Il fratello di Sinwar suo possibile successore ma Gaza resta in mano ai cani sciolti
di Fabio TonacciHamas a Gaza non c’è più. L’uccisione di Yayha Sinwar ne ha decapitato insieme il vertice politico e militare, cancellando la speranza del movimento islamista di ipotizzare una sopravvivenza attraverso il conflitto armato. A combattere nella Striscia sono rimaste poche unità delle brigate al-Qassam, definite da fonti palestinesi «cani sciolti senza più coordinamento e strategia». E senza neanche reale contezza di dove siano tenuti in questo momento i 101 ostaggi israeliani, considerando i vivi e i morti, da barattare sul tavolo della trattativa per il cessate il fuoco.
L’unico che potrebbe prendere il posto di Sinwar a Gaza è suo fratello Mohammed. I due hanno condiviso il piano del massacro del 7 ottobre insieme con il comandante Deif (la cui morte annunciata dalle autorità israeliane non è stata confermata), ma Mohammed non è un leader naturale, né un carismatico come il fratello. «Gli scontri a fuoco continueranno nei prossimi giorni», concordano dunque le fonti palestinesi, «…
Hamas a Gaza non c’è più. L’uccisione di Yayha Sinwar ne ha decapitato insieme il vertice politico e militare, cancellando la speranza del movimento islamista di ipotizzare una sopravvivenza attraverso il conflitto armato. A combattere nella Striscia sono rimaste poche unità delle brigate al-Qassam, definite da fonti palestinesi «cani sciolti senza più coordinamento e strategia». E senza neanche reale contezza di dove siano tenuti in questo momento i 101 ostaggi israeliani, considerando i vivi e i morti, da barattare sul tavolo della trattativa per il cessate il fuoco.
L’unico che potrebbe prendere il posto di Sinwar a Gaza è suo fratello Mohammed. I due hanno condiviso il piano del massacro del 7 ottobre insieme con il comandante Deif (la cui morte annunciata dalle autorità israeliane non è stata confermata), ma Mohammed non è un leader naturale, né un carismatico come il fratello. «Gli scontri a fuoco continueranno nei prossimi giorni», concordano dunque le fonti palestinesi, «perché i miliziani sono ideologizzati e votati alla morte, ma è praticamente impossibile che riescano a riorganizzare le forze per sostenere l’impatto dell’esercito israeliano». La vera domanda da porsi, ora, è: cosa farà Hamas per provare a garantirsi un futuro politico nel quadrante del Medio Oriente?
Sarebbe da ingenui pensare che il movimento islamista fondato dallo sceicco Yassin nel 1987 muoia sotto ai calcinacci di quell’edificio di Rafah abbattuto, come l’ultimo dei suoi leader. Come idea e progetto di Islam politico, Hamas non finisce con Sinwar. «Del resto le strutture che ne compongono l’architrave e la leadership si trovano all’estero, in Qatar e in Turchia», osserva Guy Aviad, analista israeliano e ricercatore della storia di Hamas. «Sono funzionanti e non intaccate dall’anno di guerra a Gaza, Hamas è tutt’altro che morta».
Il primo passo sarà indicare un successore ad interim, come dopo l’uccisione di Ismail Haniyeh a Teheran, prologo della nomina vera e propria che sarà decisa dall’Ufficio politico e dal Consiglio della Shura. Due sono i nomi che si fanno in queste ore per prendere il posto di Sinwar. Il primo è quello del sessantottenne Khaled Meshal, che ha già occupato la carica di presidente di Hamas dal 1996 al 2017, quando lasciò il bastone del comando a Haniyeh. Nato in Cisgiordania, ha esperienza politica e diplomatica ed è conosciuto per essere uomo pragmatico e disponibile al compromesso. A differenza di Sinwar non ha buone relazioni con gli sciiti iraniani, con i siriani e con Hezbollah, e questo potrebbe essere la ragione per far cadere la sceltà su di lui.
Secondo alcuni osservatori, infatti, l’unica possibilità che ha Hamas di sopravvivere al 7 ottobre è accettare il sistema politico palestinese, riconoscendo quindi l’autorità di Abu Mazen e chiedendo di entrare nell’Olp. «Non è un caso che una settimana fa», riferisce a Repubblica una fonte palestinese, «al Cairo si è tenuta una riunione tra emissari dell’Olp e l’ala di Hamas anti-Sinwar. Stavano discutendo dei passi da compiere, sicuri che Sinwar sarebbe stato ucciso o catturato dagli isaeliani, prima o poi». In quest’ottica, nominare Meshal potrebbe portare a una riapertura seria delle trattative con Israele per gli ostaggi e il cessate il fuoco, propedeutica a un piano politico per il day after che, per quanto riguarda Hamas, non potrà contemplare e non contemplerà alcun ruolo o ritorno a Gaza.
Il secondo nome è quello di Musa Abu Marzuq, classe 1951, già membro dell’ufficio politico di Hamas (ne è stato vicepresidente dal 1997 al 2014) e candidato anch’esso papabile per cercare l’aggancio salvavita con l’Olp. Non viene dato molto credito, invece, all’ipotesi che il comando di Hamas possa passare al ventriloquo di Sinwar, quel Khalil al-Hayya, 64 anni, che trasferiva al movimento gli ordini del capo rintanato a Rafah. Al-Hayya è un irriducibile fondamentalista, che ha più volte definito l’attacco ai kibbutz «necessario per riportare la questione palestinese sul tavolo». Nel 2022 è andato di persona in Siria a incontrare il presidente-dittatore Assad per completare la fase di avvicinamento con gli sciiti, come voleva il piano di Sinwar. «Stavolta non sceglieranno un estremista per la successione», si dicono convinti gli analisti palestinesti. «L’ultimo è stato Sinwar».