Elezioni Usa 2024, Russia e Argentina con Trump. Messico e Giappone con Harris. Ecco come si schiera il mondo nella sfida elettorale
di Enrico FranceschiniLONDRA – Mentre Vladimir Putin ospita a Kazan il summit del Brics con l’ambizione di formare un “nuovo ordine mondiale” in contrapposizione all’Occidente, tutto il pianeta aspetta le elezioni presidenziali del 5 novembre per capire quali saranno le future scelte degli Stati Uniti.
Si dice spesso che il voto per la Casa Bianca non riguarda soltanto gli americani, ma l’intera popolazione terrestre, perché gli Usa continuano a essere la prima superpotenza economica e militare del pianeta. Ma per chi tifa il resto del mondo di fronte alla sfida tra Kamala Harris e Donald Trump? Chi preferirebbe una vittoria della vicepresidente democratica e chi una vittoria dell’ex-presidente repubblicano? Ecco una scheda, basata su dichiarazioni pubbliche e opinioni degli analisti di affari internazionali, per individuare i due schieramenti.
Per Donald Trump
Con la sua politica nazionalista e isolazionista, si potrebbe credere che il candidato repubblicano avesse scarsi alleati al di fuori dell’America…
LONDRA – Mentre Vladimir Putin ospita a Kazan il summit del Brics con l’ambizione di formare un “nuovo ordine mondiale” in contrapposizione all’Occidente, tutto il pianeta aspetta le elezioni presidenziali del 5 novembre per capire quali saranno le future scelte degli Stati Uniti.
Si dice spesso che il voto per la Casa Bianca non riguarda soltanto gli americani, ma l’intera popolazione terrestre, perché gli Usa continuano a essere la prima superpotenza economica e militare del pianeta. Ma per chi tifa il resto del mondo di fronte alla sfida tra Kamala Harris e Donald Trump? Chi preferirebbe una vittoria della vicepresidente democratica e chi una vittoria dell’ex-presidente repubblicano? Ecco una scheda, basata su dichiarazioni pubbliche e opinioni degli analisti di affari internazionali, per individuare i due schieramenti.
Per Donald Trump
Con la sua politica nazionalista e isolazionista, si potrebbe credere che il candidato repubblicano avesse scarsi alleati al di fuori dell’America. Non è così. Per variegate ragioni, Trump ha un considerevole sostegno fra i governi esteri. Cominciamo dalla Russia. Putin ha confermato la rivelazione di “War”, il nuovo libro del grande giornalista americano Bob Woodward, secondo cui Trump ha parlato al telefono con lui almeno mezza dozzina di volte da quando non è più presidente e gli ha perfino fatto avere dei test per il Covid durante la pandemia.
Nelle presidenziali del 2016 e del 2020, Mosca appoggiava apertamente Trump, oltre ad averlo aiutato clandestinamente con manipolazioni dei social media e fake news. Stavolta Trump sostiene che Putin sarebbe più preoccupato da una sua vittoria, considerandolo più “imprevedibile” di Kamala Harris: affermazione basata su dichiarazioni dello stesso presidente russo, che durante la campagna elettorale americana, prima del ritiro di Biden e della candidatura di Harris, aveva detto di preferire il presidente democratico al candidato repubblicano. Ma quella del capo del Cremlino era una battuta che sembrava significare il contrario di quanto diceva.
La ragione principale per cui Putin preferisce Trump è che quest’ultimo ha più volte indicato di non voler continuare gli aiuti militari all’Ucraina ed espresso dubbi sul sostegno americano alla Nato: l’ideale per la guerra che l’autocrate russo conduce contro Kiev.
India e Argentina vedono in Trump un leader populista simile ai propri, con il quale sia il premier indiano Modi che il presidente argentino Milei possono mettersi d’accordo senza preoccuparsi di proteste contro metodi autoritari o violazioni dei diritti umani. Per ragioni analoghe, l’Arabia Saudita può pensare di poter fare affari migliori con Trump che con Kamala Harris: anche se gli attuali rapporti fra l’amministrazione Biden e Mohammed bin Salman (detto Mbs), principe della corona e leader de facto saudita, sono buoni e stretti, come segnala l’iniziativa diplomatica americana per uno storico accordo di pace fra Riad e Israele, fu Trump a mediare gli Accordi di Abramo fra Israele e quattro Paesi arabi, dei quali un patto fra Riad e Gerusalemme sarebbe il completamento e il più importante suggello.
Inoltre, Mbs ricorda indubbiamente che furono i democratici americani a volerlo trasformare in un paria internazionale per l’omicidio del dissidente Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul. Anche Israele preferisce Trump: l’opinione dominante è che il suo primo ministro, Benjamin Netanyahu, aspetti il 5 novembre prima di considerare le richieste di Washington sul cessate il fuoco a Gaza e misure per contenere l’escalation in tutto il Medio Oriente, nella convinzione che una vittoria dell’ex-presidente repubblicano gli darebbe mano libera, permettendogli di negare concessioni reali ai palestinesi e di compiere egualmente progressi verso un riconoscimento diplomatico con i sauditi. Autoritarismo e buoni rapporti con Mosca spingono pure la Turchia del populista Erdogan nel campo di Trump più che in quello di Kamala Harris.
In Europa, l’Ungheria di Viktor Orban non nasconde le sue simpatie per Trump. Simpatie simili si colgono in altri leader populisti europei, ma questi sono all’opposizione, non al governo, a dispetto della loro crescita elettorale. In sostanza, tutti i partiti che smetterebbero volentieri di aiutare l’Ucraina sono dalla parte di Trump.
Poi c’è il caso singolare dell’Italia, che sulla guerra in Ucraina è alleata con fermezza con l’Occidente a sostegno di Kiev, ma che ha all’interno della coalizione di governo (e anche di frange dell’opposizione) dichiarate simpatie per la Russia. Inoltre, come nota Gideon Rachman, columnist di affari internazionali del Financial Times, Giorgia Meloni guida un governo di destra che troverebbe in Trump un maggiore allineamento su temi come nazionalismo e immigrazione. La leader di Fratelli d’Italia, scrive Rachman, “potrebbe essere in buona posizione per mediare fra l’Unione Europea e Trump”, se alla Casa Bianca ci tornasse The Donald.
Seguendo la linea di Putin, parteggiano prevedibilmente per Trump la Bielorussia e la maggioranza della ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale.
Per Kamala Harris
Con la vicepresidente democratica si schiera sicuramente l’Ucraina. Tifano per una sua vittoria anche la maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, il Regno Unito, il Canada e il Messico: quest’ultimo è consapevole che le relazioni con Washington diventerebbero più tese se prevalesse Trump.
Nell’ex-Urss, Moldavia e Georgia sembrano dalla parte di Kamala Harris, ma come si schiereranno i loro governi dipende dai risultati finali del ballottaggio moldavo e dal voto georgiano di sabato. Nonostante le prese di posizione sull’Ucraina avverse alla politica di Biden, il Brasile preferisce la candidata democratica: perché il suo presidente Lula è un socialista che non potrebbe concepire un’alleanza con un repubblicano sempre più marcato a destra quale Trump.
Il Sud Africa è il Paese che ha denunciato Israele per genocidio davanti alla Corte Internazionale dell’Aia: difficilmente potrebbe simpatizzare con Trump, che difende lo Stato ebraico senza se e senza ma. Per motivi simili, anche dall’Egitto e dai paesi africani del Maghreb sembrano schierati con la candidata democratica.
Quanto al resto dell’Africa, la posizione è più sfumata: c’è un risentimento diffuso nei confronti degli Stati Uniti, chiunque sia l’inquilino della Casa Bianca, per il modo in cui ha trattato a lungo il continente, anche sotto il primo presidente afroamericano, Barack Obama.
L’amministrazione Biden, tuttavia, ha cambiato atteggiamento, dedicando più attenzione e risorse all’Africa sub-sahariana, sebbene il sospetto di molti leader africani è che sia una scelta dettata più che altro da ragioni geopolitiche, per fermare l’espansione economica della Cina e quella militare della Russia nel continente.
In Asia, sperano certamente in una vittoria di Kamala Harris sia Giappone che Corea del Sud, ricordando le critiche che Trump ha mosso a Tokyo e Seul quando era presidente: entrambi erano visti come profittatori della protezione militare Usa, a cui la sua Casa Bianca avrebbe presentato il conto. L’Iran dovrebbe preferire un presidente democratico come Harris, perché è stato il repubblicano Trump a interrompere il negoziato sul nucleare di Teheran e a perseguire verso il regime degli ayatollah una linea dura più vicina a quella di Israele.
Neutrali
Poi ci sono i Paesi apparentemente neutrali. Il più significativo è la Cina, che avrebbe ragioni sia per preferire Trump, sia per preferire Harris. Le affermazioni di Trump che sarebbe poco interessato a difendere Taiwan da un attacco cinese non possono che confortare Pechino, che spera di vedere l’isola di Taipei abbandonata dal suo grande protettore americano.
D’altra parte, Trump minaccia di imporre tariffe doganali del 60 per cento su tutte le importazioni cinesi negli Usa. E intorno a lui ci sono falchi anti-Cina, come l’ex-segretario di Stato Mike Pompeo, che potrebbero premere per una politica di maggiore confronto con Pechino.
Il mondo, insomma, è diviso sull’esito delle presidenziali Usa sia all’interno del Brics (acronimo di Brasile Russia India Cina, Sud Africa, l’organizzazione globale a cui si sono aggiunti Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti), sia fra i circa 200 Paesi delle Nazioni Unite. Tutti aspettano il verdetto dell’Election Day americano: ancora due settimane per sapere se hanno scommesso sul candidato giusto e per capire dove andrà il mondo.