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Bombe sui profughi, la strage infinita dei bambini a Gaza

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Attacco di Idf a una ex scuola a Nuseirat: nove piccole vittime. Pressing su Israele per l’accordo: vertice dei capi intelligence a Doha
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TEL AVIV — Si chiamava Mamdouh Abu Kamil, aveva 11 mesi. Del mondo aveva conosciuto solo polvere e bombe, è il più piccolo degli almeno 17 profughi palestinesi uccisi ieri dalle forze armate israeliane in un bombardamento aereo. Vivevano nella ex scuola a Nuseirat in cui si erano rifugiati, nel centro della Striscia.

Nuseirat ieri come Jabalia e Beit Lahia nei giorni scorsi: i massacri inondano il web di orrore. La madre con in braccio il corpo senza vita di un bimbo coperto di polvere; i volontari che raccolgono i cadaveri e i feriti grondanti di sangue dalla scuola Al-Shohada. C’erano Mohammad e Riyad, Mahmoud e Muatasem, avevano tra i 7 e gli 8 anni: i bambini uccisi sarebbero 9, di cui 5 identificati. C’era il professor Ashraf al Jadi, che prima di questa carneficina vestiva la toga accademica da preside della facoltà di Infermieristica all’Università Islamica di Gaza. C’erano almeno cinque donne e «c’era mia nipote», urla un ragazzo tra i corpi allineati. È disperato, «mia…

TEL AVIV — Si chiamava Mamdouh Abu Kamil, aveva 11 mesi. Del mondo aveva conosciuto solo polvere e bombe, è il più piccolo degli almeno 17 profughi palestinesi uccisi ieri dalle forze armate israeliane in un bombardamento aereo. Vivevano nella ex scuola a Nuseirat in cui si erano rifugiati, nel centro della Striscia.

Nuseirat ieri come Jabalia e Beit Lahia nei giorni scorsi: i massacri inondano il web di orrore. La madre con in braccio il corpo senza vita di un bimbo coperto di polvere; i volontari che raccolgono i cadaveri e i feriti grondanti di sangue dalla scuola Al-Shohada. C’erano Mohammad e Riyad, Mahmoud e Muatasem, avevano tra i 7 e gli 8 anni: i bambini uccisi sarebbero 9, di cui 5 identificati. C’era il professor Ashraf al Jadi, che prima di questa carneficina vestiva la toga accademica da preside della facoltà di Infermieristica all’Università Islamica di Gaza. C’erano almeno cinque donne e «c’era mia nipote», urla un ragazzo tra i corpi allineati. È disperato, «mia sorella e mia mamma sono state tirate fuori dalle macerie, sono ferite ma vive. Mia nipote invece è scappata dal nord di Gaza solo 6 giorni fa, per essere uccisa qui… Era fuggita per i bombardamenti, per politica di carestia imposta da Israele».

«Jabalia è caduta e Hamas è crollato fisicamente e mentalmente», dice il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Herzi Halevi, dopo il sopralluogo di mercoledì nel nord di Gaza, martoriato da venti giorni di avanzata di terra. È il risultato dei bombardamenti a tappeto e degli ordini di evacuazione di massa, del blocco totale di ogni tipo di aiuto alla popolazione e degli attacchi a scuole e ospedali, di “rastrellamenti” ed arresti: «La pressione militare — spiega Halevi — è importante. L’uccisione di Sinwar è stata il risultato della pressione militare a Rafah, e della sconfitta della Brigata Rafah». Nel nord della Striscia l’Idf ritiene che Hamas stesse provando a serrare i ranghi, e ha accelerato gli attacchi con un costo catastrofico per i civili.

Ma mentre Israele ottiene importanti risultati militari usando questa strategia, anche la diplomazia in queste ore accelera i suoi processi. Si lavora sulla base del piano egiziano di un “mini accordo” che porti a una tregua preliminare, per poi stringere un accordo più ampio con la nuova rappresentanza diplomatica di Hamas in Qatar. Il capo del Mossad, David Barnea, volerà a Doha, dove ieri è atterrato il segretario di Stato Usa Antony Blinken. Incontrerà il capo della Cia, Bill Burns, insieme al primo ministro del Qatar, Mohammed Al-Thani. E ci sarà anche il nuovo capo dell’intelligence egiziana, Hassan Rashad, che nei giorni scorsi aveva riaperto il dossier con il capo dello Shin Bet, volato apposta al Cairo: era nata così l’ipotesi di un mini accordo che superi — evitandole, per ora — le resistenze su cui era crollato il castello del negoziato fallito.

Un accordo potrebbe allentare la pressione anche sul conflitto con Hezbollah. La comunità internazionale insiste perché le operazioni israeliane si concludano rapidamente e già guarda avanti: il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot dice una conferenza internazionale ha già raccolto 800 milioni di dollari in aiuti umanitari, e 200 per la riorganizzazione dell’esercito libanese. Ma continuano i bombardamenti e le incursione israeliane, cui i miliziani sciiti replicano con lanci in Israele e contrattacchi. Ieri l’Idf ha annunciato la perdita di altri quattro riservisti, uccisi mercoledì in Libano.

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