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“Sinwar morto da eroe”: Hamas e Iran costruiscono il mito del leader martire

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Il video del suo gesto di rabbia contro un drone, diffuso dall’Idf, ha suscitato un’ondata indesiderata di ammirazione: “Un esempio per i bimbi”. E Teheran rimarca la differenza con Saddam, “che implorava di non essere ucciso”
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BEIRUT — Si aggrappano al morto per apparire più vivi. Per ribaltare la narrazione dei fatti e sostituirla con la narrazione dei simboli, che per definizione è leggendaria ed esagerata, dunque la meno realistica. Hamas, i pasdaran iraniani, le milizie sciite: tutto il cosiddetto Asse della Resistenza anti-israeliana sta tentando di rendere la fine di Yahya Siwar qualcosa di diverso da ciò che è. Non la decapitazione del movimento islamista palestinese, non il colpo più duro inferto dallo Stato ebraico e una possibile svolta della guerra a Gaza, ma un inno alla gloria e, insieme, una chiamata alle armi. Perché il morto è morto sanguinando nella polvere. Aveva il giacchetto antiproiettili, la pistola accanto e il bastone nell’unica mano che gli era rimasta, la lotta contro un drone come ultima battaglia. E si è visto tutto.

«È deceduto da soldato, il suo esempio ci rafforza», vanno dicendo in queste ore i sostenitori di Hamas, che sui social fantasticano di avventurosi combattiment…

BEIRUT — Si aggrappano al morto per apparire più vivi. Per ribaltare la narrazione dei fatti e sostituirla con la narrazione dei simboli, che per definizione è leggendaria ed esagerata, dunque la meno realistica. Hamas, i pasdaran iraniani, le milizie sciite: tutto il cosiddetto Asse della Resistenza anti-israeliana sta tentando di rendere la fine di Yahya Siwar qualcosa di diverso da ciò che è. Non la decapitazione del movimento islamista palestinese, non il colpo più duro inferto dallo Stato ebraico e una possibile svolta della guerra a Gaza, ma un inno alla gloria e, insieme, una chiamata alle armi. Perché il morto è morto sanguinando nella polvere. Aveva il giacchetto antiproiettili, la pistola accanto e il bastone nell’unica mano che gli era rimasta, la lotta contro un drone come ultima battaglia. E si è visto tutto.

«È deceduto da soldato, il suo esempio ci rafforza», vanno dicendo in queste ore i sostenitori di Hamas, che sui social fantasticano di avventurosi combattimenti corpo a corpo mai avvenuti, di carri armati dati alle fiamme, di soldati fatti fuori dal capo prima di esalare l’ultimo respiro. «Quando i musulmani ammirano il martire Sinwar sul campo di battaglia, in tenuta da combattimento e allo scoperto, non in un nascondiglio, lo spirito di resistenza si fa più forte», insiste la delegazione iraniana presso le Nazioni Unite. «Sarà un modello per i giovani e i bambini palestinesi».

Persino i talebani si svegliano e dichiarano che il lancio del bastone del Sinwar ferito e morente «servirà a intensificare la resistenza». Il lutto l’hanno elaborato così, è il modo per distrarre l’attenzione dalla difficoltà innegabile in cui si trovano i miliziani islamisti soprattutto nella Striscia. Ma il messaggio passa, è sufficientemente basico per rimbalzare da Gaza alla Cisgiordania, fino in Libano, in Siria e a Teheran.

Gli ultimi istanti della vita dell’arciterrorista di Khan Yunis che progettò il massacro del 7 ottobre sono stati ripresi dalla telecamera di un piccolo quadricottero dell’esercito israeliano, fatto volare dentro le rovine di una casa di Rafah bombardata per scovare il suo inquilino eccellente e, in quel momento, ancora sconosciuto. Una kefiah gli copriva il volto. Sinwar però non è stato immobile, nella sua ora ultima. La sua non era l’istantanea di un cadavere vilipeso, come nel caso del dittatore libico Gheddafi. O il resoconto senza foto dell’esecuzione di Bin Laden nel compound di Abbottabad. Gettando il bastone per scacciare il drone come fosse un predatore da allontanare, ha regalato un gesto da raccontare e un’icona da disegnare sui muri.

L’Idf ha diffuso il filmato subito dopo aver avuto la certezza che il corpo col cranio fracassato era proprio di Yahya Sinwar. E quel drone è diventato all’improvviso l’occhio curioso del mondo intero. Col senno del poi, c’è chi mette in dubbio l’opportunità di far circolare il video perché ha funzionato da primo atto del processo di glorificazione del più cinico dei terroristi. La discussione non si fa in Israele, dove l’eccitazione per l’uccisione del ricercato numero uno supera ogni perplessità sulla copertura mediatica.

«Sinwar per i miliziani e gli odiatori dello Stato ebraico sarebbe diventato un eroe comunque, anche senza le immagini», ragiona Guy Aviad, analista politico israeliano e profondo conoscitore di Hamas. «Perché è rimasto nella Striscia di Gaza, non ha abbandonato il campo di battaglia. Se stava provando a scappare altrove, mercoledì scorso, è un dettaglio. Agli occhi degli islamisti sarà per sempre il povero cresciuto nel campo profughi di Khan Yunis che ha invaso Israele e ha assaltato i kibbutz, cosa mai riuscita a Saddam Hussein, Gheddafi, Nasser e agli altri leader arabi».

È già l’oggetto di una competizione a chi davanti a morte certa è stato più martire, più irriducibile. «Quando le forze statunitensi tirarono fuori da un buco sotterraneo un Saddam Hussein trasandato, lui li implorò di non ucciderlo nonostante fosse armato», scrivono su X i diplomatici della missione iraniana all’Onu. Anche loro si aggrappano al morto, per regolare i conti della Storia, calando sul cadavere di Sinwar la carta dello scherno del nemico.

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