Meloni a Beirut per rinforzare l’Unifil: “L’Italia è pronta a dare più soldati”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT — L’Italia è pronta a fare di più in Libano, se necessario e «se il governo libanese lo richiederà», anche a inviare più soldati. Giorgia Meloni arriva all’aeroporto di Beirut al tramonto, percorrendo l’autostrada che attraversa Dahieh e i quartieri meridionali bombardati dall’esercito israeliano nelle ultime settimane. Un gruppo di soldati della Mibil, la missione bilaterale italiana in Libano, osserva l’arrivo del corteo governativo dalla scala di una palazzina bianca interna allo scalo. Sorridono, sono i militari italiani che sovrintendono alle operazioni in aeroporto. Meloni li incontra, li ringrazia per «quello che stanno facendo», rivendica di essere il primo capo di governo a visitare il Libano in guerra e prova a disegnare una road map per rianimare negoziati ormai fermi.
Il totem cui tutti si aggrappano è la risoluzione 1701, che significa portare l’esercito libanese ad avere totale controllo del sud scalzando Hezbollah: «Nessun’altra presenza armata sotto il fiume…
BEIRUT — L’Italia è pronta a fare di più in Libano, se necessario e «se il governo libanese lo richiederà», anche a inviare più soldati. Giorgia Meloni arriva all’aeroporto di Beirut al tramonto, percorrendo l’autostrada che attraversa Dahieh e i quartieri meridionali bombardati dall’esercito israeliano nelle ultime settimane. Un gruppo di soldati della Mibil, la missione bilaterale italiana in Libano, osserva l’arrivo del corteo governativo dalla scala di una palazzina bianca interna allo scalo. Sorridono, sono i militari italiani che sovrintendono alle operazioni in aeroporto. Meloni li incontra, li ringrazia per «quello che stanno facendo», rivendica di essere il primo capo di governo a visitare il Libano in guerra e prova a disegnare una road map per rianimare negoziati ormai fermi.
Il totem cui tutti si aggrappano è la risoluzione 1701, che significa portare l’esercito libanese ad avere totale controllo del sud scalzando Hezbollah: «Nessun’altra presenza armata sotto il fiume Litani», ribadisce la premier nell’incontro del pomeriggio con il premier libanese Mikati. Ma è chiaro a ogni interlocutore che non è una strada in discesa. L’equilibrio di forze sul terreno non è ancora definito, gli scontri al confine con Israele infuriano e gli Hezbollah hanno annunciato una nuova fase della loro controffensiva. Meloni resta prudente, sa che una pace subito non è possibile. «Sosteniamo la proposta di un cessate il fuoco di 21 giorni», nei quali costruire un accordo più strutturato. La morte di Sinwar offre «una finestra di opportunità» per Gaza e per il Libano, che può portare all’«implementazione piena della risoluzione 1701». Per l’Italia potrebbe voler dire uno sforzo in più, perché l’esercito libanese – indebolito dalla crisi economica - non è ancora pronto e potrebbero volerci più soldati per «rafforzare l’Unifil: per ora non c’è da parte del governo libanese la richiesta ma noi siamo sempre pronti a fare la nostra parte».
Del possibile invio di nuove truppe se ne discuterà ancora: domenica il ministro degli Esteri libanese sarà in Italia e lunedì arriverà a Beirut il ministro della Difesa Crosetto. Non significa tuttavia che l’Italia punti a cambiare le regole di ingaggio della missione, spiega Meloni, ma «vogliamo la loro piena applicazione. Gli attacchi a Unifil sono inaccettabili – aggiunge – ho chiesto l’impegno di tutti gli attori coinvolti nel conflitto perché la Missione venga tutelata», e di questo riparlerà ancora anche con Netanyahu.
A Mikati, che la riceve nel palazzo ottomano del Grand Serail, sede del governo libanese, Meloni chiede di sbloccare anche l’impasse politica. «Non sono di quelli che dicono alle altre nazioni cosa fare, ma istituzioni più forti aiutano a difendere la sovranità del Paese». È una stoccata all’establishment di Beirut che da due anni non riesce ad eleggere un presidente, e senza un leader legittimo è difficile traghettare il Paese fuori dalla guerra. «Ci impegniamo ad accelerare questo processo», promette Mikati, reduce da uno scontro diplomatico inedito proprio con il grande sponsor di Hezbollah, a cui lo stesso premier è vicino: l’Iran. Il governo libanese ha accusato lo speaker del parlamento iraniano, Qalibaf, di «ingerenze inaccettabili» negli affari interni per aver dichiarato alla stampa francese che Teheran «è pronta a negoziare con Parigi l’applicazione della 1701». Mikati ieri ha chiesto al ministro degli Esteri di convocare l’incaricato d’affari iraniano, lo staff di Qalibaf ha detto che lo speaker era stato frainteso, ma il dato politico è cristallino: anche i politici libanesi più vicini all’Iran come Mikati e Berri stanno cercando un modo per sganciarsi dal protettorato iraniano che ha già causato molti guai al piccolo Libano.