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Sinwar ucciso, il silenzio di Teheran: l’asse della resistenza resta senza veri leader

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Dopo l’uccisione di Haniyeh era stato l’Iran a indicare Sinwar come nuovo capo di Hamas
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BEIRUT — Era il duro, l’inflessibile Sinwar, e per questo piaceva a Khamenei. La sua nomina a capo di Hamas, a luglio, aveva sorpreso tutti ma era stata la tacita conferma che a dare le carte, anche a Gaza, non erano più la Turchia o il Qatar. L’Iran aveva vinto lasciando Khaled Meshal fuori dai giochi. Sinwar è caduto, come prima di lui Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, e la Repubblica islamica si trova in una strettoia strategica.

Sinwar, certo, non era Nasrallah, non ne aveva il carisma né l’importanza agli occhi dell’establishment iraniano, che ancora non ha commentato la sua morte e che ha sempre considerato Hezbollah il pezzo pregiato dell’asse della Resistenza. Ma la morte del capo di Gaza è un altro colpo alla proiezione di forza regionale dell’Iran e dunque alla sua capacità di deterrenza, che ha costruito in quattro decenni di penetrazione mediorientale su tre pilastri: la rete di milizie regionali, lo sviluppo di missili balistici in grado di…

BEIRUT — Era il duro, l’inflessibile Sinwar, e per questo piaceva a Khamenei. La sua nomina a capo di Hamas, a luglio, aveva sorpreso tutti ma era stata la tacita conferma che a dare le carte, anche a Gaza, non erano più la Turchia o il Qatar. L’Iran aveva vinto lasciando Khaled Meshal fuori dai giochi. Sinwar è caduto, come prima di lui Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, e la Repubblica islamica si trova in una strettoia strategica.

Sinwar, certo, non era Nasrallah, non ne aveva il carisma né l’importanza agli occhi dell’establishment iraniano, che ancora non ha commentato la sua morte e che ha sempre considerato Hezbollah il pezzo pregiato dell’asse della Resistenza. Ma la morte del capo di Gaza è un altro colpo alla proiezione di forza regionale dell’Iran e dunque alla sua capacità di deterrenza, che ha costruito in quattro decenni di penetrazione mediorientale su tre pilastri: la rete di milizie regionali, lo sviluppo di missili balistici in grado di colpire direttamente in territorio nemico e il programma nucleare, da usare come pedina di scambio sui tavoli internazionali.

Almeno due di questi pilastri mostrano molte crepe: Israele ha decapitato l’asse della Resistenza e la rappresaglia iraniana del 1 ottobre, con 180 missili lanciati su Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme, è stata in gran parte neutralizzata dall’Iron dome, dimostrando la superiorità tecnologica di Israele. E ora con la guerra in Libano Netanyahu punta a distruggere la prima linea di difesa di Teheran: l’arsenale e le reti di Hezbollah.

Dopo l’omicidio di Nasrallah e di decine di comandanti e leader di Hezbollah, gli iraniani sono intervenuti direttamente in Libano per sostenere il movimento, su cui hanno investito per 30 anni: generali Pasdaran sono volati a Beirut per coordinare la risposta militare e dall’Iran è arrivato supporto diplomatico e finanziario al partito di Dio. La Repubblica islamica potrebbe tentare di replicare su scala minore lo stesso schema con Hamas, controllando la nomina del prossimo leader del movimento. Ma difficilmente questo farà la differenza. Con i proxies decimati, l’efficacia della risposta missilistica incerta, la deterrenza di Teheran è indubbiamente indebolita.

Da settimane in Iran si levano voci che chiedono a Khamenei una revisione della dottrina nucleare, la vogliono i falchi ma anche personaggi come Hassan Khomeini, nipote dell’ayatollah Khomeini che fondò la Repubblica islamica, vicino ai moderati. Se accerchiato, l’Iran potrebbe decidere di ripensare la sua dottrina atomica in funzione di deterrenza, ma anche questa è una strada disseminata di rischi, a cominciare dalla possibilità di un conflitto diretto con Israele in un tempo non lontano.

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