guerra lunga? Dalle cancellerie occidentali, che solo due settimane fa si dicevano determinate a raggiungere un cessate il fuoco, non arrivano segnali incoraggianti. I negoziati per una tregua sono a un punto morto: “Non ci sono passi avanti”, fanno sapere dall’entourage di Nabih Berri, il potente speaker del Parlamento, che in questo momento ha in mano le sorti politiche del paese. “Gli israeliani non si fermeranno perché vogliono lo smantellamento di Hezbollah”.