Libano, nuovi spari dell’Idf su Unifil. Israele cancella un villaggio: “Era la fossa delle armi sciite”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT — Bombe sui civili, ancora spari contro le Nazioni Unite e nessuna apertura a una tregua: «Hezbollah dovrà trattare, se vuole, sotto il fuoco», avverte il ministro della Difesa Gallant mentre jet e tank israeliani colpiscono villaggi, moschee, case, ambulanze, uffici pubblici in quella che è diventata una guerra totale contro il Libano e non solo un corpo a corpo con il partito di Dio.
Al mattino due spari da un Merkava israeliano distruggono le telecamere e danneggiano la torre di guardia di una postazione Onu vicino a Kfar Kila, a Est: è il settore di competenza degli spagnoli, ma quell’avamposto è gestito dal contingente serbo. È l’ennesimo attacco «intenzionale e deliberato», denuncia la missione, dopo una settimana in cui le basi dei Caschi Blu sono finite più volte sotto il fuoco israeliano e le ostilità sul terreno hanno acceso lo scontro diplomatico. Netanyahu vuole che i peacekeeper si spostino più a nord per lasciare mano libera all’esercito sul confine: «Non abb…
BEIRUT — Bombe sui civili, ancora spari contro le Nazioni Unite e nessuna apertura a una tregua: «Hezbollah dovrà trattare, se vuole, sotto il fuoco», avverte il ministro della Difesa Gallant mentre jet e tank israeliani colpiscono villaggi, moschee, case, ambulanze, uffici pubblici in quella che è diventata una guerra totale contro il Libano e non solo un corpo a corpo con il partito di Dio.
Al mattino due spari da un Merkava israeliano distruggono le telecamere e danneggiano la torre di guardia di una postazione Onu vicino a Kfar Kila, a Est: è il settore di competenza degli spagnoli, ma quell’avamposto è gestito dal contingente serbo. È l’ennesimo attacco «intenzionale e deliberato», denuncia la missione, dopo una settimana in cui le basi dei Caschi Blu sono finite più volte sotto il fuoco israeliano e le ostilità sul terreno hanno acceso lo scontro diplomatico. Netanyahu vuole che i peacekeeper si spostino più a nord per lasciare mano libera all’esercito sul confine: «Non abbiamo assolutamente nulla contro l’Unifil, ma in quasi vent’anni non ha fermato nemmeno un missile di Hezbollah», accusa. L’Onu servirà, gli fa eco il ministro degli Esteri Katz, ma dopo la guerra, adesso è solo «usata come scudo umano dai terroristi di Hezbollah».
Le parole dei leader israeliani arrivano in un Libano stordito dell’ampiezza dei raid israeliani, ripresi ormai anche sulla capitale Beirut, dopo una tregua di cinque giorni, e incessanti su Nabatieh, la principale cittadina del sud, che è sotto ordine di evacuazione delle Idf dal 3 ottobre.
Il sindaco Ahmad Kahil non se n’era voluto andare: «Resto qui ad aiutare chi scappa». E così ha fatto fino a ieri mattina quando ha convocato l’unità di crisi per gestire soccorsi, aiuti agli sfollati, richieste dei cittadini che ancora vivono nel paese. Una raffica di bombardamenti, almeno quindici in rapida successione, ha sventrato la città e colpito l’antico palazzo del comune mentre era in corso la riunione. Sono morti tutti. Il sindaco Kahil, l’assessore Sadek Issa, il responsabile dei media del comune, Mohammad Bitar, due funzionari della Protezione civile che «erano con i loro colleghi per compiere il loro dovere nazionale e umanitario», denuncia l’organizzazione e «quattro membri di una squadra di soccorso con cui le Nazioni Unite e i partner umanitari lavoravano da più di un anno», piange il coordinatore umanitario dell’Onu per il Libano, Imran Riza. Il bilancio, a sera, è di almeno 16 vittime e 57 feriti, ma diversi corpi sono ancora sotto le macerie.
Nabatieh è sotto assedio da giorni, domenica un bombardamento israeliano ha distrutto anche l’antico mercato della città, di epoca ottomana. «Tutti i nostri mezzi di sostentamento sono stati rasi al suolo», racconta Ahmad, un commerciante che ha visto il suo negozio ridotto a un mucchio di macerie. «Vogliono rendere inabitabile tutto il Libano del sud per impedire a Hezbollah di restare lì ma anche alla popolazione sciita di tornare nelle proprie case», ci dice Farooq, che da Nabatieh è scappato a Beirut. Ancora se le ricorda, le proteste del 2020. «Noi di Hezbollah? Siamo scesi in piazza contro la corruzione e per la sovranità del Libano. Chi è davvero il nemico? Israele non è nostro amico».
Sono le domande che i libanesi di ogni fede e provenienza sociale si fanno, attoniti, davanti alle immagini della distruzione anche di Mhaibib, un antico paesino proprio sul confine, che ospitava il santuario dedicato un tempo alla figura di Beniamino, ultimo figlio del patriarca Giacobbe, nipote di Abramo, secondo l’Antico Testamento, a testimoniare lo scambio secolare tra due territori che oggi chiamiamo Libano e Israele. Il santuario fu ristrutturato qualche anno fa anche con i soldi degli iraniani, quella è roccaforte di Hezbollah.
Ora non esiste più nulla. L’Idf ha fatto esplodere l’intero villaggio, dicono che venisse usato come “fossa” dai combattenti sciiti, ci tenevano armi e munizioni. Completamente polverizzato. E adesso si teme anche per il più importante sito archeologico libanese, la valle dei templi di Baalbek, nella Beqaa, dove nei giorni scorsi l’aviazione israeliana ha bombardato a 500 metri dalle antiche rovine romane. Il patrimonio archeologico è a rischio mentre il Libano piange i suoi morti, già più di 2.300 in questa guerra, e fa i conti con lo spettro di una nuova emergenza: ieri l’Oms ha certificato il primo caso di colera nel nord del Paese.