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Ma per Israele la guerra non finisce qui

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La morte del leader di Hamas fornisce a Netanyahu la foto della vittoria di cui aveva bisogno: ma non risolve le questioni aperte. Per prima quella del ritorno degli ostaggi
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Da un anno e dieci giorni Israele aspettava una foto: l’immagine della vittoria, quella che avrebbe permesso allo Stato ebraico di dire che l’orrore del 7 ottobre era stato punito, che rispondesse al desiderio di rivalsa – o di vendetta – in cui buona parte del Paese vive da allora: ora quella foto sembra essere arrivata.

La conferma ufficiale alla notizia della morte di Yahya Sinwar, cervello della strage del 7 ottobre, è arrivata attraverso il ministro degli Esteri Katz ma negli ambienti della difesa e dell’intelligence israeliana, anche quando si attendeva ancora la conferma, una cosa è sembrata subito certa: se anche quel cadavere coperto di polvere fosse stato davvero quello del cervello della strage del 7 ottobre la guerra non sarebbe finita.

Lo dice chiaro una fonte dell’intelligence: “Adesso è il momento più difficile per gli ostaggi. L’esercito deve tirarli fuori immediatamente. Altrimenti sarà troppo tardi”. Da agosto, quando nei tunnel di Gaza vennero ritrovati cadaveri se…

Da un anno e dieci giorni Israele aspettava una foto: l’immagine della vittoria, quella che avrebbe permesso allo Stato ebraico di dire che l’orrore del 7 ottobre era stato punito, che rispondesse al desiderio di rivalsa – o di vendetta – in cui buona parte del Paese vive da allora: ora quella foto sembra essere arrivata.

La conferma ufficiale alla notizia della morte di Yahya Sinwar, cervello della strage del 7 ottobre, è arrivata attraverso il ministro degli Esteri Katz ma negli ambienti della difesa e dell’intelligence israeliana, anche quando si attendeva ancora la conferma, una cosa è sembrata subito certa: se anche quel cadavere coperto di polvere fosse stato davvero quello del cervello della strage del 7 ottobre la guerra non sarebbe finita.

Lo dice chiaro una fonte dell’intelligence: “Adesso è il momento più difficile per gli ostaggi. L’esercito deve tirarli fuori immediatamente. Altrimenti sarà troppo tardi”. Da agosto, quando nei tunnel di Gaza vennero ritrovati cadaveri sei giovani rapiti dal Nova party, la strategia di Hamas nei confronti degli ostaggi è chiara: meglio morti che liberi, soprattutto ora che la trattativa per il cessate il fuoco di cui erano la pedina fondamentale è ferma da mesi. Il rischio ora è che chi, fra i 97 mancanti all’appello, ha resistito fino a questo momento, venga eliminato: per vendetta o semplicemente perché non più considerato utile.

La manifestazione a sostegno di un accordo per la liberazione degli ostaggi di ieri a Tel Aviv (reuters)

Ma non è solo questo: Israele si è spinto troppo avanti per fermarsi adesso. Con o senza Sinwar, il fronte di Gaza è aperto: da mesi l’obiettivo del governo Netanyahu – diventato chiarissimo negli ultimi giorni – è quello di neutralizzare una volta per tutte i rischi che anche nel futuro potrebbero venire dalla Striscia. E dunque di creare nel Nord una fascia che metta in sicurezza il Sud di Israele: anche a costo di ridurre migliaia di persone alla fame per costringerle ad andare via definitivamente dalle loro case. Questo non cambierà con la morte del leader di Hamas.

Né cambierà la strategia in Libano: anche qui, il dado è tratto. Lo scopo della campagna militare in cui Israele è impegnato da un anno è ormai creare un nuovo equilibrio destinato, agli occhi del premier Netanyahu, a ridisegnare il Medio Oriente negli anni a venire. In questa partita, la morte di Sinwar sarebbe senza dubbio una tappa decisiva: ma non quella finale.

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