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Turchia, quattro ore di terrore per i tecnici italiani nell’azienda aerospaziale attaccata: “Barricati in ufficio”

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Dipendenti del gruppo Leonardo, collaborano con l’azienda turca su elicotteri e aerei
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Barricati dentro gli uffici, le urla strozzate in gola per paura di essere scoperti, seduti per terra con la testa avvolta tra le braccia. E il terrore tenuto a distanza da messaggi brevi per rassicurare colleghi e parenti: «Siamo vivi, nessun ferito. Ma siamo preoccupati». E poi: «Sentiamo gli spari vicino», «Adesso c’è silenzio», «È esplosa un’altra bomba». Una cronaca telegrafica mentre fuori da quella porta c’erano morte e disperazione.

Gli otto ingegneri e meccanici del gruppo industriale internazionale Leonardo adesso sono in hotel, lontano dall’impianto Tusas. Sono scampati all’attentato alla sede della Turkish Aerospace Industries dove stavano lavorando a due progetti che vanno avanti da anni: uno per un elicottero e l’altro per un aereo. Erano in palazzine vicine al punto in cui gli attentatori hanno sparato e hanno preso in ostaggio alcune persone.

Sono rimasti chiusi negli edifici per quattro ore, dalle 16 (orario dell’attacco) fino alle 20 di ieri, quando la polizia turca…

Barricati dentro gli uffici, le urla strozzate in gola per paura di essere scoperti, seduti per terra con la testa avvolta tra le braccia. E il terrore tenuto a distanza da messaggi brevi per rassicurare colleghi e parenti: «Siamo vivi, nessun ferito. Ma siamo preoccupati». E poi: «Sentiamo gli spari vicino», «Adesso c’è silenzio», «È esplosa un’altra bomba». Una cronaca telegrafica mentre fuori da quella porta c’erano morte e disperazione.

Gli otto ingegneri e meccanici del gruppo industriale internazionale Leonardo adesso sono in hotel, lontano dall’impianto Tusas. Sono scampati all’attentato alla sede della Turkish Aerospace Industries dove stavano lavorando a due progetti che vanno avanti da anni: uno per un elicottero e l’altro per un aereo. Erano in palazzine vicine al punto in cui gli attentatori hanno sparato e hanno preso in ostaggio alcune persone.

Sono rimasti chiusi negli edifici per quattro ore, dalle 16 (orario dell’attacco) fino alle 20 di ieri, quando la polizia turca ha deciso di rilasciarli. Sono state ore di alta tensione anche in Italia, dentro le case delle loro famiglie, a migliaia di chilometri di distanza, a Torino e a Napoli. La paura è svanita in telefonate scandite da pianti e sospiri di sollievo solo in serata. L’unità di crisi della Farnesina ha seguito passo dopo passo quello che stava accadendo, tenendo i contatti con i parenti dei nostri connazionali.

In sette, quando ci sono stati la prima esplosione e gli spari, erano nell’ufficio del personale, non molto distanti dalla palazzina dell’azienda dove c’è stato l’attentato. Hanno subito lanciato l’allarme scrivendo a un manager che in quel momento si trovava fuori: «Ci siamo chiusi in ufficio, siamo in sette». Un altro ingegnere, invece, si trovava con una ventina di colleghi turchi in un altro settore in questa cittadella circondata da addetti alla sicurezza che conta ogni giorno 10mila professionisti al lavoro. Tanto che c’è anche un asilo nido per dipendenti dal quale poco prima erano andati via i bambini.

I professionisti di Leonardo sono originari di Torino e Napoli, hanno tra i 35 e i 50 anni, e si trovavano ad Ankara da qualche settimana per i due progetti in collaborazione con la Tusas.

«Li abbiamo subito chiamati al telefono perché non capivamo cosa stesse succedendo», racconta a Repubblica uno dei responsabili di Leonardo che si trova in Turchia. «Quando tutto è stato chiaro, cioè che si trattava di un attentato, abbiamo deciso di inviare solo messaggi per non provocare rumori che potessero metterli in pericolo», continua il collega degli ingegneri e meccanici scampati all’attacco terroristico.

«Adesso non sentiamo più nulla», è stato uno degli ultimi messaggi da parte degli italiani. Prima di quello, inviato alle 17, che ha sciolto ogni dubbio: «Ci sono gli elicotteri sopra le nostre teste, la polizia turca è con noi. E’ tutto finito». Dopo altre tre ore, gli otto tecnici sono usciti da Tusas e hanno visto attorno a loro la devastazione lasciata dai terroristi. Resta adesso un interrogativo tra loro, che in questa terra sono in missione anche da dieci anni: «Perché hanno scelto questo obiettivo? Non c’è logica». Ieri mentre c’era l’attacco terroristico a Ankara, a Istanbul si inaugurava un’importante fiera commerciale per le industrie della difesa e dell’aerospazio: «Se avessero davvero voluto colpire il cuore della difesa turca, dovevano andare lì», dicono adesso i tecnici italiani.

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