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Morto Philip Zimbardo, il professore dell’esperimento “sull’effetto Lucifero” a Stanford con gli studenti trasformati in detenuti e carcerieri

Philip Zimbardo 

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Voleva dimostrare come chiunque, messo in certe condizioni, diventi una persona malvagia. Ma la ricerca venne contestata dalla comunità scientifica sia per i metodi brutali sia per la correttezza. Ma lui era divenuto una star. Sulla vicenda anche un film
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NEW YORK - Siamo tutti tiranni, se solo ci verrà data una possibilità. La mattina del 17 agosto del ’71 nove studenti di Palo Alto, California, vennero arrestati dalla polizia. Accusati di rapina e furto, sotto gli occhi dei vicini gli studenti vennero portati via in manette, trattati come pericolosi criminali, e condotti nel carcere della contea di Stanford, meglio noto come dipartimento di psicologia di Stanford University. Era cominciato l’esperimento scientifico sull’“effetto Lucifero”, una controversa ricerca che puntava a dimostrare come ognuno di noi, messo in un determinato contesto, potesse diventare una persona malvagia. Il professore che guidò quello studio, Philip Zimbardo, è morto il 14 ottobre nella sua casa di San Francisco. Aveva 91 anni. La sua figura, e quel volto un po’ luciferino, resterà per certi versi oscura, e contestata da una parte del mondo accademico.

L’"esperimento di Stanford” avrà un forte impatto sul dibattito americano e in Europa ma si rivelerà anche …

NEW YORK - Siamo tutti tiranni, se solo ci verrà data una possibilità. La mattina del 17 agosto del ’71 nove studenti di Palo Alto, California, vennero arrestati dalla polizia. Accusati di rapina e furto, sotto gli occhi dei vicini gli studenti vennero portati via in manette, trattati come pericolosi criminali, e condotti nel carcere della contea di Stanford, meglio noto come dipartimento di psicologia di Stanford University. Era cominciato l’esperimento scientifico sull’“effetto Lucifero”, una controversa ricerca che puntava a dimostrare come ognuno di noi, messo in un determinato contesto, potesse diventare una persona malvagia. Il professore che guidò quello studio, Philip Zimbardo, è morto il 14 ottobre nella sua casa di San Francisco. Aveva 91 anni. La sua figura, e quel volto un po’ luciferino, resterà per certi versi oscura, e contestata da una parte del mondo accademico.

L’"esperimento di Stanford” avrà un forte impatto sul dibattito americano e in Europa ma si rivelerà anche una mezza truffa. L’estate del ’71 il professore reclutò un gruppo di studenti dell’università californiana e assegnò loro un questionario da compilare, in cui avrebbero dovuto indicare dati personali, background familiare, condizione fisica e mentale. Quelli risultati “normali”, tutti provenienti dalla classe media, tutti maschi e bianchi, vennero selezionati per l’esperimento. Guardie e detenuti vennero decisi dal lancio della monetina. Insieme avrebbero dovuto convivere nel seminterrato, trasformato in carcere, del dipartimento di psicologia.

Convivere non è il verbo giusto per spiegare cosa successe: i primi vennero costretti a indossare lunghe tuniche bianche, con sopra un numero, e una calza da donna sulla testa per simulare la rasatura dei capelli. Le guardie avevano divise e gli occhiali scuri, per evitare che i prigionieri vedessero le espressioni dei loro occhi. Dopo appena sei giorni l’esperimento venne sospeso, perché gli studenti-secondini si erano trasformati in persone spietate, violente, mentre i i “detenuti” si erano spersonalizzati, erano diventati silenziosi, erano caduti in depressione. Alcuni avevano mostrato propositi di vendetta. Se l’esperimento fosse durato ancora qualche giorno - l’obiettivo era due settimane - ci sarebbe stato probabilmente un epilogo tragico.

Zimbardo venne messo sott’accusa non solo per la brutalità dell’esperimento, ma perché invece di restare osservatore neutrale svolse il ruolo di sovrintendente carcerario, capace di comandare le guardie e ridurre ogni episodio di abuso ad atto “normale”, per portare avanti il test. Il principio di infallibilità umana ne era uscito a pezzi: il ruolo determinava cosa gli studenti sarebbero diventati. Non c’era, disse Zimbardo, background o dna che rendesse uno più criminale di un altro. Erano le mure, le celle, le luci artificiali, le divise, il segno del comando a influire sui comportamenti. In Europa videro in questa ricerca una spiegazione alla malvagità nazista. Ma non era andata proprio così.

Negli anni alcuni ricercatori hanno svelato come Zimbardo avesse costretto i prigionieri a sottoporsi a condizioni disumane, che non rispecchiavano quanto aveva raccontato. Non era vero che gli studenti fossero liberi di rinunciare e andarsene e sul metodo scientifico molti nutrirono dubbi. I risultati dell’esperimento non vennero raccontati su una rivista scientifica ma sul New York Times Magazine. Invece di una ricerca, commentarono alcuni, era stata una “performance”.

Nel 2001 due docenti britannici - Steve Reicher e Alex Haslam - ripeterono l’esperimento, e i risultati furono diversi: davanti alle condizioni disumane, alcune guardie sodalizzarono con i detenuti. Nel frattempo Zimbardo era diventato una star, passava da un programma all’altro a magnificare i risultati ottenuti. Il suo esperimento, secondo alcuni, avrebbe fornito in seguito una spiegazione - non una giustificazione - ai torturatori nelle prigioni di Abu Ghraib a Guantanamo. Pochi mesi dopo l’esperimento, Zimbardo venne convocato dal Congresso per parlare della riforma carceraria. La sua drammatica testimonianza aveva sconvolto la politica. Il professore aveva spiegato chiaramente cosa significasse essere una guardia carceraria e un detenuto. A prescindere dalla bontà dell’esperimento di Stanford, la situazione nel sistema dei penitenziari americani non ha compreso in pieno la lezione. Il livello di disumanizzazione, in alcuni penitenziari, soprattutto negli Stati del Sud, è ancora alto. Nel 2015 l’esperimento venne raccontato in un un film, “Effetto Lucifero”, con Billy Crudup, Ezra Miller e Michael Angarano. Zimbardo aveva fatto da consulente. La trama segue con fedeltà la storia, incluso il momento in cui la fidanzata del professore, come nella realtà, irruppe sulla scena e disse al docente: “quello che stai facendo ai ragazzi è terribile”.

Un essere umano era rimasto tale, ed era una donna. Quella frase spinse Zimbardo a interrompere l’esperimento.

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