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Chi è Sinwar, il più iraniano dei palestinesi che ingannò Netanyahu

(reuters)

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Per 23 anni è stato a capo dell'apparato di sicurezza di Hamas per poi diventare il numero 1 delle milizie a Gaza. A differenza di altri leader come Haniyeh o Khaled Meshal, non ha mai lasciato Gaza
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L’imprendibile è stato preso. Il cadavere con il cranio fracassato è quello di Yahya Sinwar, come la somiglianza fisica ancor prima del test del Dna aveva subito suggerito. Il ricercato numero uno per Israele e leader supremo di Hamas è morto come aveva promesso che sarebbe morto: non consegnandosi agli israeliani. Imbottito di bombe. E rimanendo, fino all’ultimo respiro, nella Striscia di Gaza.

Yahya Sinwar, presunta data di nascita: 29 ottobre 1962, a Khan Yunis. Data di morte: 16 ottobre 2024, ieri, durante un raid israeliano. Si chiude la parabola di un conclamato criminale politico che per Hamas è stato l’uomo forte, “il più rispettato di tutti”, “capo anche quando non era capo”. Capace di fare ciò nessuno aveva osato neanche pensare.

È l’uomo che dai tunnel di Gaza ha ideato, organizzato e compiuto il massacro ai kibbutz del 7 ottobre costato la vita a 1.200 israeliani e la libertà di più di 200 ostaggi. L’assalto di morte coperto da migliaia di razzi lo avevano progettato …

L’imprendibile è stato preso. Il cadavere con il cranio fracassato è quello di Yahya Sinwar, come la somiglianza fisica ancor prima del test del Dna aveva subito suggerito. Il ricercato numero uno per Israele e leader supremo di Hamas è morto come aveva promesso che sarebbe morto: non consegnandosi agli israeliani. Imbottito di bombe. E rimanendo, fino all’ultimo respiro, nella Striscia di Gaza.

Yahya Sinwar, presunta data di nascita: 29 ottobre 1962, a Khan Yunis. Data di morte: 16 ottobre 2024, ieri, durante un raid israeliano. Si chiude la parabola di un conclamato criminale politico che per Hamas è stato l’uomo forte, “il più rispettato di tutti”, “capo anche quando non era capo”. Capace di fare ciò nessuno aveva osato neanche pensare.

È l’uomo che dai tunnel di Gaza ha ideato, organizzato e compiuto il massacro ai kibbutz del 7 ottobre costato la vita a 1.200 israeliani e la libertà di più di 200 ostaggi. L’assalto di morte coperto da migliaia di razzi lo avevano progettato in tre: lui, suo fratello Mohammad e Mohammed Deif, l’allora capo delle brigate al-Qassam, l’apparato paramilitare di Hamas. Solo poi, a giochi fatti, avevano avvertito il vertice politico, quell’Ismail Haniyeh che Sinwar, nell’agosto scorso, è stato chiamato a sostituire nel ruolo di presidente dell’ufficio politico del movimento islamista palestinese. Un segnale a Netanyahu che, nonostante i 40 mila morti e la distruzione di tutte le città della Striscia, Hamas non aveva intenzione di arrendersi: la nomina era una dichiarazione di guerra permanente.

Da anni Sinwar e suo fratello sostenevano che fosse possibile attaccare e colpire lo Stato ebraico battendolo proprio sul campo dove si sentiva più forte, quello del controllo, della prevenzione, dell’intelligence. Sinwar ha aspettato, ha ritardato di un anno un piano che era già pronto nel tentativo di convincere gli sciiti di Hezbollah e i pasdaran iraniani a prendere parte attiva al massacro dei kibbutz. Non ci è riuscito, nell’immediato. Ma un anno dopo aver partorito la strage più infame, il Medio Oriente è in fiamme.

Sinwar dunque era lì, a Gaza. Non se n’è mai andato. Non erano vere le voci che lo volevano già all’estero, fuggito attraverso i tunnel che portano in Egitto. È sempre stato nel regno di cui è re dal 2017 quando lui, già creatore della polizia politica di Hamas sul finire degli Anni Ottanta, era stato scelto dal politburo e dal Consiglio della Shura della come leader della Striscia al posto di Haniyeh. I politici come Haniyeh stavano a Doha e a Istanbul, negli hotel comodi e ai tavoli di ristoranti stellati, lui invece si sentiva meglio sulla sabbia dove era sempre vissuto.

La nomina dell’agosto scorso non aveva cambiato nulla per lui, continuava a dare ordini dai suoi rifugi, senza usare telefonini ma con pizzini di carta manoscritta che passando di mano in mano col sistema “a cellule ristrette” da lui teorizzato, finivano in sicurezza nelle mani di Khalil al-Hayya, il suo ventriloquo a Doha al tavolo delle trattative per il rilascio degli ostaggi, l’ambasciatore delle sue volontà all’estero.

Uno dei pizzini era stato trovato dall’Idf nel gennaio scorso, un elenco di disposizioni per punti: uno, Aumentare la diffusione di foto e video dei sequestrati per incrementare la pressione psicologica che generano”; due “fare qualsiasi cosa per aumentare la pressione psicologica su Gallant” (il ministro della Difesa israeliano, ndr); tre: “Spingere sulla linea narrativa che Netanyahu è responsabile unico di quanto sta succedendo”.

Nel 2011 Israele fece inconsapevolmente un errore esiziale: lo liberò. Sinwar era già da anni in una cella israeliana, dietro le sbarre il futuro leader di Hamas aveva avuto il tempo di imparare l’ebraico, cosa che gli aveva permesso di scrivere una lettera a Netanyahu, e si era dilettato nella stesura di un romanzo, “La spina e il garofano”, fatto esfiltrare foglio dopo foglio dalla prigione senza che i piantoni se ne accorgessero.

Finì nell’elenco di 1.026 detenuti palestinesi scarcerati per ottenere il rilascio di Gilad Shalit, il militare israeliano rapito nel 2006. Sinwar allora aveva quattro ergastoli da scontare. Oggi muore con addosso la richiesta di arresto della Corte penale dell’Aia, la stessa che pende su Netanyahu.

“Lo voglio vivo o morto”, aveva detto nelle ore seguenti il 7 Ottobre il premier israeliano, consapevole che solo con la sua cattura o la sua eliminazione avrebbe potuto dichiarare di aver vinto la guerra contro Hamas. Un anno e dieci giorni dopo, l’esercito glielo porta cadavere e impolverato.

Muore il più iraniano dei palestinesi, colui che, nonostante fosse leader di un movimento sunnita, aveva cercato e trovato una sponda con gli sciiti di Hezbollah e gli ayatollah di Teheran. Da capo del movimento nella Striscia aveva anche trovato un accordo con Netanyahu per permettere il trasferimento a Gaza dei milioni del Qatar, che sono serviti anche a costruire la “metropolitana”, come è stata ribattezzata la fitta rete di cunicoli sotto le città.

Sinwar non ha mai riconosciuto il diritto di Israele a esistere e criticò la mezza apertura che Khaled Meshal, il vecchio capo di Hamas, aveva fatto nel 2017 scrivendo il nuovo Statuto, nel quale accettava l’idea di uno Stato della Palestina “secondo le linee del 1967, con Gerusalemme capitale e il ritorno dei rifugiati”.

Per Sinwar l’unico Stato possibile doveva comprendere tutta la Palestina, dal fiume al mare. E con gli israeliani per Yahya Sinwar non ci poteva essere tregua.

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